venerdì 27 febbraio 2026

Le istituzioni d'origine patriarcale e la cultura del limite

 

Leggo su volerelaluna di oggi, 27 febbraio 2026, un articolo molto interessante, e utile per comprendere l'irruzione violenta di Trump nella nostra storia occidentale, dal titolo "L'emergenza al potere", di Ottorino Cappelli, docente di Politica comparata presso l’Università di Napoli L’Orientale. L'articolo riguarda appunto Trump e il suo metodo di governo "emergenziale", non contingente, ma scelto proprio come "metodo". Con Trump, scrive O. Cappelli, "l’eccezione perde la sua eccezionalità e diventa ambiente operativo: un dispositivo che permette di agire ai margini del diritto senza assumere la responsabilità — schmittiana — di istituire un ordine nuovo".

Ma qui, in questo invisibile blog di parole per la "cultura del limite", dove ogni tracotanza, oltraggio, violenza, eccesso, in una parola, ogni hybris  si ritiene sia da eliminare/superare per garantire il processo di civilizzazione dell'umanità, si vuole riflettere su un passaggio dell'articolo per proseguire con una diversa prospettiva.

O. Cappelli definisce "personalistica" (nel senso peggiore del termine) la natura del presidenzialismo americano e cita il costituzionalista Albert L. Sturm, il quale già nel 1949 "ricordava: «[Negli Stati Uniti] i poteri d’emergenza non si basano solo sulle leggi. La loro portata dipende anche dalla visione personale che il Presidente ha del proprio ruolo e dal modo in cui interpreta i limiti dei suoi poteri. In ultima analisi, l’autorità di un Presidente è in larga misura determinata dal Presidente stesso». In altre parole, norme e controlli sono necessari, ma non bastano. È decisivo che il presidente riconosca i limiti non scritti della propria funzione e rinunci a utilizzare l’emergenza per estendere i suoi poteri “oltre misura”. Il sistema si regge infatti non soltanto su regole formali e meccanismi di bilanciamento, ma anche su un patto informale tra le élite: quella forbearance – la moderazione reciproca nell’uso delle prerogative istituzionali – che i politologi Levitsky e Ziblatt considerano condizione essenziale per la sopravvivenza della democrazia costituzionale in America. È questa cultura della moderazione istituzionale a mancare oggi, laddove Trump rivendica apertamente “il diritto di fare tutto ciò che voglio”, ponendo come unico limite “la mia morale personale”. Così il monarca repubblicano del 1787 si trasforma in ciò che i padri fondatori credevano di essersi lasciati per sempre alle spalle: un re assoluto. Trump interpreta ogni conflitto con l’esecutivo come una minaccia alla sicurezza nazionale e ogni dissenso con la persona del Presidente come un atto di sedizione. È in questa visione che si incardina il ricorso allo stato d’emergenza, che non serve a governare la crisi, ma a produrla e orientarla".

Non si può non essere d'accordo, e preoccuparsi. 

Eppure è giusto riflettere: perché in democrazia ancora tolleriamo una struttura monocratica del potere, in continuità con il monarca di un tempo? Perché riteniamo utile e appropriato concedere a una sola figura un potere estensibile "oltre misura"? "Un re assoluto" è stato davvero lasciato per sempre alle nostre spalle?

Molto probabilmente l'origine della struttura monocratica del potere di governo è da cercare nella plurisecolare struttura patriarcale presente in tutte le organizzazioni sociali, una struttura dominante, esclusivamente maschile, a ogni livello nella società. E questo è avvenuto un po' dappertutto con gradi diversi di dominio/violenza. Anche le istituzioni politiche (oggi democratiche), nel loro definirsi storicamente, hanno accolto quasi come dato naturale l'idea di assegnare un esteso potere a un solo uomo/capo, proprio perché si tratta di istituzioni immerse nella cultura patriarcale. E insieme al dominio patriarcale è passato nelle istituzioni a ogni livello anche il dominio maschile, con tutto il suo apparato simbolico e reale, così forte da tenere permanentemente in scacco, e costringere solo a richieste parziali e parcellizzate, le pur determinate battaglie femministe, e poche/i di conseguenza si interrogano sulla necessità di proporre nuove istituzioni politiche assolutamente paritarie sia nelle sedi di discussione politica (parlamenti, consigli) sia nelle sedi di decisioni governative, dove la parità assoluta uomini/donne non più essere optional ma definita per legge. Non esiste un solo argomento razionale per rifiutare la parità assoluta uomini/donne, soprattutto quando si fa riferimento a un fantomatico "merito" personale! Non a caso con il trionfo del trumpismo e l'esaltazione del "CAPO", tornano i ferri vecchi e pericolosi del virilismo, del machismo, della sessualità predatrice, del fascismo.

