domenica 8 marzo 2026

8 Marzo 2026: la "scuola delle ragazzine"

 Oggi, 8 Marzo, è ancora la "scuola delle ragazzine" dell'Iran.

La "scuola delle ragazzine": e muoiono di nuovo, 

già uccise dal regime, le mimose. 

Una bomba/missile intelligente, tutta maschia a ogni livello, 

dall'idea/progetto alla sua utilizzazione finale, 

uccide 140 ragazzine. 

Altre 140 ragazzine non vedranno il fior di mimosa.

Un terribile emblematico esordio di guerra dell'uomo.

Degli uomini. Dei maschi al potere. E che maschi!

Il mondo è nelle mani di una triade di criminali.

Qualunque sia il regime, democratico o autoritario, 

a governare/comandare sono sempre "capi" senza regole,

senza scrupoli, senza senso dell'umanità. Solo bulli.

E quale cultura/linguaggio: il dominio maschile

Purtroppo la servile accondiscendenza dei seguaci è uguale in ogni regime. 

Ed è spesso guidata dagli maschi oligarchi, dappertutto uguali.

S'addice al maschio la potenza illimitata.


Dove sono le persone libere? Donne e uomini?

E' necessaria una sollevazione generale di tutte le persone libere,

contro il dominio maschile, comunque interpretato.

E immagino milioni soprattutto di donne e uomini di buona volontà

testimoniare il rifiuto della guerra, della violenza maschia dei "capi",

davanti a tutte le sedi diplomatiche dei paesi in guerra, sparse nel mondo,

perché la democrazia è pace, 

la democrazia sono le persone/popoli e non i "capi",

la democrazia è disertare la guerra.


E forse tornerà a fiorire la mimosa.

O no?

Severo Laleo

martedì 3 marzo 2026

Trump, i capi pazzi, i popoli ammaliati e le istituzioni: la fine del monocratismo maschilista

Leggo ancora, dopo l'intervento di Ottorino Cappelli su volerelaluna, un altro interessante articolo sul "fenomeno" Trump di Oliviero Ponte di Pino sulla rivista DOPPIOZERO del 27 febbraio 2026. 

Il titolo dell'articolo "Trump e gli psichiatri" rende subito nota la qualità di "fenomeno" di Trump

Già dal suo inizio l'articolo riporta casi di "pazzia" di tanti sovrani nel corso del tempo: Nabucodonosor, Saul, Giovanna di Castiglia “La Pazza”, Carlo VI di Francia “Il Folle”, Giorgio III d'Inghilterra, fino al "nostro" Gian Gastone, l'ultimo dei Medici. E l'elenco si chiude, e non era possibile diversamente, con un riferimento a un altro "fenomeno", Adolf Hitler, per il quale così è descritta la diagnosi della sua "pazzia": "una miscela di disturbi della personalità e psicosi, tra cui paranoia, narcisismo maligno e tratti psicopatici". E fin qui va bene!

Definita la premessa, Ponte di Pino dedica la sua attenzione, con una nutrita serie di riferimenti testuali, alla salute fisica e mentale di Trump e scrive: "La psichiatra forense Bandy Lee, ex docente della Yale School of Medicine, ha raccolto nel volume The Dangerous Case of Donald Trump (2017)

le diagnosi di 27 psichiatri, psicologi ed esperti di salute mentale, per concludere che il presidente

non era adatto a governare e costituiva un grave pericolo per la nazione. In sintesi, Donald Trump manifesterebbe tratti riconducibili al narcisismo maligno, una combinazione di narcisismo, psicopatia, sadismo e paranoia".

Niente più? Eppure Trump "comanda"! Perché tanto è stato possibile?


