domenica 29 ottobre 2023

La pace non è mestier di uomini (maschi). La parola alle donne (femministe)

 Trovo per caso su Facebook questo commento di Nicky Politi a un post
di Marina Terragni. (Spero di non incorrere in errore citando post
da Facebook!) L'argomento in realtà riguarda le molestie sessuali.
(Racconti dolorosi: le vittime di molestie -provo profonda tristezza-
sono più di quanto la mia immaginazione potesse contarne!)
Eppure Politi riesce a trovare, a ragione secondo il mio sentire,
un legame, non credo inavvertitamente, tra molestie, maschi e guerre.
Ecco il commento: "Brava Marina, che coraggiosa. Ognuna di noi
potrebbe scrivere un libro sulle molestie subite. Il limite del pericolo
è strettissimo. Siamo state fortunate a rispedire al mittente?
Siamo state forti? O forse abbiamo solo trovato uomini più indecisi?
Chi lo sa. Guardo queste immagini di guerra e vedo uomini, uomini,
uomini. Ma dov’è la voce delle donne in queste guerre?
Solo madri e mogli intervistate mentre piangono? Ieri servizio
sulle riserviste israeliane, declamato dal giornalista con un’enfasi
da gioventù hitleriana. Facciamo come le islandesi,
uno sciopero delle donne".
Sì, manca in questo momento la voce delle donne contro la violenza, da qualunque parte
arrivi, e, di conseguenza, manca la voce delle donne contro le guerre.
Nel dire "voce" intendo la cultura femminista con tutta la sua tradizione
di impegno per la pace e di alto, meditato, quasi sempre rispettoso, esercizio
della "parola". Sì, fare come le Islandesi, uno sciopero delle donne!
Da sempre gli uomini lottano e si scannano letteralmente per il potere,
perché non conoscono le strade per dare senso all'incontro di "parola",
e, pure quando riescono a trovare un'occasione di scambio di "parole",
ben sanno trattasi semplicemente di una pausa nell'eterna lotta
per il potere. E in questi ultimi tempi, se la democrazia in quanto sistema
rischia un incredibile fallimento, è sempre per l'acceso e irrefrenabile intervento, senza limiti, nell'agone politico, di personalità
comunque violente e "maschie" (nel dire "maschie" non si pensi esclusivamente a un genere, si allude piuttosto alla cultura del maschilismo a prescindere dal genere).
Ben venga un grande sciopero: le manifestazioni sono sempre utili
per dare una qualche svolta agli eventi.
Se non ora, quando?
O no?
Severo Laleo

PS Forse anche le "parole" di Kamala Harris già soffiano un suono diverso rispetto
ai proclami di forza e vendetta e distruzioni esemplari da parte dell'uomo Netanyahu. Eccole: "Israele senza alcun dubbio ha il diritto di difendersi. Detto questo, è molto importante che non vi sia alcuna confusione tra Hamas e i palestinesi. I palestinesi meritano pari misure di sicurezza e protezione, autodeterminazione e dignità, 
e siamo stati molto chiari sul fatto 
che le regole della guerra devono essere rispettate e che devono arrivare aiuti umanitari."  Niente di nuovo, eppure solo un suono diverso è utile via ai cambiamenti.

