giovedì 6 agosto 2026

"Il limite non è il contrario della forza. È la forma più alta della sua legittimazione democratica"

 Il titolo di questo post è la conclusione, a mio parere condivisibile, di un articolo-saggio di Cecchino Cacciatore pubblicato su Questione Giustizia online, editata dall'Associazione Magistratura Democratica, nel caldissimo Luglio 2026.

L'articolo-saggio verte soprattutto sul tema "legittima difesa", a partire da un caso di cronaca recente, ma va oltre il singolo caso per svolgere una serie di riflessioni,  storicamente documentate, sul tema del rapporto tra "forza e limite".

La lettura dell'articolo risulta utile, interessante e gradevole; la persona interessata ha questo link a sua disposizione. 


Ma qui si vuole aggiungere altro e si chiede se è possibile, per consolidare la nostra civiltà del diritto (e della democrazia), porre un "limite" alla "forza" soltanto in tema di "difesa legittima", un limite cioè contro una forza fisica di aggressione attuale e personale o anche contro altre "forze", di altra natura, magari socialmente persistenti, le quali comunque vengono a minacciare la vita/libertà delle persone? 

In breve, si chiede: è possibile provare a fondare, sulla scia ora delle riflessioni di Cacciatore, una "cultura del limite", in grado di imbrigliare ogni "forza-potere" minacciante la convivenza in una rete appunto di limiti, da seguire/aggiornare in continuità?

Proviamo a entrare nel merito solo con qualche esempio.

La "forza-potere" del denaro da parte di singoli o gruppi, spropositata e fuori controllo, senza limiti appunto, può minacciare la libertà delle persone? Può essere, simile forza, persino un pericolo per la vita delle persone? E può travolgere, intervenendo nel gioco elettorale, e non solo, le regole faticosamente costruite da parte delle nostre democrazie ancora fragili? (Tra l'altro le forme attuali di democrazia sono ancora a trazione esclusivamente maschile: la democrazia paritaria uomini-donne e il bicratismo non ancora paiono obiettivi di un avvenire prossimo). 

Non esistono dubbi (ed esistono studi) al riguardo: la forza del danaro (la fame dei soldi) è una forza terribilmente condizionante i diritti di  libertà, a ogni livello e sotto qualunque spoglia, spesso dalle multiformi giustificazioni.

In una democrazia moderna porre un limite alla forza denaro è un obiettivo politico fondamentale per l'estensione delle libertà di tutte/i. Nei parlamenti si discute di tutto, ma non di porre limiti, con ogni strumento possibile, alla ricchezza; eh, sì, perché i possessori di patrimoni spropositati sono riusciti a convincere la maggioranza delle persone della sacra intangibilità dell'oro! E hanno investito molto per raggiugere questo risultato, penetrando a fondo nella "mentalità" comune.


Altrettanto potente, spropositata, senza limiti appunto, è la "forza" della miseria/povertà, dell'assenza cioè di denaro/risorse da parte di singoli o gruppi, che il problema non è più solo la minaccia alla libertà personale, quanto il diritto stesso alla vita. E quale democrazia reale è possibile costruire quando milioni di persone soffrono la miseria? Non si muovono forse migliaia e migliaia di persone dal "sud misero" del mondo verso il "ricco nord" in cerca semplicemente di un'opportunità di "vita"? Non è forse necessario per il bene di un'intera mondiale "comunità di persone", a prescindere da storia e geografia, porre dei limiti, con interventi di una politica ad hoc, all'inferno della miseria/povertà? O si crede ancora a una povertà figlia della colpa? O si ha ancora paura di "soccorrere" chi è nel bisogno con una serie di infingardi pregiudizi? O si crede ancora possibile porre i "poveri interni" contro i "poveri esterni", fomentando campagne d'odio? E' possibile, per la nostra civiltà, continuare a erigere solo muri di sbarramento a difesa dell'orto del nostro benessere, e continuare a dimostrare penosamente, con i fucili in mano, di non saper affrontare e risolvere il problema dell'urgenza della miseria, né di saper guardare al futuro definendo sul piano internazionale un'organizzazione razionale di accoglienza?

No, l'umanità è in grado di affrontare il problema e di trovare una soluzione, perché non può continuare a essere schiava della paura ciclica tra governanti (soprattutto) e governati: al contrario, è facile porre un "limite" alla "forza" della povertà! Basta un cambiamento di prospettiva e culturale. Appunto.


Infine, che dire della "forza" senza controllo, spropositata, appunto senza limiti, esercitata a più mani, da singoli e da gruppi, con ogni mezzo, con la partecipazione consapevole e inconsapevole questa volta di tutte/i, nei confronti della natura e dell'ambiente? Non è forse il caso di imporre con determinazione il rispetto di limiti oltre i quali il ritorno diventa impossibile? 

Forse è proprio a partire dalla cura dell'ambiente, nel suo significato "globale", che credo sia possibile definire/sviluppare/estendere una "cultura del limite" quale patrimonio etico-politico della civiltà e della democrazia.

O no? 

Severo Laleo





La miseria è una condizione di limitazio

martedì 14 aprile 2026

Elly Schlein e la dignità della politica

 Oggi, dopo l'intervento alla camera di Elly Schlein, forte, determinato, senza alcun distinguo, in difesa del governo italiano e della persona della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dagli attacchi irricevibili di Trump, ho ritrovato la piena certezza di aver scelto la persona giusta, quando, superando d'istinto una pericolosa rassegnazione, si è usciti in tante/i di casa per votare per la segreteria del PD. 

Elly Schlein ha dimostrato, in particolare oggi, di avere un alto senso della Politica e un sincero, profondo rispetto per le Istituzioni. 

