domenica 27 dicembre 2020

Se la robinia non ha spine (a Rosa Luxemburg)

 




Nelle Lettere (dal carcere) a Sophie, la sua più cara amica, 

e moglie di Karl LiebknechtRosa Luxemburg spesso e volentieri 

si trattiene, sospesa tra cielo e terra, insieme a alberi e uccelli,

trascinata da meraviglie di colori e da cinguettio di canti, a descrivere 

la natura intorno a lei, a prescindere dalla situazione locale del suo carcere,

con o senza giardino, con il verde vicino o lontano.

La natura, di piante e di animali, è sempre amica,

in un rapporto di intensa empatia da sembrar reciproca.

E veramente soffre fino al pianto nel leggere del lento

estinguersi di uccelli canori in Germania, a causa di nuovi

processi colturali, paragonando quest’estinzione

alla cacciata crudele e silenziosa dei pellerossa del Nordamerica

a causa dell’intervento di uomini civili.

E non "ha pace" se non sente l'"eccitato chiacchierio" dello stornello,

perché potrebbe essergli successo qualcosa di male e aspetta tormentandosi

"che si rimetta a fischiare le sue idiozie", così sa che tutto va bene.

In questo modo io, dalla mia cella, sono legata da ogni parte,

con sottili fili diretti, a mille creature grandi e piccole e reagisco

a tutto con l’inquietudine, il dolore, i rimproveri a me stessa…

E trae dalla natura anche la forza per guardare avanti

e dare conforto alla sua Sophie, con queste parole: “Anche lei

è uno di questi uccelli e creature per i quali io da lontano

vibro intimamente. Io sento come lei soffre del fatto

che gli anni passano irremissibilmente senza che si viva.

Ma pazienza e coraggio! Noi vivremo ancora e assisteremo

a cose grandi.



E’ rivoluzionaria Rosa Luxemburg anche nel suo modo “giusto

di guardare alla vita: la noia, la solitudine, le tenebre non piegano

il suo sguardo ammirato verso la vita, la vita nella sua essenziale sostanza.

(“E’ il terzo Natale in gattabuia...qui io sto distesa in silenzio, sola,

avviluppata in questi molteplici panni neri di tenebre, noia,

mancanza di libertà dell’inverno; e ciò nonostante il mio cuore

batte per una incomprensibile, sconosciuta gioia intima,

come se camminassi nella luce piena del sole su un prato fiorito.

E nel buio sorrido alla vita, come se conoscessi un qualche segreto

magico che sbugiarda tutto il cattivo e il triste e lo trasforma

in chiarità e felicità...Credo che il segreto non sia altro che la vita

stessa, le profonde tenebre notturne sono così belle e soffici

come velluto solo se uno guarda nel modo giusto.”)

E sinceramente colpita, ad esempio, dal dolore dei bufali,

bastonati nel cortile del carcere, selvaggiamente, sa distinguere

tra la rozzezza degli uomini, barbari, e il diritto pieno di ogni animale,

di ogni essere vivente, all’integrità della propria vita. 

Proprio per mano di barbari, troverà la morte Rosa la rivoluzionaria,

di lì a poco.


In una delle sue lettere Sophie parla a Rosa della pettoria,

a suo dire un genere di acacia. Rosa non conosce la pettoria,

ma si interroga e così risponde: “Vuol dire che ha le foglioline

pennate e i fiori a farfalla come la cosiddetta acacia?

Lei sa probabilmente che l’albero correntemente così chiamato

non è affatto l’acacia, ma la robinia…” E qui si ferma,

senza ricordare della robinia le insidiose spine,

a tradimento pungenti; al contrario continua a ricordare

la vera acacia, la mimosa, “con i suoi fiori giallo

zolfo e un profumo inebriante”,  anche se non riesce a immaginarla

fiorente a Berlino. Ma intanto il colore vitale ancora irrompe 

nella sua esistenza chiusa nel buio del  carcere.

Forse quest’ammirazione, intrisa di sensibilità viva e attenta osservazione, 

della natura è il migliore antidoto a ogni forma subdola e insinuante

di scoramento, di depressione e di calcolo suicida.

Specie se la robinia è senza spine.

O no?