sabato 28 ottobre 2023

L'ottimismo di Piero Gobetti

Caro Scapece,
sai, ho finito ora di leggere anche un'altra biografia
di Piero Gobetti "La vita di Piero Gobetti", scritta da Umberto Morra
di Lavriano e uscita nel 1984.
Mentre la biografia di Pianciola, molto utile e chiara e ricca di preziose
foto, rimane un ottimo testo di documentata ricerca storica,
questa di Morra, pur nell'obbligo dell'analisi delle fonti, appare
senza dubbio molto partecipata, e a tratti coinvolgente; Morra, si sa,
è persona che ha conosciuto direttamente e bene Piero, appartiene
alla cerchia degli amici sin dall'ottobre del 1922, e non manca quindi,
nel raccontare, di far sentire la sua presenza viva con annotazioni
e giudizi, comunque siano, anche severi, ma sempre puntuali,
preparati con garbo, e di felice scrittura.
Vorrei segnalarti qui solo due punti, e lascio da parte, anche se,
devo dirti, è molto bello da leggere, il capitolo "L'incontro con Ada".
Ecco il primo punto.
Sono stato favorevolmente colpito dal fatto che Morra attribuisca
a Gobetti un ottimismo pieno, correggendo un suo primo giudizio
espresso in occasione della commemorazione di Piero
sulla "Fiera Letteraria", all'indomani dell'improvvisa morte.
(Parlò allora di pessimismo gobettiano!)
In verità tutto il volume, in ogni "capitolo" della vita di Piero,
è un sottolineare continuamente, in qualunque attività Piero si cimenti,
l'intenso suo lavoro e il grande suo entusiasmo. Ma se leggi le pagine
43,44,45 (controlla, e dimmi se riesci a leggere il file che ti ho inviato)
potrai direttamente capire, condividere e apprezzare la finissima analisi
di Morra. Scrive Morra: "L'ottimismo gobettiano era stato una rivalsa
e una negazione della faciloneria romantica, degli ideali avulsi,
delle illusioni a buon mercato. Era fondato su un apprendimento
costoso della realtà, su esperienze non epidermiche né sbadate...
Senza la forza dell'ottimismo, cioè di una fondata aspettativa
di risultati e della convinzione di essere presente alla vita
che si andava svolgendo e non lo contaddiceva, come avrebbe potuto
predisporre la sua attività e addirittura esporre fino in fondo
il suo confidente pensiero?" E questo è solo l'inizio!
Ritorna, nel capitolo "L'occupazione delle fabbriche", un'altra
dimensione dell'ottimismo gobettiano.
Ora ti trascrivo il brano: "Il suo ottimismo era la carica vitale
che lo spingeva al lavoro, che incarnava per lui
le prospettive future. Sapeva anche lui (forse non proprio allora,
giovanissimo com'era, ma l'avrebbe saputo presto) che esse erano
lontane, ma non se ne adontava o se ne crucciava, non aveva
da raggiungere traguardi personali (nemmeno quelli di una cattedra!),
scriveva -e viveva- per la storia. E la storia, possiamo pur dirlo
senza peccare di infatuazione, gli ha dato ragione".
Non si può non essere d'accordo.
L'altro punto sul quale vorrei attirare la tua attenzione è il giudizio,
a mio avviso molto preciso, lucido ma emotivamente molto sentito
(almeno mi piace immaginare), espresso sulla personalità di Piero
da Barbara Allason nel suo libro "Memorie di un'antifascista"
(e il richiamo all'antifascismo è la cifra assoluta per comprendere
l'esito inevitabile del "mondo" gobettiano nel suo farsi): "Furono
le sue prime campagne qualche volta ingiuste -egli era tanto giovane
e poteva errare- mai mosse da personale superbia o vanagloria,
meno che mai dal personale interesse, sempre da questo anelito,
a purificare, svecchiare, snidare i comodi, i pavidi, i transigenti,
gli uomini dalla coscienza elastica [espressione intensa: oggi
la "coscienza elastica" è giunta al governo del paese!], per instaurare
la disciplina dura, la lotta, l'affermazione delle proprie convinzioni
e della propria attività a costo di farsi dei nemici, di pregiudicarsi
la carriera e gli affari".
Credo abbia proprio ragione Allason.
O no?
Stammi bene
il tuo Severo
PS Eppure mi piacerebbe capire di più circa l'origine e il senso di quell' "anelito".


sabato 21 ottobre 2023

Un invito alla lettura per il "metodo Gobetti"

