domenica 27 dicembre 2020

Se la robinia non ha spine (a Rosa Luxemburg)

 




Nelle Lettere (dal carcere) a Sophie, la sua più cara amica, 

e moglie di Karl LiebknechtRosa Luxemburg spesso e volentieri 

si trattiene, sospesa tra cielo e terra, insieme a alberi e uccelli,

trascinata da meraviglie di colori e da cinguettio di canti, a descrivere 

la natura intorno a lei, a prescindere dalla situazione locale del suo carcere,

con o senza giardino, con il verde vicino o lontano.

La natura, di piante e di animali, è sempre amica,

in un rapporto di intensa empatia da sembrar reciproca.

E veramente soffre fino al pianto nel leggere del lento

estinguersi di uccelli canori in Germania, a causa di nuovi

processi colturali, paragonando quest’estinzione

alla cacciata crudele e silenziosa dei pellerossa del Nordamerica

a causa dell’intervento di uomini civili.

E non "ha pace" se non sente l'"eccitato chiacchierio" dello stornello,

perché potrebbe essergli successo qualcosa di male e aspetta tormentandosi

"che si rimetta a fischiare le sue idiozie", così sa che tutto va bene.

In questo modo io, dalla mia cella, sono legata da ogni parte,

con sottili fili diretti, a mille creature grandi e piccole e reagisco

a tutto con l’inquietudine, il dolore, i rimproveri a me stessa…

E trae dalla natura anche la forza per guardare avanti

e dare conforto alla sua Sophie, con queste parole: “Anche lei

è uno di questi uccelli e creature per i quali io da lontano

vibro intimamente. Io sento come lei soffre del fatto

che gli anni passano irremissibilmente senza che si viva.

Ma pazienza e coraggio! Noi vivremo ancora e assisteremo

a cose grandi.



E’ rivoluzionaria Rosa Luxemburg anche nel suo modo “giusto

di guardare alla vita: la noia, la solitudine, le tenebre non piegano

il suo sguardo ammirato verso la vita, la vita nella sua essenziale sostanza.

(“E’ il terzo Natale in gattabuia...qui io sto distesa in silenzio, sola,

avviluppata in questi molteplici panni neri di tenebre, noia,

mancanza di libertà dell’inverno; e ciò nonostante il mio cuore

batte per una incomprensibile, sconosciuta gioia intima,

come se camminassi nella luce piena del sole su un prato fiorito.

E nel buio sorrido alla vita, come se conoscessi un qualche segreto

magico che sbugiarda tutto il cattivo e il triste e lo trasforma

in chiarità e felicità...Credo che il segreto non sia altro che la vita

stessa, le profonde tenebre notturne sono così belle e soffici

come velluto solo se uno guarda nel modo giusto.”)

E sinceramente colpita, ad esempio, dal dolore dei bufali,

bastonati nel cortile del carcere, selvaggiamente, sa distinguere

tra la rozzezza degli uomini, barbari, e il diritto pieno di ogni animale,

di ogni essere vivente, all’integrità della propria vita. 

Proprio per mano di barbari, troverà la morte Rosa la rivoluzionaria,

di lì a poco.


In una delle sue lettere Sophie parla a Rosa della pettoria,

a suo dire un genere di acacia. Rosa non conosce la pettoria,

ma si interroga e così risponde: “Vuol dire che ha le foglioline

pennate e i fiori a farfalla come la cosiddetta acacia?

Lei sa probabilmente che l’albero correntemente così chiamato

non è affatto l’acacia, ma la robinia…” E qui si ferma,

senza ricordare della robinia le insidiose spine,

a tradimento pungenti; al contrario continua a ricordare

la vera acacia, la mimosa, “con i suoi fiori giallo

zolfo e un profumo inebriante”,  anche se non riesce a immaginarla

fiorente a Berlino. Ma intanto il colore vitale ancora irrompe 

nella sua esistenza chiusa nel buio del  carcere.

Forse quest’ammirazione, intrisa di sensibilità viva e attenta osservazione, 

della natura è il migliore antidoto a ogni forma subdola e insinuante

di scoramento, di depressione e di calcolo suicida.