Per fortuna, in mia opinione, per il docente di psichiatria Allen Frances il problema non è il "fenomeno" Trump. E Ponte di Pino riprende le parole del docente di Frances (e aggiunge dell'altro): "Oggi non subiamo più i sovrani per volontà divina e successione dinastica. Siamo in democrazia. Il problema siamo noi, gli elettori che si fanno ammaliare da queste "anime emotivamente storpie" e dai loro slogan. Trump e soci possono anche essere un manipolo di narcisisti maligni, o peggio. Ma la vera patologia è quella di nazioni che si perdono dietro a personalità tossiche, che si rispecchiano nella loro patologia. Non serve ripetersi che l'attuale inquilino della Casa Bianca è un pazzo. Il problema è politico. Forse un indizio utile ce l'ha dato nel 2017 il suo ex amico, il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, in una mail all'ex segretario al Tesoro Larry Summers, quando è sbottato “Il mondo non capisce quanto è stupido Trump”. Il problema, avverte de Vries, è che è quasi impossibile liberarsi di un narcisista maligno, una volta che ha assunto posizioni di vertice, anche perché si circonda di un seguito adorante che alimenta i tratti peggiori del suo carattere". 


E' un passo avanti, certo, spostare l'attenzione dal "sovrano", dal "capo pazzo", al corpo elettorale, tanto debole da lasciarsi "ammaliare" da queste "anime emotivamente storpie", o, addirittura, alla "patologia delle nazioni".

Ma si tratta di un passo troppo piccolo rispetto al vero problema culturale e istituzionale: 1. per cultura continuiamo a credere che sia necessario/naturale affidare a una sola persona compiti di responsabilità immani nelle decisioni della Grande Politica e, 2. così culturalmente predisposti, non riusciamo a sottoporre a critica razionale il sistema istituzionale della nostra democrazia occidentale: chi ha stabilito che deve essere un capo al vertice di un'istituzione di governo? 


Se si guarda al processo storico, non si è molto lontano dal vero nel supporre la diretta discendenza dell'istituzione monocratica del comando (l'uomo solo al comando) dal plurisecolare sistema patriarcale. Quando -e continuo a saccheggiare Ponte di Pino- Manfred F.R. Kets de Vries "disseziona "Il leader narcisista" (Cortina, Milano, 2026), "risalendo fino al mito greco, per spiegare che la vicenda di Narciso “non riguarda solo un giovane uomo pieno di sé”...i narcisisti, essenzialmente privi di empatia o di compassione verso gli altri, “vivono nel timore di non sentirsi mai abbastanza straordinari da essere notati, amati”... ha molto probabilmente in mente "la sgangherata aggressività del maschio alfa". in realtà, lo spirito del capitalismo, aggiunge de Vries, "alimenta narcisismo, avidità e invidia: queste caratteristiche appaiono perfettamente funzionali al sistema". 


Ora, se l'attuale sistema democratico produce questi guasti nella scelta della leadership, forse qualcosa non funziona nella struttura socio-economica e soprattutto, o conseguentemente, nella struttura delle istituzioni. E non può essere solo colpa dei "narcisisti", o degli "elettori", o delle "nazioni"!

Non è forse degno di attenzione, prima di proporre soluzioni alternative, il fatto che le sorti del mondo siano tutte nelle mani di "capi maschi" e per di più, in non pochi casi, di criminali?

E Il fatto che un "capo" possa raggiungere quei vertici di anormalità o di anomalia nei comportamenti non è forse "colpa" della fragilità e parzialità delle istituzioni politiche? 


Sì, un'istituzione di potere monocratico, cioè di accentramento di così grandi poteri nella disponibilità di una sola persona, è di per sé pericolosa per l'equilibrio democratico; e se quell'istituzione monocratica è l'esito storico di una visione maschilista dell'organizzazione del "comando", una democrazia avanzata potrebbe pretendere una parità di diritti/doveri da parte di donne e uomini insieme di fronte alle responsabilità della Grande Politica. Non possiamo più affidare al caso e/o all'intraprendenza di singole persone la presenza di donne e uomini nei parlamenti, perché uomini

e donne hanno diritto/dovere di sedere nelle assemblee di deliberazioni in numero pari, né possiamo affidare a "un solo capo" o "una sola capa" le redini del Governo, perché in un sistema nuovo, paritario donne/uomini, anche la guida apicale potrebbe diventare "duale" (un uomo e una donna). 