Severo Laleo

venerdì 18 dicembre 2020

Julian Barnes, Il senso di una fine

 Finalmente ho finito di leggere Julian Barnes, Il senso di una fine

Le letture a strappi, con pause non brevi, non favoriscono la piena 

comprensione di un racconto, di una storia, specie se la storia, 

il racconto utilizzano molto i rimandi temporali giocati sull’onda dei ricordi. 

Nonostante tutto, la lettura è stata gradevole. Sa scrivere Barnes; 

la sua scrittura è intrigante, avvolgente. Credo sia la sua un’abilità costruita 

nel tempo con l’esperienza del mestiere e con la sapienza della vita. 

Eppure qualcosa non mi convince. Sia chiaro, non ho gli strumenti minimi 

per esercitare una critica consapevole, informata, verificabile, 

ma quel che la mia mente, non so se d’istinto, richiede per essere sazia 

non è stato portato a tavola. Questo Tony Webster, un mio coetaneo, 

mi pare chiuso totalmente nel suo bozzolo degli anni giovanili, 

e tutta la sua vita successiva di “maturità” sembra essere un accidente 

secondario rispetto alla dimensione vitale degli anni del liceo. 

Dominato da questa visione, Tony racconta tutto sé stesso attraverso le presenze 

dei suoi incontri: Veronica, la famiglia di Veronica, Adrian, Margaret, 

tralasciando gli amici di contorno. E sembrano a me presenze non vive 

di una propria autonomia, sembrano abbozzate e tutte rimpastate nei ricordi

in rincorsa tra loro secondo situazioni e stati d’animo. In più, Barnes sembra 

alla fine tutto preso dall’obiettivo di costruire un “giallo”, a partire da un suicidio. 

E presto quest’obiettivo diventa il filo rosso della sua scrittura. 

Per intrappolare il lettore. Bravo, senza dubbio, non si può non dire piacevole, 

ma non mi basta. Anche se tante osservazioni sparse durante il racconto 

aprono spazi a più ampie riflessioni, e di questo gli sono grato.

sabato 5 dicembre 2020

Biden, Harris e la sperimentazione del bicratismo

 La guida duale, di un uomo e una donna insieme, al vertice del governo

di un paese, è oggi in via di sperimentazione negli Stati Uniti.

A dire il vero, questo tipo di sperimentazione non nasce da un meditato

progetto politico-istituzionale, ma è un esito insieme del caso

e di una serie di congiunture favorevoli.

La più importante forse tra le congiunture,

almeno in questa situazione particolare della elezione della Presidenza Usa,

è da scorgere nella cultura politica della persona Biden, per storia, educazione,

ora anche per età, estranea non solo al narcisismo violento del Maschio Alfa

(ancora tanti in giro nei governi per il mondo!), ma anche al leaderismo

carismatico degli innovatori illuminati.


Nell’ascoltare la dichiarazione di Harris, la sperimentazione

di una “guida duale”, alias “bicratismo”, pare sia negli accordi

tra il Presidente e la sua Vice: una rivoluzione!

Eccole (da Openle parole di Harris, gioiosamente sufficienti per capire

l’importanza dell’innovazione.

E l’intervistatore, che vuol capire fino in fondo il ruolo di Harris,

se di semplice silenziosa presenza impegnata in altri compiti,

è anche “cattivo” nella sua domanda alla presenza di Biden, perché afferma

quanto sia stato poco ascoltato Biden ai tempi della sua VicePresidenza

dal “suo” Presidente Obama; e Obama era un leader carismatico illuminato!


Chissà, forse sarà Biden, leader senza carisma, a tentare una “rivoluzione”!

O no?

Severo Laleo

Alla vice presidente Harris è stato chiesto invece se avrà un portfolio specifico da gestire, e se sarà l’ultima con cui Biden parlerà prima di prendere qualsiasi decisione. Harris ha risposto così: «Il presidente eletto, fin dal primo giorno in cui mi ha chiesto di far parte del ticket, è stato molto chiaro. Io sarò la prima a entrare e l’ultima a uscire dalla stanza. Quindi su tutte le questioni che riguardano la vita dei cittadini, noi saremo dei partner completi. Ci sarò su tutte le priorità, per supportare lui e il popolo americano».

giovedì 3 dicembre 2020

Il Capo, il limite, la guida duale

 





"Hail to the chief" squilla la suoneria del Governatore dell'Arizona.