La "serietà" è il tratto distintivo irrinunciabile nell'agire politico; si può anche sbagliare, apparire tormentati di fronte a scelte e decisioni, ma se si ha la "serietà" (viene alla memoria Gobetti) tutto diventa chiaro, trasparente e senza inganno.

Oggi in Parlamento Elly Schlein ha dato un suo fondamentale contributo alla dignità della Politica. E forse, sempre oggi, alla Camera, ha parlato per la prima volta da Presidente del Consiglio.

O no?

Severo Laleo

lunedì 23 marzo 2026

Referendum e innovazione politica: dal "leader" alla guida duale uomo/donna

Mentre si scrutinano le ultime schede del Sì e del No, è bene fare

qualche riflessione politica.

A caldo. Soprattutto dopo l'intervento di Conte a commento del voto.

Il presidente Conte, considerata la vittoria notevole del Fronte del No,

al di là delle dichiarazioni di rito, entra subito nel merito della lotta politica

e invita tutta l'opposizione a lavorare celermente per costruire

un programma comune. E cmq dichiara di essere già al lavoro

con il suo M5S in tutta Italia per una campagna di ascolto tra le/i cittadine/i

e di confronto aperto per definire proposte concrete di programma.

Esorta quindi il Fronte del No a organizzare le primarie, aperte,

con regole precise, per la scelta del/la premier.

E fin qui va bene, nulla di nuovo, solo un'accelerazione a unire le forze

d'opposizione sia per l'elaborazione del programma di governo sia,

appunto, per la scelta della premiership.

E' inutile dire: la fissazione, soprattutto in Italia (ma non solo), per giungere

a scegliere un/a capo/a con funzioni di guida forte e illuminata e magari

con doti carismatiche è dura a morire.

Ma perché non riusciamo a fare, in democrazia, una riflessione storica, etica

e politica sull'idea di leader unico? Esiste o no una correlazione statistica

tra grandi leader carismatici, trascinatori di folle, e grandi disastri umanitari?

Perché non si sottopone a critica laica e razionale l'idea, ancora troppo

spesso esaltata e invocata, del "capo solo al comando", decisionista,

lavoratore instancabile, sempre a testa alta, "che ci mette la faccia"?

(Chi avrà sdoganato per la Politica questa becera espressione

senza senso e volgare?)

Perché non vedere cosa è diventato il mondo oggi nelle mani di "leader"

quali Trump, Netanyhau, Putin (giusto per citare qualche criminale

eletto dal popolo quale "capo" di governo)?

E non è forse chiaro a tutte/i, specie in questi tempi così rovinosi

per la democrazia, quanto questo insistere sulle doti di comando

di un capo, seppure scelto/eletto, si accompagni a una ripresa/diffusione

di una cultura maschilista e patriarcale, stupida e prepotente, tutta centrata

sull'idea di risolvere ogni problema con la forza?

E la nostra Presidente del Consiglio, anche se è una donna,

con tutte le sue libertà personali di donna, non esprime forse una sua cultura

politica prigioniera della visione/azione patriarcale?

Forse tocca alle forze genuinamente democratiche, qui da noi di centrosinistra

-e la vittoria del No esprime una forte volontà di difendere le libertà costituzionali,

specie da parte di nuove generazioni-, avviare il cambiamento e definire

la questione della ricerca del "leader carismatico", con o senza "primarie",

un falso problema; anzi credere di risolvere un problema cruciale,

ai fini del risultato elettorale, con la scelta del leader è fuorviante

per un popolo maturo sul piano della democrazia.

L'idea stessa di un capo, di una guida solitaria -quasi sempre un maschio-

è l'esito storico-istituzionale della cultura patriarcale.

Purtroppo dominante e minacciante.


Tocca al campo largo innovare e non lasciarsi incatenare

da tradizioni vetuste e oggi molto pericolose. (E trovasi forse

il campo largo in una condizione favorevole per sperimentare nuove forme

oggi di conduzione politica di una coalizione e domani del governo.)

Salva l'idea democratica fondamentale della collegialità decisionale tra alleati,

si sperimenti finalmente l'affidamento della guida politica del centrosinistra

a un coppia (un uomo e una donna), nel caso, a Schlein e Conte,

quali responsabili dei due partiti maggiori della coalizione, con pari facoltà.

La democrazia ha bisogno di una visione più ampia, di occhi di genere diverso,

nelle proposte di decisioni, rispetto alle intuizioni illuminate (?)

di una singola persona.

Bisogna superare l'antica, superata, violenta (perché fondata

sull'oppressione delle donne) idea di affidare decisioni politiche importanti

a un "capo", spesso titolare di un potere oltre i limiti, grazie a un timore

reverenziale, quando non vile, dei suoi "seguaci" e della sua "parte".

E forse le persone votanti, al di là degli schieramenti di partito,

troverebbero nella guida duale un elemento di stabilità, di reciproca fiducia

e di novità democratica (capace di produrre altri cambiamenti nella composizione,

ad esempio, dei parlamenti tra uomini e donne).

O no?

Severo Laleo


P.S. Ovviamente il Presidente della Repubblica, in caso di vittoria

del centrosinistra, non potrà mai nominare Presidente del Consiglio

una "coppia", ma le forze politiche interessate potrebbero ben scrivere

regole chiare per garantire una conduzione duale del governo.

E data la pari facoltà tra i due attori responsabili della guida del Governo,

la legislatura potrebbe anche prevedere, per accordi tra le parti,

l'alternanza alla guida "nominale" del Governo.




domenica 8 marzo 2026

8 Marzo 2026: la "scuola delle ragazzine"

 Oggi, 8 Marzo, è ancora la "scuola delle ragazzine" dell'Iran.