Dal monocratismo al bicratismo, dalla democrazia "casuale" alla democrazia "paritaria" di genere.

E forse così scegliendo gli psichiatri non dovranno più occuparsi di "anime emotivamente storpie".

O no?

Severo Laleo


venerdì 27 febbraio 2026

Le istituzioni d'origine patriarcale e la cultura del limite

 

Leggo su volerelaluna di oggi, 27 febbraio 2026, un articolo molto interessante, e utile per comprendere l'irruzione violenta di Trump nella nostra storia occidentale, dal titolo "L'emergenza al potere", di Ottorino Cappelli, docente di Politica comparata presso l’Università di Napoli L’Orientale. L'articolo riguarda appunto Trump e il suo metodo di governo "emergenziale", non contingente, ma scelto proprio come "metodo". Con Trump, scrive O. Cappelli, "l’eccezione perde la sua eccezionalità e diventa ambiente operativo: un dispositivo che permette di agire ai margini del diritto senza assumere la responsabilità — schmittiana — di istituire un ordine nuovo".

Ma qui, in questo invisibile blog di parole per la "cultura del limite", dove ogni tracotanza, oltraggio, violenza, eccesso, in una parola, ogni hybris  si ritiene sia da eliminare/superare per garantire il processo di civilizzazione dell'umanità, si vuole riflettere su un passaggio dell'articolo per proseguire con una diversa prospettiva.

O. Cappelli definisce "personalistica" (nel senso peggiore del termine) la natura del presidenzialismo americano e cita il costituzionalista Albert L. Sturm, il quale già nel 1949 "ricordava: «[Negli Stati Uniti] i poteri d’emergenza non si basano solo sulle leggi. La loro portata dipende anche dalla visione personale che il Presidente ha del proprio ruolo e dal modo in cui interpreta i limiti dei suoi poteri. In ultima analisi, l’autorità di un Presidente è in larga misura determinata dal Presidente stesso». In altre parole, norme e controlli sono necessari, ma non bastano. È decisivo che il presidente riconosca i limiti non scritti della propria funzione e rinunci a utilizzare l’emergenza per estendere i suoi poteri “oltre misura”. Il sistema si regge infatti non soltanto su regole formali e meccanismi di bilanciamento, ma anche su un patto informale tra le élite: quella forbearance – la moderazione reciproca nell’uso delle prerogative istituzionali – che i politologi Levitsky e Ziblatt considerano condizione essenziale per la sopravvivenza della democrazia costituzionale in America. È questa cultura della moderazione istituzionale a mancare oggi, laddove Trump rivendica apertamente “il diritto di fare tutto ciò che voglio”, ponendo come unico limite “la mia morale personale”. Così il monarca repubblicano del 1787 si trasforma in ciò che i padri fondatori credevano di essersi lasciati per sempre alle spalle: un re assoluto. Trump interpreta ogni conflitto con l’esecutivo come una minaccia alla sicurezza nazionale e ogni dissenso con la persona del Presidente come un atto di sedizione. È in questa visione che si incardina il ricorso allo stato d’emergenza, che non serve a governare la crisi, ma a produrla e orientarla".

Non si può non essere d'accordo, e preoccuparsi. 

Eppure è giusto riflettere: perché in democrazia ancora tolleriamo una struttura monocratica del potere, in continuità con il monarca di un tempo? Perché riteniamo utile e appropriato concedere a una sola figura un potere estensibile "oltre misura"? "Un re assoluto" è stato davvero lasciato per sempre alle nostre spalle?