A chiamare è il grande Capo, Trump. Ma il Governatore (Ducey)

non risponde, perché, impegnato a dare certificazione ai risultati elettorali

del suo Stato, intende svolgere il suo compito nel rispetto della legge,

senza interferenze. Ducey dimostra di riconoscere nella legge

il limite al suo agire. Il “Capo” è capo fino a un certo punto.

Eppure la suoneria "Hail to the Chief", soprattutto per lieto segno distintivo,

è stata scelta dal Governatore proprio per non perdere mai una chiamata

da parte del suo "Chief". Ma il richiamo del suo Capo non altera

il suo senso del dovere.


L'idea (ormai antica) di avere un Capo è purtroppo radicata nella mente

di tante e tante persone nel mondo. Troppe. Per fortuna, quel Capo

dell’allegra marcia presidenziale, almeno per molte altre persone,

forti di carattere e consapevoli delle proprie responsabilità,

non ha il potere di stravolgere quella serietà di comportamento,

dovuta prima di tutto, al di là dell’obbligo di legge, al rispetto della comunità,

serietà per la quale il Capo passa in secondo ordine.


Mentre tutti i big del Partito Repubblicano tacciono, qualche “funzionario”

di periferia sa bene cosa dire e come, senza alcun timore.

E’ il caso di Gabriel Sterling, che, visto il silenzio, pericoloso e complice,

del Presidente in carica e dei senatori repubblicani del suo Stato

di fronte alle dichiarazioni deliranti e violente di un fanatico avvocato

sostenitore delle infondate accuse trumpiane di frode elettorale,

appassionatamente dichiara: “Si è andato troppo oltre!

E’ un dovere porre un limite.” Altrimenti ci scappa il morto.


E proprio qui sta il senso della democrazia e della sua interiorizzazione

da parte di un popolo: dove un “chief, tremendo e senza scrupoli,

privo di una cultura del limite, ordina azioni contro l'anima di una comunità,

contro le leggi di uno Stato, e, nonostante la sua forza di minaccia,

non ottiene ubbidienza passiva, là, proprio là, può solo crescere e migliorare

la democrazia.


Ma la democrazia ha bisogno di progredire anche discutendo nuove regole

per il futuro, e non solo di tipo di tecnica elettorale.

Ad esempio, 1: un "Trump", in questo caso il nome serve solo per dire

semplicemente, un "Capo", in una democrazia civile non può andare,

impunemente, oltre il limite di un discorso corretto e rispettoso 

di norme e persone;

2. in una democrazia aperta e trasparente, dove ognuna/o partecipa

alla realizzazione del bene comune con la sua singolarità irripetibile,

la ricchezza di ogni singola persona, certa e controllabile, non può andare

oltre un limite "x" di volta in volta fissato per legge;

3. l'idea, e il nome, di Capo, avendo un'origine segnata terribilmente 

da arroganza e violenza, indissolubilmente legata alla storia 

del maschilismo, dovrebbe subire un  aggiornamento per rispondere 

alle esigenze di una democrazia avanzata

dei nostri tempi. Chissà, forse per la prima volta nella storia politica

e istituzionale, se la collaborazione tra Biden e Harris sarà piena e totale, 

per una serie di motivi dati, non proprio cercati, avremo, 

al vertice del più grande, per molti aspetti, paese del mondo, gli USA, 

non un Capo, ma una guida duale, un uomo e una donna.

Una rivoluzione contro il monocratismo maschilista a segnare 

la fine di ogni pericolo di autoritarismo in capo a un Maschio.


O no?

Severo Laleo

martedì 17 novembre 2020

Il potere monocratico di Trump e la guida duale Biden/Harris

 

Grazie a Lavrov, il ministro degli Esteri della Russia, veniamo a sapere
che il sistema elettorale col quale viene scelto il presidente americano
è "probabilmente il più arcaico" e "distorce significativamente la volontà
della popolazione" (sic!); forse sarà per questa arcaicità del sistema
e per i suoi effetti distorsivi che Putin, così attento alle garanzie
dei sistemi elettorali (mmm!) e così rispettoso delle pratiche
della democrazia liberale (mmm!), non riesce ancora a congratularsi
con Biden, in attesa dei risultati “ufficiali”.
In verità la ragione è un’altra, anche al di là di differenze di visione
politica, è che i maschi non evoluti, per natura ancora prepotenti,
sempre in agguato per predare e avere potere, sono solidali tra loro. 
Ed eccolo il trio macho dell’attesa dei dati ufficiali: TrumpPutin
Bolsonaro. Per non dire di Kim
Ma il futuro è oltre il monocratismo maschilista. Quale?