La "scuola delle ragazzine": e muoiono di nuovo, 

già uccise dal regime, le mimose. 

Una bomba/missile intelligente, tutta maschia a ogni livello, 

dall'idea/progetto alla sua utilizzazione finale, 

uccide 140 ragazzine. 

Altre 140 ragazzine non vedranno il fior di mimosa.

Un terribile emblematico esordio di guerra dell'uomo.

Degli uomini. Dei maschi al potere. E che maschi!

Il mondo è nelle mani di una triade di criminali.

Qualunque sia il regime, democratico o autoritario, 

a governare/comandare sono sempre "capi" senza regole,

senza scrupoli, senza senso dell'umanità. Solo bulli.

E quale cultura/linguaggio: il dominio maschile

Purtroppo la servile accondiscendenza dei seguaci è uguale in ogni regime. 

Ed è spesso guidata dagli maschi oligarchi, dappertutto uguali.

S'addice al maschio la potenza illimitata.


Dove sono le persone libere? Donne e uomini?

E' necessaria una sollevazione generale di tutte le persone libere,

contro il dominio maschile, comunque interpretato.

E immagino milioni soprattutto di donne e uomini di buona volontà

testimoniare il rifiuto della guerra, della violenza maschia dei "capi",

davanti a tutte le sedi diplomatiche dei paesi in guerra, sparse nel mondo,

perché la democrazia è pace, 

la democrazia sono le persone/popoli e non i "capi",

la democrazia è disertare la guerra.


E forse tornerà a fiorire la mimosa.

O no?

Severo Laleo

martedì 3 marzo 2026

Trump, i capi pazzi, i popoli ammaliati e le istituzioni: la fine del monocratismo maschilista

Leggo ancora, dopo l'intervento di Ottorino Cappelli su volerelaluna, un altro interessante articolo sul "fenomeno" Trump di Oliviero Ponte di Pino sulla rivista DOPPIOZERO del 27 febbraio 2026. 

Il titolo dell'articolo "Trump e gli psichiatri" rende subito nota la qualità di "fenomeno" di Trump

Già dal suo inizio l'articolo riporta casi di "pazzia" di tanti sovrani nel corso del tempo: Nabucodonosor, Saul, Giovanna di Castiglia “La Pazza”, Carlo VI di Francia “Il Folle”, Giorgio III d'Inghilterra, fino al "nostro" Gian Gastone, l'ultimo dei Medici. E l'elenco si chiude, e non era possibile diversamente, con un riferimento a un altro "fenomeno", Adolf Hitler, per il quale così è descritta la diagnosi della sua "pazzia": "una miscela di disturbi della personalità e psicosi, tra cui paranoia, narcisismo maligno e tratti psicopatici". E fin qui va bene!

Definita la premessa, Ponte di Pino dedica la sua attenzione, con una nutrita serie di riferimenti testuali, alla salute fisica e mentale di Trump e scrive: "La psichiatra forense Bandy Lee, ex docente della Yale School of Medicine, ha raccolto nel volume The Dangerous Case of Donald Trump (2017)

le diagnosi di 27 psichiatri, psicologi ed esperti di salute mentale, per concludere che il presidente

non era adatto a governare e costituiva un grave pericolo per la nazione. In sintesi, Donald Trump manifesterebbe tratti riconducibili al narcisismo maligno, una combinazione di narcisismo, psicopatia, sadismo e paranoia".

Niente più? Eppure Trump "comanda"! Perché tanto è stato possibile?


Per fortuna, in mia opinione, per il docente di psichiatria Allen Frances il problema non è il "fenomeno" Trump. E Ponte di Pino riprende le parole del docente di Frances (e aggiunge dell'altro): "Oggi non subiamo più i sovrani per volontà divina e successione dinastica. Siamo in democrazia. Il problema siamo noi, gli elettori che si fanno ammaliare da queste "anime emotivamente storpie" e dai loro slogan. Trump e soci possono anche essere un manipolo di narcisisti maligni, o peggio. Ma la vera patologia è quella di nazioni che si perdono dietro a personalità tossiche, che si rispecchiano nella loro patologia. Non serve ripetersi che l'attuale inquilino della Casa Bianca è un pazzo. Il problema è politico. Forse un indizio utile ce l'ha dato nel 2017 il suo ex amico, il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, in una mail all'ex segretario al Tesoro Larry Summers, quando è sbottato “Il mondo non capisce quanto è stupido Trump”. Il problema, avverte de Vries, è che è quasi impossibile liberarsi di un narcisista maligno, una volta che ha assunto posizioni di vertice, anche perché si circonda di un seguito adorante che alimenta i tratti peggiori del suo carattere". 


E' un passo avanti, certo, spostare l'attenzione dal "sovrano", dal "capo pazzo", al corpo elettorale, tanto debole da lasciarsi "ammaliare" da queste "anime emotivamente storpie", o, addirittura, alla "patologia delle nazioni".

Ma si tratta di un passo troppo piccolo rispetto al vero problema culturale e istituzionale: 1. per cultura continuiamo a credere che sia necessario/naturale affidare a una sola persona compiti di responsabilità immani nelle decisioni della Grande Politica e, 2. così culturalmente predisposti, non riusciamo a sottoporre a critica razionale il sistema istituzionale della nostra democrazia occidentale: chi ha stabilito che deve essere un capo al vertice di un'istituzione di governo? 


