Caro Scapece,
grazie di cuore per la tua bella lettera così densa di ricordi di gioventù, quando era ancora possibile coniugare, nella nostra "missione" di insegnanti, passione, empatia e rigore! E vabbè, i tempi cambiano e i.le nostri.e allievi.e, destinatari.e di ogni nostra attenzione e cura, sono diventati.e, da un bel po', semplicemente "clienti".
Sai, ho ritrovato questo termine in un interessante e utile libro di Marco D'Eramo, Dominio, uscito qualche anno fa e scritto durante la tempesta del Covid. Ascolta questo passaggio: "...a scuola siamo non studenti ma "clienti" e, come si sa, "il cliente ha sempre ragione" e il cliente va sempre accontentato. Ma questo non ha niente a che vedere con la qualità dell'istruzione impartita, con la competenza con cui gli studenti escono dall'istituzione scolastica. Una scuola può soddisfare i suoi "clienti" ma insegnare poco ai suoi "studenti". Proprio così, non credi?
Il discorso sulla scuola, naturalmente, è parte di un'analisi più complessa, riguardante tutti i settori della società, nella lotta tra poveri e ricchi, in quel processo di riduzione continua delle funzioni del "pubblico/istituzioni" nei confronti del "privato/imprese". Il sottotitolo del libro è chiarissimo: "La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi".
In realtà D'Eramo, a obbedire ai sentimenti della mia lettura, nel suo libro, persegue, al di là del lavoro notevole di informazione, un più ampio e preciso obiettivo: stimolare/spingere le persone sinceramente di sinistra a non aver timore della propria " ideologia", anzi a tornare alla profonda comprensione della dura realtà (senza sottovalutazione alcuna della "destra": la documentazione sul punto è abbondante) per individuare, infine, gli strumenti di lotta necessari per ridurre le disuguaglianze. Perché, scrive nel prologo l'autore, citando Buffet, "se c'è una guerra di classe, l'hanno vinta i ricchi".
E i ricchi sono pienamente consapevoli di questo, essendo riusciti, partendo da lontano con la potenza dei cospicui finanziamenti elargiti anche in campo culturale, a far passare l'idea che ogni individuo (individuo, mai persona) è imprenditore di sé stesso, "anzi un'impresa di per sé: il manager di sé... l'individuo è il proprietario di sé stesso".
Di qui un imperioso sfruttamento del lavoro a ogni livello (data la dimensione di "manager di sé" di ogni individuo), fino a giustificare, senza altra valutazione se non appunto il profitto e il successo, l'individuo/proprietario di sé che vende i suoi organi!
Ma D'Eramo, anche se la sinistra è disorientata, sa da quale parte stare; perché "stare a sinistra" vuol dire sempre e soltanto "stare dalla parte dei dominati contro i dominanti (e contro il dominio stesso)". Naturalmente!
Eppure, caro Scapece, nel libro credo manchi qualcosa nella pur complessa analisi (ma qui torna solo la mia fissazione, scusami!); credo manchi l'analisi di quel fattore, che possiamo definire cultura e pratica del maschilismo, con tutto il suo armamentario "naturalmente" dominante (e militare), di forza feroce e di logica vincente/perdente, quale spinta ideale forte nell'escludere, a partire dal terreno economico proprio neoliberista, ogni "cura" sociale. E tutto si riduce a duello maschio!
È di questi giorni, con l'uscita dei files Epstein, l'evidenza del legame intrinseco, sempre più tenace e perverso, tra la super-ricchezza economica e il dominio maschilista, fino a programmare la violenza sessuale anche su ragazze comunque povere e minorenni.
E vabbè (si fa per dire!), caro Scapece, ora caramente ti saluto, sempre con l'augurio di tante buone cose.
Severo