Ebbene, il sistema elettorale/costituzionale americano, pur arcaico,
dà la possibilità al popolo votante di scegliere contemporaneamente,
con voto appunto popolare, il Presidente e il suo Vice,
in pratica di scegliere, a guida dell’intero Paese, una “coppia”.
Quest’anno, nella lotta elettorale (più di quanto capitò a Hillary Clinton
Tim Kaine nel 2016, quando pur ottennero la maggioranza dei voti popolari),
la “coppia” ha assunto, a colpo d’occhio, un ruolo importante, forse decisivo 
per la vittoria; da una parte Trump da solo, con Pence silenzioso/muto 
al seguito, dall’altra una “coppia”, Biden e Harris, ognuno con un proprio 
ruolo. Trump ha mobilitato tutti i suoi, proponendo sé stesso, grazie 
soprattutto alla sua roboante e chiassosa personalità (si fa per dire!),
Biden/Harris, al contrario, hanno voluto offrire all’America,
con il linguaggio della politica e con le loro storie personali,
il volto “normale” della democrazia.
Infine l’America ha scelto, e il popolo tra il Presidente monocratico
Trump e la “coppia” Biden/Harris ha scavato un solco significativo
di oltre cinque milioni di voti. Tanti.
Avrà contribuito a scavare questo solco di milioni di voti
la differenza eclatante tra la dinamicità della “coppia” Biden/Harris
e la staticità monocorde dell’uomo solo al comando Trump?
Forse sì, e non pochi, dentro e fuori i Democrats, hanno riconosciuto
la grande, convinta mobilitazione/partecipazione al voto delle donne
di colore, determinante per la vittoria finale; e per il leader dei giovani
democrats le donne nere sono addirittura il “pilastro del partito”.
Kamala Harris senza dubbio ha dato un notevole impulso alla mobilitazione
delle donne e ora si trova a guidare la Grande America insieme
al suo Presidente Biden; le prime prove della “coppia” già parlano
di una nuova, attiva e, felice a vedersi, collaborazione.
Grazie a un mix di persone aperte e norme lungimiranti l'America 
avrà una "coppia" di un uomo e una donna al potere*.