Se si guarda al processo storico, non si è molto lontano dal vero nel supporre la diretta discendenza dell'istituzione monocratica del comando (l'uomo solo al comando) dal plurisecolare sistema patriarcale. Quando -e continuo a saccheggiare Ponte di Pino- Manfred F.R. Kets de Vries "disseziona "Il leader narcisista" (Cortina, Milano, 2026), "risalendo fino al mito greco, per spiegare che la vicenda di Narciso “non riguarda solo un giovane uomo pieno di sé”...i narcisisti, essenzialmente privi di empatia o di compassione verso gli altri, “vivono nel timore di non sentirsi mai abbastanza straordinari da essere notati, amati”... ha molto probabilmente in mente "la sgangherata aggressività del maschio alfa". in realtà, lo spirito del capitalismo, aggiunge de Vries, "alimenta narcisismo, avidità e invidia: queste caratteristiche appaiono perfettamente funzionali al sistema". 


Ora, se l'attuale sistema democratico produce questi guasti nella scelta della leadership, forse qualcosa non funziona nella struttura socio-economica e soprattutto, o conseguentemente, nella struttura delle istituzioni. E non può essere solo colpa dei "narcisisti", o degli "elettori", o delle "nazioni"!

Non è forse degno di attenzione, prima di proporre soluzioni alternative, il fatto che le sorti del mondo siano tutte nelle mani di "capi maschi" e per di più, in non pochi casi, di criminali?

E Il fatto che un "capo" possa raggiungere quei vertici di anormalità o di anomalia nei comportamenti non è forse "colpa" della fragilità e parzialità delle istituzioni politiche? 


Sì, un'istituzione di potere monocratico, cioè di accentramento di così grandi poteri nella disponibilità di una sola persona, è di per sé pericolosa per l'equilibrio democratico; e se quell'istituzione monocratica è l'esito storico di una visione maschilista dell'organizzazione del "comando", una democrazia avanzata potrebbe pretendere una parità di diritti/doveri da parte di donne e uomini insieme di fronte alle responsabilità della Grande Politica. Non possiamo più affidare al caso e/o all'intraprendenza di singole persone la presenza di donne e uomini nei parlamenti, perché uomini

e donne hanno diritto/dovere di sedere nelle assemblee di deliberazioni in numero pari, né possiamo affidare a "un solo capo" o "una sola capa" le redini del Governo, perché in un sistema nuovo, paritario donne/uomini, anche la guida apicale potrebbe diventare "duale" (un uomo e una donna). 

Dal monocratismo al bicratismo, dalla democrazia "casuale" alla democrazia "paritaria" di genere.

E forse così scegliendo gli psichiatri non dovranno più occuparsi di "anime emotivamente storpie".

O no?

Severo Laleo


venerdì 27 febbraio 2026

Le istituzioni d'origine patriarcale e la cultura del limite

 

Leggo su volerelaluna di oggi, 27 febbraio 2026, un articolo molto interessante, e utile per comprendere l'irruzione violenta di Trump nella nostra storia occidentale, dal titolo "L'emergenza al potere", di Ottorino Cappelli, docente di Politica comparata presso l’Università di Napoli L’Orientale. L'articolo riguarda appunto Trump e il suo metodo di governo "emergenziale", non contingente, ma scelto proprio come "metodo". Con Trump, scrive O. Cappelli, "l’eccezione perde la sua eccezionalità e diventa ambiente operativo: un dispositivo che permette di agire ai margini del diritto senza assumere la responsabilità — schmittiana — di istituire un ordine nuovo".

Ma qui, in questo invisibile blog di parole per la "cultura del limite", dove ogni tracotanza, oltraggio, violenza, eccesso, in una parola, ogni hybris  si ritiene sia da eliminare/superare per garantire il processo di civilizzazione dell'umanità, si vuole riflettere su un passaggio dell'articolo per proseguire con una diversa prospettiva.

O. Cappelli definisce "personalistica" (nel senso peggiore del termine) la natura del presidenzialismo americano e cita il costituzionalista Albert L. Sturm, il quale già nel 1949 "ricordava: «[Negli Stati Uniti] i poteri d’emergenza non si basano solo sulle leggi. La loro portata dipende anche dalla visione personale che il Presidente ha del proprio ruolo e dal modo in cui interpreta i limiti dei suoi poteri. In ultima analisi, l’autorità di un Presidente è in larga misura determinata dal Presidente stesso». In altre parole, norme e controlli sono necessari, ma non bastano. È decisivo che il presidente riconosca i limiti non scritti della propria funzione e rinunci a utilizzare l’emergenza per estendere i suoi poteri “oltre misura”. Il sistema si regge infatti non soltanto su regole formali e meccanismi di bilanciamento, ma anche su un patto informale tra le élite: quella forbearance – la moderazione reciproca nell’uso delle prerogative istituzionali – che i politologi Levitsky e Ziblatt considerano condizione essenziale per la sopravvivenza della democrazia costituzionale in America. È questa cultura della moderazione istituzionale a mancare oggi, laddove Trump rivendica apertamente “il diritto di fare tutto ciò che voglio”, ponendo come unico limite “la mia morale personale”. Così il monarca repubblicano del 1787 si trasforma in ciò che i padri fondatori credevano di essersi lasciati per sempre alle spalle: un re assoluto. Trump interpreta ogni conflitto con l’esecutivo come una minaccia alla sicurezza nazionale e ogni dissenso con la persona del Presidente come un atto di sedizione. È in questa visione che si incardina il ricorso allo stato d’emergenza, che non serve a governare la crisi, ma a produrla e orientarla".

Non si può non essere d'accordo, e preoccuparsi. 

Eppure è giusto riflettere: perché in democrazia ancora tolleriamo una struttura monocratica del potere, in continuità con il monarca di un tempo? Perché riteniamo utile e appropriato concedere a una sola figura un potere estensibile "oltre misura"? "Un re assoluto" è stato davvero lasciato per sempre alle nostre spalle?