Il limite al "CAPO" non solo è nelle leggi scritte bene, ma anche e soprattutto nel superamento dell'idea stessa della possibilità di un  "monarca", cioè dell'attuale struttura monocratica del potere, che rappresenta l'esito storico del sistema patriarcale; sono necessarie, dunque, riforme istituzionali nella direzione della parità assoluta di genere e la trasformazione della struttura monocratica del potere in una struttura di leadership duale, un uomo e una donna, in parità assoluta (bicratismo). L'altra metà del mondo ha il sacrosanto diritto (non esistono sul punto ragioni ostative credibili), di sedere paritariamente a ogni tavolo "politico" dove si decidono le sorti del  mondo. 

E non ci si illuda -a volte capita ed è capitato- che sostituendo al "COMANDO" un uomo con una donna, o, nelle istituzioni politiche, le donne con gli uomini,  possa migliorare la situazione generale: no, è la struttura monocratica in sé pericolosa per la democrazia, ed è quindi da abbandonare per una democrazia avanzata a parità assoluta uomini/donne. Il limite all' "UNO" è un obbligo democratico.

O no?

Severo Laleo

lunedì 9 febbraio 2026

Con Marco D'Eramo dalla parte dei dominati (e dominate)

 Caro Scapece,

grazie di cuore per la tua bella lettera così densa di ricordi di gioventù, quando era ancora possibile coniugare, nella nostra "missione" di insegnanti, passione, empatia e rigore! E vabbè, i tempi cambiano e i.le nostri.e allievi.e, destinatari.e di ogni nostra attenzione e cura, sono diventati.e, da un bel po', semplicemente "clienti".

Sai, ho ritrovato questo termine in un interessante e utile libro di Marco D'Eramo, Dominio, uscito qualche anno fa e scritto durante la tempesta del Covid. Ascolta questo passaggio: "...a scuola siamo non studenti ma "clienti" e, come si sa, "il cliente ha sempre ragione" e il cliente va sempre accontentato. Ma questo non ha niente a che vedere con la qualità dell'istruzione impartita, con la competenza con cui gli studenti escono dall'istituzione scolastica. Una scuola può soddisfare i suoi "clienti" ma insegnare poco ai suoi "studenti". Proprio così, non credi? 

Il discorso sulla scuola, naturalmente, è parte di un'analisi più complessa, riguardante tutti i settori della società, nella lotta tra poveri e ricchi, in quel processo di riduzione continua delle funzioni del "pubblico/istituzioni" nei confronti del  "privato/imprese". Il sottotitolo del libro è chiarissimo: "La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi".

In realtà D'Eramo, a obbedire ai sentimenti della mia lettura, nel suo libro, persegue, al di là del lavoro notevole di informazione, un più ampio e preciso obiettivo: stimolare/spingere le persone sinceramente di sinistra a non aver timore della propria " ideologia", anzi a tornare alla profonda comprensione della dura realtà (senza sottovalutazione alcuna della "destra": la documentazione sul punto è abbondante) per individuare, infine, gli strumenti di lotta necessari per ridurre le disuguaglianze. Perché, scrive nel prologo l'autore, citando Buffet, "se c'è una guerra di classe, l'hanno vinta i ricchi". 

E i ricchi sono pienamente consapevoli di questo, essendo riusciti, partendo da lontano con la potenza dei cospicui finanziamenti elargiti anche in campo culturale, a far passare l'idea che ogni individuo (individuo, mai persona) è imprenditore di sé stesso, "anzi un'impresa di per sé: il manager di sé... l'individuo è il proprietario di sé stesso". 

Di qui un imperioso sfruttamento del lavoro a ogni livello (data la dimensione di "manager di sé"  di ogni individuo), fino a giustificare, senza altra valutazione se non appunto il profitto e il successo, l'individuo/proprietario di sé che vende i suoi organi! 

Ma D'Eramo, anche se la sinistra è disorientata, sa da quale parte stare; perché "stare a sinistra" vuol dire sempre e soltanto "stare dalla parte dei dominati contro i dominanti (e contro il dominio stesso)". Naturalmente!

Eppure, caro Scapece, nel libro credo manchi qualcosa nella pur complessa analisi (ma qui torna solo la mia fissazione, scusami!); credo manchi l'analisi di quel fattore, che possiamo definire cultura e pratica del maschilismo, con tutto il suo armamentario "naturalmente" dominante (e militare), di forza feroce e di logica vincente/perdente, quale spinta ideale forte nell'escludere, a partire dal terreno economico proprio neoliberista, ogni "cura" sociale. E tutto si riduce a duello maschio!

È di questi giorni, con l'uscita dei files Epstein, l'evidenza del legame intrinseco, sempre più tenace e perverso, tra la super-ricchezza economica e il dominio maschilista, fino a programmare la violenza sessuale anche su ragazze comunque povere e minorenni. 

La sollevazione di "dominate/i" è d'obbligo. O no?

E vabbè (si fa per dire!), caro Scapece, ora caramente ti saluto, sempre con l'augurio di tante buone cose.

Severo