Ora in Italia ci si lamenta della scarsa presenza delle donne nelle istituzioni e si chiede, con l’invito soprattutto alla sinistra, di avviare una battaglia perché anche in Italia possano trovare reale spazio politico fino alle più alte cariche le nostre tante  Kamala. Nadia Urbinati ha ragione: “L’Italia ha un record straordinario,  che i partiti che afferiscono al campo della sinistra (tradizionali fari  di emancipazione) poco o nulla hanno fatto per correggerlo:  le istituzioni democraticamente elette, dai sindaci delle medio-grandi città ai presidenti delle Regioni, sono incredibilmente mono-genere. E ha ragione anche  Elisabetta Gualmini: “L’uguaglianza di genere è una delle bandiere più sventolate nel mondo della sinistra, ma meno praticate (...) Eppure, tutte le ricerche ci dicono in modo inequivocabile che laddove le donne sono più presenti, la spinta a introdurre politiche a favore delle famiglie, dei bambini e degli adolescenti, di un welfare moderno è molto più forte. Nella fase attuale poi, in cui dopo la pandemia, i servizi alla persona andranno smontati e rimontati abbiamo bisogno di donne al comando”. Ma può bastare una lamentela con invito per cambiare le cose? O serve altro, a livello istituzionale, per un'uguaglianza di genere? Può la lotta ancora essere per raggiungere il "comando" in solitudine? E qui è il punto: la solitudine del comando al vertice, costruita nei secoli con l’istituzione di un potere monocratico, è l' esito esclusivo di una lotta tra soli maschi, sino al duello finale, è figlia di una storia politica tutta al maschile, nei pregi e nei difetti. Il posto delle donne era altrove. Che fare? Riprodurre, complice una battaglia di segno femminista (mah!), nuovamente una solitudine di “comando” o innovare, donne e uomini insieme, sul piano istituzionale aprendo a un potere duale, di coppia, di un uomo e una donna insieme? Perché le assemblee elettive non possono essere costituite in pari numero da uomini e donne sempre? Perché ai vertici delle istituzioni non è possibile prevedere una presenza duale, il bicratismo contro il monocratismo? Quali sono gli argomenti per rifiutare con ragione la formazione di assemblee elettive di pari numero tra uomini e donne? E vertici/presidenze duali, con un uomo e una donna?  Nell’attesa di risposte convincenti a sostegno dei rifiuti, intanto per quattro  anni sperimenteremo, molto probabilmente, o almeno si spera, pregi e difetti  di una guida duale (o quasi) proprio nella democrazia più potente del mondo.  Un uomo e una donna al vertice.  E tutto, grazie a un sistema elettorale/costituzionale arcaico e vetusto. O no? Severo Laleo
*Anche in Francia pare affacciarsi/realizzarsi, sia pure solo in una grande città, 
l’idea di una guida aperta, collegiale, duale; ad esempio, la sindaca di Marsiglia 
Michèle Rubirola ha già dato dei segnali originali in questa direzione 
alla sua esperienza di “capo” dell’amministrazione della città, avviando un lavoro 
comune, in continua stretta collaborazione (guida duale?) con il suo vice Benoît Payan.



mercoledì 11 novembre 2020

Trump, ora causa anche a Google

 



Per chi ha studiato la lingua inglese solo sui banchi del Ginnasio,

imparando a ripetere a memoria una paginetta di letteratura inglese

sempre con il solito iniziale ritornello "XY was born...",

comprendere un articolo della CNN è davvero complicato.

E allora ti capita di chiedere un aiuto a Google Traduttore

e cerchi così di barcamenarti nel capire il senso delle notizie.

E tutto diventa più comprensibile, perché Google riesce almeno

a restituirti il significato delle parole.


Ma non è un traduttore neutro. Compie le sue scelte con lungimiranza

e rende un servizio alla comprensione della politica.

In questi giorni, infatti, di consultazione dei risultati elettorali

per la conquista della Presidenza nella lotta tra Biden e Trump,

Google ti dà una mano e ti svela, senza nulla aggiungere,

le qualità dei due personaggi.

Sì, perché Google nella traduzione del nome "Biden" lascia "Biden",

mentre nella traduzione del nome Trump propone "Briscola".

What else?

O no?

Severo Laleo



Briscola nel Dizionario Treccani "2. scherz. Colpo duro, sconfitta, grossa perdita, 
somma enorme da pagare, o anche sbornia: che briscola!; è stata, 
o ha preso, una bella briscola! 

domenica 8 novembre 2020

Cotticelli, Zuccatelli: povera Calabria e senza Speranza




La vicenda della sanità calabrese è incredibile, intollerabile;

è un segno vistoso e sempre più preoccupante della superficialità

con la quale i responsabili delle decisioni politico-amministrative,

a prescindere, e si è visto, dal colore (e di questo è giusto dolersi),

si comportano sia nell’affrontare e risolvere i problemi,

sia nella scelta delle persone da nominare a dirigere il servizio pubblico.


Questa insopportabile superficialità non crea danni solo alla sanità,

distrugge anche la credibilità dell’agire democratico,

e scava un abisso livoroso tra rappresentanti e rappresentati.


Poche parole, in sintesi.

I problemi della sanità calabrese sono stati esposti con preoccupata,

sentita, dignitosa partecipazione dalla Presidente della Regione,

Iole Santelli, solo qualche mese fa, in una lettera pubblica

(tutta da leggere) al Presidente del Consiglio. Una lettera chiara,

senza le ambiguità del politichese, scritta da persona attenta

alla salute di chi in Calabria vive. E Santelli è anche persona sofferente.