Molto probabilmente l'origine della struttura monocratica del potere di governo è da cercare nella plurisecolare struttura patriarcale presente in tutte le organizzazioni sociali, una struttura dominante, esclusivamente maschile, a ogni livello nella società. E questo è avvenuto un po' dappertutto con gradi diversi di dominio/violenza. Anche le istituzioni politiche (oggi democratiche), nel loro definirsi storicamente, hanno accolto quasi come dato naturale l'idea di assegnare un esteso potere a un solo uomo/capo, proprio perché si tratta di istituzioni immerse nella cultura patriarcale. E insieme al dominio patriarcale è passato nelle istituzioni a ogni livello anche il dominio maschile, con tutto il suo apparato simbolico e reale, così forte da tenere permanentemente in scacco, e costringere solo a richieste parziali e parcellizzate, le pur determinate battaglie femministe, e poche/i di conseguenza si interrogano sulla necessità di proporre nuove istituzioni politiche assolutamente paritarie sia nelle sedi di discussione politica (parlamenti, consigli) sia nelle sedi di decisioni governative, dove la parità assoluta uomini/donne non più essere optional ma definita per legge. Non esiste un solo argomento razionale per rifiutare la parità assoluta uomini/donne, soprattutto quando si fa riferimento a un fantomatico "merito" personale! Non a caso con il trionfo del trumpismo e l'esaltazione del "CAPO", tornano i ferri vecchi e pericolosi del virilismo, del machismo, della sessualità predatrice, del fascismo.

Il limite al "CAPO" non solo è nelle leggi scritte bene, ma anche e soprattutto nel superamento dell'idea stessa della possibilità di un  "monarca", cioè dell'attuale struttura monocratica del potere, che rappresenta l'esito storico del sistema patriarcale; sono necessarie, dunque, riforme istituzionali nella direzione della parità assoluta di genere e la trasformazione della struttura monocratica del potere in una struttura di leadership duale, un uomo e una donna, in parità assoluta (bicratismo). L'altra metà del mondo ha il sacrosanto diritto (non esistono sul punto ragioni ostative credibili), di sedere paritariamente a ogni tavolo "politico" dove si decidono le sorti del  mondo. 

E non ci si illuda -a volte capita ed è capitato- che sostituendo al "COMANDO" un uomo con una donna, o, nelle istituzioni politiche, le donne con gli uomini,  possa migliorare la situazione generale: no, è la struttura monocratica in sé pericolosa per la democrazia, ed è quindi da abbandonare per una democrazia avanzata a parità assoluta uomini/donne. Il limite all' "UNO" è un obbligo democratico.

O no?

Severo Laleo

lunedì 9 febbraio 2026

Con Marco D'Eramo dalla parte dei dominati (e dominate)

 Caro Scapece,

grazie di cuore per la tua bella lettera così densa di ricordi di gioventù, quando era ancora possibile coniugare, nella nostra "missione" di insegnanti, passione, empatia e rigore! E vabbè, i tempi cambiano e i.le nostri.e allievi.e, destinatari.e di ogni nostra attenzione e cura, sono diventati.e, da un bel po', semplicemente "clienti".

Sai, ho ritrovato questo termine in un interessante e utile libro di Marco D'Eramo, Dominio, uscito qualche anno fa e scritto durante la tempesta del Covid. Ascolta questo passaggio: "...a scuola siamo non studenti ma "clienti" e, come si sa, "il cliente ha sempre ragione" e il cliente va sempre accontentato. Ma questo non ha niente a che vedere con la qualità dell'istruzione impartita, con la competenza con cui gli studenti escono dall'istituzione scolastica. Una scuola può soddisfare i suoi "clienti" ma insegnare poco ai suoi "studenti". Proprio così, non credi? 

Il discorso sulla scuola, naturalmente, è parte di un'analisi più complessa, riguardante tutti i settori della società, nella lotta tra poveri e ricchi, in quel processo di riduzione continua delle funzioni del "pubblico/istituzioni" nei confronti del  "privato/imprese". Il sottotitolo del libro è chiarissimo: "La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi".

In realtà D'Eramo, a obbedire ai sentimenti della mia lettura, nel suo libro, persegue, al di là del lavoro notevole di informazione, un più ampio e preciso obiettivo: stimolare/spingere le persone sinceramente di sinistra a non aver timore della propria " ideologia", anzi a tornare alla profonda comprensione della dura realtà (senza sottovalutazione alcuna della "destra": la documentazione sul punto è abbondante) per individuare, infine, gli strumenti di lotta necessari per ridurre le disuguaglianze. Perché, scrive nel prologo l'autore, citando Buffet, "se c'è una guerra di classe, l'hanno vinta i ricchi". 

E i ricchi sono pienamente consapevoli di questo, essendo riusciti, partendo da lontano con la potenza dei cospicui finanziamenti elargiti anche in campo culturale, a far passare l'idea che ogni individuo (individuo, mai persona) è imprenditore di sé stesso, "anzi un'impresa di per sé: il manager di sé... l'individuo è il proprietario di sé stesso". 

Di qui un imperioso sfruttamento del lavoro a ogni livello (data la dimensione di "manager di sé"  di ogni individuo), fino a giustificare, senza altra valutazione se non appunto il profitto e il successo, l'individuo/proprietario di sé che vende i suoi organi! 

Ma D'Eramo, anche se la sinistra è disorientata, sa da quale parte stare; perché "stare a sinistra" vuol dire sempre e soltanto "stare dalla parte dei dominati contro i dominanti (e contro il dominio stesso)". Naturalmente!