Specie se la robinia è senza spine.

O no?

Severo Laleo

venerdì 18 dicembre 2020

Julian Barnes, Il senso di una fine

 Finalmente ho finito di leggere Julian Barnes, Il senso di una fine

Le letture a strappi, con pause non brevi, non favoriscono la piena 

comprensione di un racconto, di una storia, specie se la storia, 

il racconto utilizzano molto i rimandi temporali giocati sull’onda dei ricordi. 

Nonostante tutto, la lettura è stata gradevole. Sa scrivere Barnes; 

la sua scrittura è intrigante, avvolgente. Credo sia la sua un’abilità costruita 

nel tempo con l’esperienza del mestiere e con la sapienza della vita. 

Eppure qualcosa non mi convince. Sia chiaro, non ho gli strumenti minimi 

per esercitare una critica consapevole, informata, verificabile, 

ma quel che la mia mente, non so se d’istinto, richiede per essere sazia 

non è stato portato a tavola. Questo Tony Webster, un mio coetaneo, 

mi pare chiuso totalmente nel suo bozzolo degli anni giovanili, 

e tutta la sua vita successiva di “maturità” sembra essere un accidente 

secondario rispetto alla dimensione vitale degli anni del liceo. 

Dominato da questa visione, Tony racconta tutto sé stesso attraverso le presenze 

dei suoi incontri: Veronica, la famiglia di Veronica, Adrian, Margaret, 

tralasciando gli amici di contorno. E sembrano a me presenze non vive 

di una propria autonomia, sembrano abbozzate e tutte rimpastate nei ricordi

in rincorsa tra loro secondo situazioni e stati d’animo. In più, Barnes sembra 

alla fine tutto preso dall’obiettivo di costruire un “giallo”, a partire da un suicidio. 

E presto quest’obiettivo diventa il filo rosso della sua scrittura. 

Per intrappolare il lettore. Bravo, senza dubbio, non si può non dire piacevole, 

ma non mi basta. Anche se tante osservazioni sparse durante il racconto 

aprono spazi a più ampie riflessioni, e di questo gli sono grato.

sabato 5 dicembre 2020

Biden, Harris e la sperimentazione del bicratismo

 La guida duale, di un uomo e una donna insieme, al vertice del governo

di un paese, è oggi in via di sperimentazione negli Stati Uniti.

A dire il vero, questo tipo di sperimentazione non nasce da un meditato

progetto politico-istituzionale, ma è un esito insieme del caso

e di una serie di congiunture favorevoli.

La più importante forse tra le congiunture,

almeno in questa situazione particolare della elezione della Presidenza Usa,

è da scorgere nella cultura politica della persona Biden, per storia, educazione,

ora anche per età, estranea non solo al narcisismo violento del Maschio Alfa

(ancora tanti in giro nei governi per il mondo!), ma anche al leaderismo

carismatico degli innovatori illuminati.


Nell’ascoltare la dichiarazione di Harris, la sperimentazione

di una “guida duale”, alias “bicratismo”, pare sia negli accordi

tra il Presidente e la sua Vice: una rivoluzione!

Eccole (da Openle parole di Harris, gioiosamente sufficienti per capire

l’importanza dell’innovazione.

E l’intervistatore, che vuol capire fino in fondo il ruolo di Harris,

se di semplice silenziosa presenza impegnata in altri compiti,

è anche “cattivo” nella sua domanda alla presenza di Biden, perché afferma

quanto sia stato poco ascoltato Biden ai tempi della sua VicePresidenza

dal “suo” Presidente Obama; e Obama era un leader carismatico illuminato!


Chissà, forse sarà Biden, leader senza carisma, a tentare una “rivoluzione”!

O no?