 Caro Scapece,

non so se avrò la tua approvazione, non so se vorrai comprendere
le mie pensate "pensionate", ma ho deciso di riprendere gli studi
(dai, si fa per dire) su Piero Gobetti.
Ho ripreso infatti il bel libro, scritto molto bene, di Cesare Pianciola,
"Piero Gobetti. Biografia per immagini" (ma non solo).
La prima edizione è del 2001, presso Gribaudo.
Quando si legge con la fretta di inseguire qualche interesse vivo
del momento, si trascurano a volte altri utili passaggi.
La prefazione di N. Bobbio (e Bobbio è sempre illuminante), questa
volta mi è giunta anche come un suggerimento di ricerca
(almeno spero). In altra occasione vorrò parlartene.
Scrive Bobbio a inizio della Prefazione: "Se ci domandiamo le ragioni
del sempre rinnovato interesse per Gobetti penso che si dovrebbe
rispondere brevemente in questo modo: ci rendiamo sempre più conto
che gli anni dal 1919 al 1925 sono stati anni decisivi per la storia
del nostro paese, e sono stati decisivi perché in essi si è consumata
ed esaurita la vecchia classe dirigente, in parte assimilata,
in parte eliminata dal fascismo, mentre la giovane generazione
antifascista proponeva, nella lotta contro il regime, tutti i problemi
di critica e di rinnovamento dello stato italiano, che sono ancora oggi
i nostri problemi.* Di quegli anni Gobetti è stato una delle voci
più appassionate, uno degli interpreti più chiaroveggenti,
uno degli scrittori attraverso cui meglio si rivela la lotta tra il vecchio
ed il nuovo, la fine di una classe dirigente incapace di dominare
gli eventi, e il sorgere di una nuova, che viene allora sconfitta, ma getta,
durante la battaglia, semi così resistenti che lungo inverno del regime
non riuscirà a sopprimere, e germoglieranno nella Guerra di Liberazione
e nella instaurazione di una vita democratica del nostro paese.
L'identificazione dell'opera di Gobetti con la vita italiana di quegli anni
è tanto più completa in quanto nessun altro contemporaneo ebbe
ad iniziare ed a concludere il proprio ciclo di scrittore in quell'arco
di tempo, tra il 1918 e il 1925: tutta la sua opera si iscrive
in quell'orizzonte di uomini e di eventi, vi aderisce così perfettamente
ed intimamente da poter essere considerata oggi con uno
dei commentari più drammatici e illuminanti di quella storia."
Perfetto, no?
La lettura scorre gradevole e quasi nulla manca per un'essenziale sì,
ma completa, biografia. Per non dire dell'ottimo apparato iconografico,
spesso coinvolgente emotivamente.
Eppure su un altro passaggio, grazie a una per me intelligente scelta
di Pianciola, vorrei attirare la tua attenzione di uomo di scuola.
Questo, a pagina 194: "Io non credo -scrive Elsa Dallolio
in una lettera del marzo 1920 a Gaetano Salvemini-
che la nostra azione avrà un risultato immediato:
noi dovremo prima di raccogliere preparare i giovani, diffondere
il metodo Gobetti per un'educazione politica che manca ancora
tra i giovani - essere volta per volta freno e propulsore di altri partiti."
Dovremmo essere contenti noi due: il nostro lavoro a scuola,
rispettoso oltre ogni scrupolo della libertà delle/dei discenti,
ha inverato il qualche modo il "metodo Gobetti",
quando all'insegnamento delle "grammatiche" si associava
l'"educazione politica", e i riscontri ancora oggi tra nostre/i
ex allieve/i sono di una grande e forse ingenua
gratificazione. (E tu ricorderai anche il mio impegno irrinunciabile
a distribuire ogni anno a tuttə, a scuola, il testo della Dichiarazione
Universale dei diritti umani e a dedicare ogni anno una giornata intera
per tuttə, a scuola, alla sua lettura/commento!)
Che dirti? La biografia di Gobetti non la puoi leggere senza proporti
l'impegno, vissuto da Piero con intransigenza, di continuare a coltivare
la "passione libertaria", con l'intento di renderla possibile,
per condizioni soggettive e per strutture politiche e sociali, a tuttə.
O no?
Buone cose, il tuo Severo