Eppure, caro Scapece, nel libro credo manchi qualcosa nella pur complessa analisi (ma qui torna solo la mia fissazione, scusami!); credo manchi l'analisi di quel fattore, che possiamo definire cultura e pratica del maschilismo, con tutto il suo armamentario "naturalmente" dominante (e militare), di forza feroce e di logica vincente/perdente, quale spinta ideale forte nell'escludere, a partire dal terreno economico proprio neoliberista, ogni "cura" sociale. E tutto si riduce a duello maschio!

È di questi giorni, con l'uscita dei files Epstein, l'evidenza del legame intrinseco, sempre più tenace e perverso, tra la super-ricchezza economica e il dominio maschilista, fino a programmare la violenza sessuale anche su ragazze comunque povere e minorenni. 

La sollevazione di "dominate/i" è d'obbligo. O no?

E vabbè (si fa per dire!), caro Scapece, ora caramente ti saluto, sempre con l'augurio di tante buone cose.

Severo




sabato 24 gennaio 2026

Trump e gli schiavi

 A me pare un errore parlare solo delle "pazzie" di Trump, e un errore mi pare esclusivamente sottolineare ogni volta il suo imprevedibile e minaccioso oscillare decisionale, ma, se è utile certamente smascherare la continua sua riduzione della politica ad affarismo e condannare il suo continuo ricorso alla violenza eversiva, contro persone e istituzioni, appare forse più giusto, più importante, più democratico, più produttivo, sul piano culturale e politico, parlare della codardia interessata e avvilente dei "suoi" seguaci repubblicani, soprattutto se esponenti politici. 

E si potrebbe ricorrere per l'occasione a un'espressione famosa di Gobetti nella sua analisi del fascismo: Trump non ha certo "virtù di padrone", ma i suoi repubblicani "hanno bene animo di schiavi". 

E annovera tra i "suoi" anche i servili alleati. 

Speriamo comunque freni il Presidente della Repubblica la discesa nella vergogna!

O no?

Severo Laleo


venerdì 23 gennaio 2026

Il discorso di Carney è il futuro?

 Sì, un "buon"  discorso, il discorso di Carney a Davos, insieme di strategia e di pragmatismo; eppure, se diventa un "gran"  discorso, è solo grazie al contesto geopolitico: infatti, in un mondo, a sentir Carney, di paesi divisi e in competizione tra loro per ottenere il meglio, a dir breve, da "chi comanda con la forza e senza regole", proporre di cambiare rotta è un atto dirompente, "eroico"! 

Ma è proprio così? 

Leggiamo questo passaggio di Carney a proposito del suo Canada: "Il Canada sta calibrando le proprie relazioni in modo che la loro profondità rifletta i nostri valori. Stiamo dando priorità a un impegno ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che ciò comporta e la posta in gioco per ciò che verrà dopo. Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza. Stiamo costruendo questa forza nel nostro paese. Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo tagliato le tasse sui redditi, sulle plusvalenze e sugli investimenti delle imprese; abbiamo rimosso tutte le barriere federali al commercio interprovinciale e abbiamo dato priorità a investimenti per mille miliardi di dollari in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora. Raddoppieremo la nostra spesa per la difesa entro il 2030, facendolo in modi che rafforzano le nostre industrie nazionali".

In verità, quando si passa dai valori alla forza si rischia sempre di meritarsi per strada un Trump qualsiasi: se si persevera in politiche note e fallimentari, sarà difficile costruire un "nuovo ordine". Potrà essere anche più giusto e razionale il "nuovo ordine", meno trumpiano, ma sarà sempre in continuità con la storia in corso. 

Forse sono necessarie altre politiche, di cambiamenti notevoli, legate, ad esempio, a un'idea di "limite", con le conseguenti scelte di governo: innanzitutto definire un limite alla ricchezza e un limite alla povertà -per una società solidale-, un limite al potere di un "capo", dovunque si manifesti -superamento dei monocratismi-, un limite al potere degli uomini -per una parità assoluta, soprattutto a livello istituzionale, tra uomini e donne-, un limite alla distruzione dell'ambiente, un limite alla "pene" -eliminazione della pena di morte, un limite alla produzione di armi...e così via.

Il discorso di Carney senza dubbio sveglia, ma non propone cambiamenti. 

O no?

Severo Laleo

domenica 11 gennaio 2026

Due corpi, due culture: la gioia/vita e la violenza/morte

 Il brutale assassinio di Renee Nicole Good segna e segnerà inevitabilmente la fine del potere maschile, ora nella sua ultima versione trumpiana. La sollevazione sarà generale. Specie delle donne. Niente sarà più come prima, dopo questo paradigmatico "scontro" tra due mondi. Il processo di civilizzazione, nel suo farsi, è inarrestabile, ed è quindi sicura la fine della violenza maschile. E del suo potere politico.

Il fatto emblematico è questo: nel 2026, nell'era di Trump e dei suoi seguaci, si scontrano, in una strada di Minneapolis, due corpi e, insieme, due visioni del mondo, due culture. 

I due corpi, cioè le due strutture umane, sono, da una parte, un viso solare, una mano fuori dal finestrino dell'auto in segno di apertura e intenzione di dialogo, senza paura dell'"altro", e, dall'altra parte, una struttura umana chiusa in sé stessa, rigida, impaurita, pronta a usare la violenza dell'arma, protesi del suo "essere", incapace di parola. 

Da una parte, un dire: "...non sono arrabbiata con te!", dall'altra un insulto, "fottuta stronza".

È un terribile scontro, drammatico, in questo caso, fra il corpo femminile e il corpo maschile, tra un corpo femminile, interprete di una cultura della parola, e un corpo maschile, interprete dell'istinto della violenza/dominio. 