Molto probabilmente l'origine della struttura monocratica del potere di governo è da cercare nella plurisecolare struttura patriarcale presente in tutte le organizzazioni sociali, una struttura dominante, esclusivamente maschile, a ogni livello nella società. E questo è avvenuto un po' dappertutto con gradi diversi di dominio/violenza. Anche le istituzioni politiche (oggi democratiche), nel loro definirsi storicamente, hanno accolto quasi come dato naturale l'idea di assegnare un esteso potere a un solo uomo/capo, proprio perché si tratta di istituzioni immerse nella cultura patriarcale. E insieme al dominio patriarcale è passato nelle istituzioni a ogni livello anche il dominio maschile, con tutto il suo apparato simbolico e reale, così forte da tenere permanentemente in scacco, e costringere solo a richieste parziali e parcellizzate, le pur determinate battaglie femministe, e poche/i di conseguenza si interrogano sulla necessità di proporre nuove istituzioni politiche assolutamente paritarie sia nelle sedi di discussione politica (parlamenti, consigli) sia nelle sedi di decisioni governative, dove la parità assoluta uomini/donne non più essere optional ma definita per legge. Non esiste un solo argomento razionale per rifiutare la parità assoluta uomini/donne, soprattutto quando si fa riferimento a un fantomatico "merito" personale! Non a caso con il trionfo del trumpismo e l'esaltazione del "CAPO", tornano i ferri vecchi e pericolosi del virilismo, del machismo, della sessualità predatrice, del fascismo.

Il limite al "CAPO" non solo è nelle leggi scritte bene, ma anche e soprattutto nel superamento dell'idea stessa della possibilità di un  "monarca", cioè dell'attuale struttura monocratica del potere, che rappresenta l'esito storico del sistema patriarcale; sono necessarie, dunque, riforme istituzionali nella direzione della parità assoluta di genere e la trasformazione della struttura monocratica del potere in una struttura di leadership duale, un uomo e una donna, in parità assoluta (bicratismo). L'altra metà del mondo ha il sacrosanto diritto (non esistono sul punto ragioni ostative credibili), di sedere paritariamente a ogni tavolo "politico" dove si decidono le sorti del  mondo. 

E non ci si illuda -a volte capita ed è capitato- che sostituendo al "COMANDO" un uomo con una donna, o, nelle istituzioni politiche, le donne con gli uomini,  possa migliorare la situazione generale: no, è la struttura monocratica in sé pericolosa per la democrazia, ed è quindi da abbandonare per una democrazia avanzata a parità assoluta uomini/donne. Il limite all' "UNO" è un obbligo democratico.

O no?

Severo Laleo

lunedì 9 febbraio 2026

Con Marco D'Eramo dalla parte dei dominati (e dominate)

 Caro Scapece,

grazie di cuore per la tua bella lettera così densa di ricordi di gioventù, quando era ancora possibile coniugare, nella nostra "missione" di insegnanti, passione, empatia e rigore! E vabbè, i tempi cambiano e i.le nostri.e allievi.e, destinatari.e di ogni nostra attenzione e cura, sono diventati.e, da un bel po', semplicemente "clienti".

Sai, ho ritrovato questo termine in un interessante e utile libro di Marco D'Eramo, Dominio, uscito qualche anno fa e scritto durante la tempesta del Covid. Ascolta questo passaggio: "...a scuola siamo non studenti ma "clienti" e, come si sa, "il cliente ha sempre ragione" e il cliente va sempre accontentato. Ma questo non ha niente a che vedere con la qualità dell'istruzione impartita, con la competenza con cui gli studenti escono dall'istituzione scolastica. Una scuola può soddisfare i suoi "clienti" ma insegnare poco ai suoi "studenti". Proprio così, non credi? 

Il discorso sulla scuola, naturalmente, è parte di un'analisi più complessa, riguardante tutti i settori della società, nella lotta tra poveri e ricchi, in quel processo di riduzione continua delle funzioni del "pubblico/istituzioni" nei confronti del  "privato/imprese". Il sottotitolo del libro è chiarissimo: "La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi".