Severo Laleo

Alla vice presidente Harris è stato chiesto invece se avrà un portfolio specifico da gestire, e se sarà l’ultima con cui Biden parlerà prima di prendere qualsiasi decisione. Harris ha risposto così: «Il presidente eletto, fin dal primo giorno in cui mi ha chiesto di far parte del ticket, è stato molto chiaro. Io sarò la prima a entrare e l’ultima a uscire dalla stanza. Quindi su tutte le questioni che riguardano la vita dei cittadini, noi saremo dei partner completi. Ci sarò su tutte le priorità, per supportare lui e il popolo americano».

giovedì 3 dicembre 2020

Il Capo, il limite, la guida duale

 





"Hail to the chief" squilla la suoneria del Governatore dell'Arizona.

A chiamare è il grande Capo, Trump. Ma il Governatore (Ducey)

non risponde, perché, impegnato a dare certificazione ai risultati elettorali

del suo Stato, intende svolgere il suo compito nel rispetto della legge,

senza interferenze. Ducey dimostra di riconoscere nella legge

il limite al suo agire. Il “Capo” è capo fino a un certo punto.

Eppure la suoneria "Hail to the Chief", soprattutto per lieto segno distintivo,

è stata scelta dal Governatore proprio per non perdere mai una chiamata

da parte del suo "Chief". Ma il richiamo del suo Capo non altera

il suo senso del dovere.


L'idea (ormai antica) di avere un Capo è purtroppo radicata nella mente

di tante e tante persone nel mondo. Troppe. Per fortuna, quel Capo

dell’allegra marcia presidenziale, almeno per molte altre persone,

forti di carattere e consapevoli delle proprie responsabilità,

non ha il potere di stravolgere quella serietà di comportamento,

dovuta prima di tutto, al di là dell’obbligo di legge, al rispetto della comunità,

serietà per la quale il Capo passa in secondo ordine.


Mentre tutti i big del Partito Repubblicano tacciono, qualche “funzionario”

di periferia sa bene cosa dire e come, senza alcun timore.

E’ il caso di Gabriel Sterling, che, visto il silenzio, pericoloso e complice,

del Presidente in carica e dei senatori repubblicani del suo Stato

di fronte alle dichiarazioni deliranti e violente di un fanatico avvocato

sostenitore delle infondate accuse trumpiane di frode elettorale,

appassionatamente dichiara: “Si è andato troppo oltre!

E’ un dovere porre un limite.” Altrimenti ci scappa il morto.


E proprio qui sta il senso della democrazia e della sua interiorizzazione

da parte di un popolo: dove un “chief, tremendo e senza scrupoli,

privo di una cultura del limite, ordina azioni contro l'anima di una comunità,

contro le leggi di uno Stato, e, nonostante la sua forza di minaccia,

non ottiene ubbidienza passiva, là, proprio là, può solo crescere e migliorare

la democrazia.


Ma la democrazia ha bisogno di progredire anche discutendo nuove regole

per il futuro, e non solo di tipo di tecnica elettorale.

Ad esempio, 1: un "Trump", in questo caso il nome serve solo per dire

semplicemente, un "Capo", in una democrazia civile non può andare,

impunemente, oltre il limite di un discorso corretto e rispettoso 

di norme e persone;

2. in una democrazia aperta e trasparente, dove ognuna/o partecipa

alla realizzazione del bene comune con la sua singolarità irripetibile,

la ricchezza di ogni singola persona, certa e controllabile, non può andare

oltre un limite "x" di volta in volta fissato per legge;

3. l'idea, e il nome, di Capo, avendo un'origine segnata terribilmente 

da arroganza e violenza, indissolubilmente legata alla storia 

del maschilismo, dovrebbe subire un  aggiornamento per rispondere 

alle esigenze di una democrazia avanzata

dei nostri tempi. Chissà, forse per la prima volta nella storia politica

e istituzionale, se la collaborazione tra Biden e Harris sarà piena e totale, 

per una serie di motivi dati, non proprio cercati, avremo, 

al vertice del più grande, per molti aspetti, paese del mondo, gli USA, 

non un Capo, ma una guida duale, un uomo e una donna.

Una rivoluzione contro il monocratismo maschilista a segnare 

la fine di ogni pericolo di autoritarismo in capo a un Maschio.


O no?

Severo Laleo