Si sa, esistono corpi femminili, tutti al maschile, e corpi maschili, tutti al femminile: il confronto è sempre tra due "sentire", tra due interpretazioni della relazione, tra la "mitezza" (M.L. Rodotà) e la violenza. A prescindere.

Forse è ora di provare a espellere dalla storia il dominio maschile con le sue terribili imprese violente.

O no?

Severo Laleo



giovedì 20 novembre 2025

Lea Melandri, Dialogo tra una femminista e un misogino. La Ragione di Weininger

 Caro Scapece,

con l'autunno mi diventi sempre un po' più pigro, eh! Non ho ancora ricevuto tue notizie, come mai? E' solo colpa della raccolta delle olive? Ho capito! Va bene, va bene! Intanto ti scrivo io. E ti racconto subito di una mia curiosa scoperta (si fa per dire!): sai, anche nella lettura di libri esiste una specie di eterogenesi dei fini: senti, ho scelto di leggere il libro di Lea Melandri, Dialogo tra una femminista e un misogino. La Ragione di Weininger, per seguire essenzialmente i ragionamenti della "femminista", eppure alla fine mi è cresciuta la curiosità di conoscere meglio il pensiero di Otto Weininger, il "misogino". Hai capito!

In verità il "merito" è tutto della stessa Melandri, perché nel suo immaginario dialogare con il giovane Weininger (autore di Sesso e Carattere) riesce a cogliere nella radicale misoginia del suo interlocutore spunti/elementi interessanti e, mi piace credere, suscettibili di sicura evoluzione, se, dopo la pubblicazione nel 1903 della sua tesi di laurea, appunto dal titolo Sesso e Carattere, non avesse deciso di uscir di vita per sua volontà a soli 23 anni. La lucidità di Weininger nel riconoscere, senza infingimenti e coperture di ipocrisia, "tutta la barbarie del sesso maschile contro quello femminile" è straordinaria, grazie anche a un genuino tono apodittico da giovane studioso. E per farti piacere ti dirò, tanto con te sono libero di esagerare, che se il Machiavelli di Foscolo "alle genti svela di che lacrime grondi e di che sangue” il potere del Principe, il Weininger di Melandri, pur negando alla donna, ridotta a "materia", la sua individualità,  "svela" di quale imperdonabile colpa si sia macchiato l'Uomo nel rubare l'anima alla Donna. 

Il dialogo tra la femminista e il misogino appare limpido e sincero, e sembra quasi tendere alla ricerca, se non di una comune conclusione, impossibile, almeno di una comprensiva convergenza, tanto è sentito il rispetto della "femminista" per il suo interlocutore "misogino"; il dialogo, del resto, se è dialogo, non finisce mai! 

Ma tu già sai dove vorrei portarti! Vengo al punto. Scrive Melandri: "Guardando oggi le donne che stanno occupando ruoli di rilievo nella vita sociale, è difficile non concordare con Weininger quando associa l'emancipazione alla loro parte maschile, che si accompagna a una femminilità tradizionale. Quello che si vede sempre più frequentemente in scena è una sorta di 'ibrido', combinazione dei due volti di una differenza di genere che richiama, all'interno della cultura patriarcale, la figura mitica dell'androgino: un corpo di donna con una testa d'uomo. Non a caso sono molte le donne che, nei loro ruoli istituzionali o nelle loro professioni, chiedono l'appellativo maschile".

Non so se si possa concordare con Weininger, ma so per certo che se una donna occupa un ruolo di rilievo -intendo politico e/o istituzionale- si trova a essere catapultata in una struttura di potere costruita ab initio dalla cultura maschile; l'"ibrido" nasce anche da un'oggettiva condizione, perché la donna è comunque "costretta" a occupare un ruolo di rilievo sempre definito dal sistema patriarcale nella sua struttura generale. Ed è costretta quindi a muoversi in un circoscritto spazio non suo, dove appare "ospite". E qui torna la mia domanda: l'attuale, diffuso assetto istituzionale del "potere", ancora fondato sul monocratismo, quale indubbio esito storico del dominio patriarcale, può ancora essere utile per costruire una democrazia paritaria di/tra/con uomini e donne? Non sono forse state interiorizzate come neutre (e in quanto tali, accolte senza riflessione critica) anche le strutture istituzionali prodotte dal dominio maschile?

Ecco, già ti vedo scuotere la testa. Va bene, basta, mi fermo qua. Tanto a Natale avremo modo di continuare a dialogare. Ma leggimi il Dialogo, mi raccomando.

Stammi bene, caro Scapece, e a presto, dunque!

Severo

venerdì 31 ottobre 2025

A proposito di Liberi e Uguali di Daniel Chandler

 Caro Scapece,

ti avevo promesso qualche tempo fa di inviarti un commento completo al libro

di Daniel Chandler, Liberi e Uguali. Manifesto per una società giusta, edito

da Laterza a marzo di quest'anno, ma per una serie di coincidenze e qualche acciacco mi è stato purtroppo difficile scriverti prima.

E vuoi sapere la verità: avevo anche preparato per tempo una bozza abbastanza ricca su questo testo, ma per un incidente di tastiera persi tutto. Con mia rabbia! Perciò scusami ora se mi limito a dire solo quel che mi pare essenziale e che, come tu sai, mi piace dire/sottolineare.
Ti dirò subito che in questo libro, ispirato alle idee di John Rawls, ho trovato

un elogio, sia pure in qualche modo indiretto, della cultura del limite.

E proprio a proposito della ricchezza! Scrive Chandler: "...un'imposta patrimoniale annua sulle fortune più consistenti... ci consentirebbe di porre un limite alla ricchezza che un singolo individuo può accumulare nel corso della vita.