In realtà D'Eramo, a obbedire ai sentimenti della mia lettura, nel suo libro, persegue, al di là del lavoro notevole di informazione, un più ampio e preciso obiettivo: stimolare/spingere le persone sinceramente di sinistra a non aver timore della propria " ideologia", anzi a tornare alla profonda comprensione della dura realtà (senza sottovalutazione alcuna della "destra": la documentazione sul punto è abbondante) per individuare, infine, gli strumenti di lotta necessari per ridurre le disuguaglianze. Perché, scrive nel prologo l'autore, citando Buffet, "se c'è una guerra di classe, l'hanno vinta i ricchi". 

E i ricchi sono pienamente consapevoli di questo, essendo riusciti, partendo da lontano con la potenza dei cospicui finanziamenti elargiti anche in campo culturale, a far passare l'idea che ogni individuo (individuo, mai persona) è imprenditore di sé stesso, "anzi un'impresa di per sé: il manager di sé... l'individuo è il proprietario di sé stesso". 

Di qui un imperioso sfruttamento del lavoro a ogni livello (data la dimensione di "manager di sé"  di ogni individuo), fino a giustificare, senza altra valutazione se non appunto il profitto e il successo, l'individuo/proprietario di sé che vende i suoi organi! 

Ma D'Eramo, anche se la sinistra è disorientata, sa da quale parte stare; perché "stare a sinistra" vuol dire sempre e soltanto "stare dalla parte dei dominati contro i dominanti (e contro il dominio stesso)". Naturalmente!

Eppure, caro Scapece, nel libro credo manchi qualcosa nella pur complessa analisi (ma qui torna solo la mia fissazione, scusami!); credo manchi l'analisi di quel fattore, che possiamo definire cultura e pratica del maschilismo, con tutto il suo armamentario "naturalmente" dominante (e militare), di forza feroce e di logica vincente/perdente, quale spinta ideale forte nell'escludere, a partire dal terreno economico proprio neoliberista, ogni "cura" sociale. E tutto si riduce a duello maschio!

È di questi giorni, con l'uscita dei files Epstein, l'evidenza del legame intrinseco, sempre più tenace e perverso, tra la super-ricchezza economica e il dominio maschilista, fino a programmare la violenza sessuale anche su ragazze comunque povere e minorenni. 

La sollevazione di "dominate/i" è d'obbligo. O no?

E vabbè (si fa per dire!), caro Scapece, ora caramente ti saluto, sempre con l'augurio di tante buone cose.

Severo




sabato 24 gennaio 2026

Trump e gli schiavi

 A me pare un errore parlare solo delle "pazzie" di Trump, e un errore mi pare esclusivamente sottolineare ogni volta il suo imprevedibile e minaccioso oscillare decisionale, ma, se è utile certamente smascherare la continua sua riduzione della politica ad affarismo e condannare il suo continuo ricorso alla violenza eversiva, contro persone e istituzioni, appare forse più giusto, più importante, più democratico, più produttivo, sul piano culturale e politico, parlare della codardia interessata e avvilente dei "suoi" seguaci repubblicani, soprattutto se esponenti politici. 

E si potrebbe ricorrere per l'occasione a un'espressione famosa di Gobetti nella sua analisi del fascismo: Trump non ha certo "virtù di padrone", ma i suoi repubblicani "hanno bene animo di schiavi". 

E annovera tra i "suoi" anche i servili alleati. 

Speriamo comunque freni il Presidente della Repubblica la discesa nella vergogna!

O no?

Severo Laleo


venerdì 23 gennaio 2026

Il discorso di Carney è il futuro?

