Solo per una breve/rapida riflessione, vorrei tornare, dopo il recente voto del Senato sulla nuova legge elettorale (con "finte" preferenze e con capilista bloccati senza alternanza di genere), a quel voto della Camera a luglio, con il quale fu bocciato, con 223 voti contrari e 142 a favore, un emendamento alla legge elettorale sulla parità di genere proposto da Elena Bonetti.
Davvero, appare incomprensibile, in assenza di una sensata giustificazione, l'ostinazione con la quale la gran parte del mondo politico, soprattutto gli uomini (ma non solo), si trovi arroccato in una visione maschio-proprietaria delle istituzioni. Esiste forse chi è in grado di trovare una sola ragione logica, sostenibile, argomentabile (se non all'interno di una cultura dominata completamente dal maschilismo -e in politica questo dominio è ancora schiacciante-) per impedire la realizzazione della perfetta parità di genere nelle sedi più alte della rappresentanza politica, Camera e Senato? Solo luoghi comuni.
Negare la parità uomini-donne nelle sedi della rappresentanza politica non solo è assurdo, ma è anche un danno per la cultura politica e per la pienezza delle decisioni.
L'impianto istituzionale della politica, in ogni sua parte, nasce storicamente nella più assoluta visione maschilista del potere: tutto è al maschile e tutto è legato al "capo" vincitore. E' vero, le lotte delle donne hanno pur frantumato il "tetto di cristallo", consentendo alla "donna forte" di superare ogni ostacolo sulla via per accedere alla "stanza dei bottoni", ma, introiettando metodi/atteggiamenti già definiti, hanno lasciato intatto quell'impianto istituzionale costruito appunto senza la partecipazione delle donne.
E' tempo di ristrutturare le istituzioni, a partire dal principio non trattabile della parità assoluta (50 e 50) in ogni sede/assemblea di discussione/decisione politica, a ogni livello (principio da inserire in Costituzione); e insieme è tempo di riflettere anche sull'origine dell'idea di affidare a un "capo/a" la responsabilità di importanti decisioni: questa fissazione del leader "solo al comando" potrebbe ben cadere di fronte all'idea di una guida a responsabilità condivisa tra un uomo e una donna: dal monocratismo al bicratismo.
O no?
Severo Laleo
P.S. A leggere su Domani, ormai è più di un mese fa, l'articolo di Giorgia Serughetti dal titolo "Se le donne che governano invocano muri ed esclusione", ci si meraviglia del fatto che a "capeggiare la linea più dura nelle politiche di controllo dei confini esterni contro le migrazioni irregolari" siano due donne, anche di diversa estrazione politica, la destra per Meloni e la socialdemocrazia per Frederiksen, ma pur donne, con una storia di esclusione dai diritti alle spalle, quindi in grado di meglio capire e comprendere chi oggi è privo di diritti.
Ebbene, "se le donne che governano invocano muri ed esclusione" è anche perché, per la conquista del Potere, sono state "costrette" (o hanno accolto l'idea di adattarsi) a muoversi/lottare all'interno di istituzioni nate con il crisma del mito maschile del vincere/dominare, assorbendo quasi naturalmente una cultura dell'esclusione insita proprio in quelle istituzioni. Le istituzioni non sono neutre.
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