*E oggi ancor più che mai!

venerdì 20 ottobre 2023

Palestina/Israele: il femminismo e la via della parola

 



A veder dall’alto, con gli occhi di un satellite, 

in un trascurabile fazzoletto della nostra Terra, 

al confine tra due popolazioni (di persone) 

lungo una sottile striscia di terra, 

ha il dominio terrribile la morte, 

caparbiamente inseguita, e diffusamente elargita, 

da uomini, maschi, a persone di ogni genere, età, 

e visione di vita. E’ all’opera, in quel fazzoletto 

della nostra Terra, l’atrocità dell’odio dell’uomo 

contro l’altro uomo, a motivo di Potere, 

garantito solo dall’eliminazione dell’altro.

A veder con gli occhi della Storia, le esplosioni di violenza, 

a volte inimmaginabili e orrende, pur dai nomi diversi,

genocidio, guerra, aggressione, rivoluzione, terrorismo, 

si susseguono senza sosta con il ritmo altalenante, 

sempre uguale in sé, del dar morte e del chieder vita, 

in un banale inseguimento tra guerra e pace. 

Senza fine. Ogni pace viene così a fondarsi sulla morte.

Una pace foriera di altra morte.  Comunque. 

Continua, a ben vedere, con armi 

sempre più avanzate il primordiale duello corpo 

a corpo tra fratelli su una linea di confine per terra. 

Fratelli, uomini, maschi.

Ancora oggi tutta la nostra cultura “umana”, 

a occidente e a oriente, a nord e a sud, 

è tutta immersa in questa logica inevitabile 

dell’esercizio della “forza” nella difesa di un bene, 

di un confine, fino all’eliminazione, con ogni modalità,

dell’altro, nel rispetto del perenne “duello” 

per raggiungere il Dominio.

Possibile sia questa l’unica logica “umana”? 

Sono d’accordo anche tutte le donne, 

femministe e non? Esiste una via d’uscita? 

A cura, per iniziativa di chi?

E’ successo da poco, in quel fazzoletto della Terra, 

da parte di un gruppo di terroristi, un attacco 

di feroce violenza, senza limiti, contro persone inermi:

condanna da una parte, esultanza da altre parti. 

Chi condanna ritiene necessaria, giustificata, legittima 

la reazione almeno di pari “forza”, con altra morte 

a seguire. Inevitabile secondo la nostra idea “umana” 

di difesa legittima. Nessun dubbio. 

Il dolore per tanta morte causata spinge a organizzarsi 

per produrre altra morte. E altra morte chiede anche 

chi esulta. La spirale è senza fine.

Esisterà un’altra cultura per porre fine al massacro? 

Esistono altri soggetti in grado di esprimere 

un’altra cultura? Per uscire dalla spirale, è lecito, 

anzi d’obbligo, tentare altre strade, coinvolgendo 

il pensiero/azione femminista.

Solo la persona/popolazione offesa può essere 

nelle condizioni di chiedere il perché della violenza, 

aprendo alle parole senza armi. 

Tocca la cura alla persona ferita, non il diritto 

di procurare altre ferite. Ha il femminismo la “forza” 

di partire dalla ferita per andare oltre?

E chissà se incontri continui, in piena guerra 

e/o durante una fertile tregua, tra delegazioni di donne

 femministe della Palestina e di donne femministe 

di Israele, non abbiano a inventare la “via della parola” 

contro ogni ipotesi di massacro, magari proponendo 

percorsi di convivenza.

Immaginare (e praticare) il cambiamento non è fuori luogo, 

specie quando tutto sembra cadere nel vortice 

della sofferenza degli errori del passato, identici a sé stessi.

O no?

Severo Laleo