 Sì, un "buon"  discorso, il discorso di Carney a Davos, insieme di strategia e di pragmatismo; eppure, se diventa un "gran"  discorso, è solo grazie al contesto geopolitico: infatti, in un mondo, a sentir Carney, di paesi divisi e in competizione tra loro per ottenere il meglio, a dir breve, da "chi comanda con la forza e senza regole", proporre di cambiare rotta è un atto dirompente, "eroico"! 

Ma è proprio così? 

Leggiamo questo passaggio di Carney a proposito del suo Canada: "Il Canada sta calibrando le proprie relazioni in modo che la loro profondità rifletta i nostri valori. Stiamo dando priorità a un impegno ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che ciò comporta e la posta in gioco per ciò che verrà dopo. Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza. Stiamo costruendo questa forza nel nostro paese. Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo tagliato le tasse sui redditi, sulle plusvalenze e sugli investimenti delle imprese; abbiamo rimosso tutte le barriere federali al commercio interprovinciale e abbiamo dato priorità a investimenti per mille miliardi di dollari in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora. Raddoppieremo la nostra spesa per la difesa entro il 2030, facendolo in modi che rafforzano le nostre industrie nazionali".

In verità, quando si passa dai valori alla forza si rischia sempre di meritarsi per strada un Trump qualsiasi: se si persevera in politiche note e fallimentari, sarà difficile costruire un "nuovo ordine". Potrà essere anche più giusto e razionale il "nuovo ordine", meno trumpiano, ma sarà sempre in continuità con la storia in corso. 

Forse sono necessarie altre politiche, di cambiamenti notevoli, legate, ad esempio, a un'idea di "limite", con le conseguenti scelte di governo: innanzitutto definire un limite alla ricchezza e un limite alla povertà -per una società solidale-, un limite al potere di un "capo", dovunque si manifesti -superamento dei monocratismi-, un limite al potere degli uomini -per una parità assoluta, soprattutto a livello istituzionale, tra uomini e donne-, un limite alla distruzione dell'ambiente, un limite alla "pene" -eliminazione della pena di morte, un limite alla produzione di armi...e così via.

Il discorso di Carney senza dubbio sveglia, ma non propone cambiamenti. 

O no?

Severo Laleo

domenica 11 gennaio 2026

Due corpi, due culture: la gioia/vita e la violenza/morte

 Il brutale assassinio di Renee Nicole Good segna e segnerà inevitabilmente la fine del potere maschile, ora nella sua ultima versione trumpiana. La sollevazione sarà generale. Specie delle donne. Niente sarà più come prima, dopo questo paradigmatico "scontro" tra due mondi. Il processo di civilizzazione, nel suo farsi, è inarrestabile, ed è quindi sicura la fine della violenza maschile. E del suo potere politico.

Il fatto emblematico è questo: nel 2026, nell'era di Trump e dei suoi seguaci, si scontrano, in una strada di Minneapolis, due corpi e, insieme, due visioni del mondo, due culture. 

I due corpi, cioè le due strutture umane, sono, da una parte, un viso solare, una mano fuori dal finestrino dell'auto in segno di apertura e intenzione di dialogo, senza paura dell'"altro", e, dall'altra parte, una struttura umana chiusa in sé stessa, rigida, impaurita, pronta a usare la violenza dell'arma, protesi del suo "essere", incapace di parola. 

Da una parte, un dire: "...non sono arrabbiata con te!", dall'altra un insulto, "fottuta stronza".

È un terribile scontro, drammatico, in questo caso, fra il corpo femminile e il corpo maschile, tra un corpo femminile, interprete di una cultura della parola, e un corpo maschile, interprete dell'istinto della violenza/dominio. 

Si sa, esistono corpi femminili, tutti al maschile, e corpi maschili, tutti al femminile: il confronto è sempre tra due "sentire", tra due interpretazioni della relazione, tra la "mitezza" (M.L. Rodotà) e la violenza. A prescindere.

Forse è ora di provare a espellere dalla storia il dominio maschile con le sue terribili imprese violente.

O no?

Severo Laleo