Oltre una certa soglia, le grandi concentrazioni patrimoniali non solo sono difficili da giustificare, ma costituiscono anche una diretta minaccia all'uguaglianza politica democratica". 
Non possiamo non essere d'accordo, io e te, ti pare? 
E Chandler non solo propone di porre un limite alla ricchezza con l'introduzione

di un'imposta patrimoniale, ma propone anche di porre un limite alla povertà

se esprime con convinzione il suo favore per l'introduzione di un reddito di base universale (UBI): nessuna/o ha da soffrire a causa dell'assenza di un minimo vitale, con il grande rischio di perdere "dignità e rispetto di sé".
In rapide parole, l'obiettivo di Chandler è conciliare i principi di una società liberale e democratica con la giustizia sociale, il principio di uguaglianza con il principio

di differenza, seguendo appunto la teoria della giustizia di John Rawls.

E tutto il libro è un invito a non arrendersi ai populisti di destra dell'oggi, dovunque presenti e forti nel mondo delle democrazie occidentali, un invito
non a a parole, ma concreto, ricco di proposte di riforme e di suggerimenti programmatici, non a caso il sottotitolo è Un manifesto per una società giusta.
Tuttavia con te, caro Scapece, vorrei soffermarmi sul capitolo V La democrazia. Chandler, analizzando una serie di dati e di studi, dimostra quanto sia reale il rischio di una crisi profonda della democrazia liberale e considera dunque una priorità  la tutela delle istituzioni democratiche: "una democrazia è un sistema politico fondato sull'uguaglianza politica...come minimo eguaglianza politica significa godere di determinati diritti fondamentali...tra cui pari diritto di voto, libertà di parola, libertà di stampa e libertà di associazione ... ciò che conta, però, è che tutti abbiano le stesse opportunità di influenzare e partecipare al processo democratico, a prescindere da quanti soldi hanno, o dalla razza, il genere o l'orientamento sessuale". E prosegue Chandler a analizzare i sistemi elettorali, i partiti politici,  il ruolo dei soldi nelle elezioni, i media, fino a spingersi a prevedere "una camera dei cittadini scelti a caso, che sia parte integrante della legislatura". Idee perfettamente compatibili con un sistema liberale. E fattibili.
Ma Chandler non discute l'assetto istituzionale delle democrazie liberali fondate in pratica su un solo modello, qualunque sia il sistema elettorale: il leaderismo.
Le nostre istituzioni democratiche liberali prevedono una lotta/duello tra leaders per la conquista del potere e una volta conquistato il potere  prevedono il comando del "capo", ora, in questi tempi di crisi della democrazia, tutto concentrato nell'esercizio del governo. Chi vince, comanda e non sopporta contrasti, nemmeno di altre istituzioni. Non è un caso che la crisi della democrazia coincide con un ritorno fuori tempo dell'esaltazione della forza, della potenza del denaro, del dominio maschile, in una parola dei fondamenti del patriarcato, anche quando, succede spesso, il potere è impersonato da una donna.
La crisi della democrazia liberale dappertutto comporta una iduzione/affossamento di diritti ormai da tempo consolidati e tende a riportare le donne "al loro posto". Non è forse lecito per una democrazia avanzata e piena immaginare una democrazia paritaria tra uomini e donne? Con una presenza paritaria nelle assemblee legislative e nelle sedi di governo? Con una guida non più monocratica del governo, ma duale, a due, un uomo e una donna?
Non è forse il monocratismo, quest'affidare a un capo carismatico, ancora oggi quasi sempre un maschio, unico modello disponibile sul mercato istituzionale, l'esito storico del patriarcato? Quanti danni ha procurato al mondo questa visione maschia del potere?
Caro Scapece, la democrazia liberale o è paritaria o non è! Lo so, già sento il tuo commento, le tue perplessità, ma che posso farci, non so pensare a un mondo migliore senza la realizzazione della più ampia parità uomini/donne anche nell'esercizio del potere politico.
Nel capitolo "Conclusioni" Chandler in epigrafe riporta una citazione di Oscar Wilde di grande speranza per il futuro: "Il progresso è la realizzazione delle utopie". Speriamo!
Ecco, carissimo Scapece, perché il mondo di oggi è dominato da un conservatorismo populista e prepotente, perché si è persa, e si respinge, la "spinta propulsiva" del pensiero utopico e si chiede solo di tornare indietro sia in termini di diritti civili e sociali, sia in termini di welfare.
Ma noi continueremo a tenere il pensiero lungo, o no?
Un abbraccio e a presto,
Severo

martedì 14 ottobre 2025

Il potere è ancora solo maschio



 Ed eccola la foto simbolo del disastro politico nel mondo, un disastro tutto al maschile, con l'unica donna presente, ironia della sorte, a suo tempo elogiata "uomo dell'anno"! 


La vittoria del patriarcato, nel suo tragico/stupido show, appare al suo culmine (si spera ancora per non molto)!


Tutti "uomini soli al comando", i quali, dopo aver assistito, chi più chi meno, impotenti, spesso con gli occhi volutamente girati in altre direzioni, sia alle violenze inaudite di Hamas sia alle violenze inaudite di Israele/Netanyahu, ringraziano ora Trump, dimenticando tutto, storia, diritti e valori.


Che uomini sono? 


Quando irromperanno i corpi e le culture delle donne femministe a porre fine a questo disastro tutto maschile? Quando si abbandonerà il monocratismo, esito storico nelle istituzioni del patriarcato, con istituzioni a parità assoluta uomini/donne e a guida duale uomo/donna?


Non esisteranno paci in alcun terreno di relazioni umane senza il superamento del dominio maschile.


O no?


Severo Laleo