E’ il suo ruolo chiedere, e svolge il suo compito, in questo campo,

a prescindere dalla parte politica (e non è la mia), con lungimiranza

e senso istituzionale. La sua figura diventa gigante di fronte

ai comportamenti dei noti “nominati” dal governo,

apparsi senza preparazione, senza il minimo sentimento

di “servizio”, pronti a un linguaggio inaccettabile

in una sede pubblica, comunque, ictu oculi, irresponsabili.


Il ministro Speranza, persona di grande qualità e degna di stima

(la mia sicuramente), con la sua difesa burocratica dell’ultimo nominato,

nega alla Calabria il respiro del futuro, la civiltà della misura,

il dovere della compostezza, la dignità del “servizio”,

il rispetto per la scienza.

E in questa situazione mi piace sottolineare la grande differenza

tra la serietà della donna Santelli, e la miseria degli altri maschi.

Caro mite ministro Speranza, non si nasconda dietro un curriculum,

abbia il coraggio di guardare in lungo e in largo per scegliere meglio;

le persone non si giudicano/scelgono solo per appartenenza politica.

La Calabria ha bisogno di nuovi coraggiosi atti della sua personale

responsabilità, di valore altamente lungimirante.

Anche nel rispetto della lettera di Jole Santelli.

O no?

Severo Laleo



venerdì 6 novembre 2020

Lettera a Gigi Proietti.

 

Caro Gigi,

vorrei dirti grazie, veramente un grazie di cuore, per aver regalato,

a partire dalla fine degli anni ‘70, alla mia giovane famiglia,

momenti di gioiosa e allegra serenità soprattutto nell’ascolto

delle canzoni di quel trentatré giri, quel tuo “Gaetanaccio”,

dove appari tutt’uno con un arco in pietra su una scalinata.

(Sì, perché il tuo stile non è stato mai quello di ingombrare

la scena, ma di rispettarla, da mattatore sì, un po’ speciale.)


Non ti dico quante volte quel disco ha riempito dei tuoi canti

la nostra casa. Mi divertivo, canticchiavo sulla tua voce,

e i miei bambini, pur giocando, seguivano; a volte, ormai ragazzi,

mi prendevano anche in giro, ridevano alle mie stonature,

eppure restavano ad ascoltare. Erano presi.

Avevano capito che eri il mio cantante e attore preferito,

e quando uscivi per televisione avresti potuto sentire:

papà, papà, vieni c’è Gigi Proietti”; proprio così,

nome e cognome. E da “amico” di papà eri diventato familiare.

Il solo tuo nome apriva i nostri sguardi a simpatia e sorriso.

E seguendo il tuo canto ci capitava di parlar tra noi,

di cose importanti, sempre a partire da “Gaetanaccio”.


Oggi, nel giorno del tuo funerale, scavando nei ricordi,

mi accorgo che abbiamo avuto molto di più dalla tua voce

avvolgente, e te lo voglio dire!

Proprio il tema della morte abbiamo toccato senza paure,

seguendo il tango della tua “danza macabra”,

sorridendo, grazie a te, al l’immagine di un “ossaio” in “ciavatte”.

Quante volte, grazie a te, abbiamo cullato il tempo serale

con la tua ninna nanna, ripetendo quel ritornello

della vita “che pazienza che ce vo’!

E che brutto tiro m’hai giocato con quel “Nun je da retta

Roma, che t'hanno cojonato!Vallo a spiegare!

Il discorso politico, i bambini, era difficile. Ma grazie a te,

abbiamo capito bene, “abbasta ‘no scossone” sì,

ma “io c’ho pazienza, aspetto”. E batteva il cuore

di solidarietà per la sventura dei poveri.

Infine l’amore per Nina, con tutti i suoi tormenti,

fino alla disperazione diFiume, me butto a fiume!

Cancellame dar monno”.

Per fortuna, era possibile tornare a “Nina se voi dormite”

per raccontare tutta la dolcezza dell’amore, e la sua forza:

L'amore nun se frena, o Nina, amate Che a vole' bene, no,

nun è peccato.”

E guarda caso a un amore dolce e pieno hanno imparato

a guardare quei bambini.


Sprigionava per noi la tua figura, ad di là del tipo, come dire,

di prestazione, canto, recitazione, intervista,

sempre un garbo gentile, vero, alimentato da una naturale

e civile mitezza.


Ora già m’aspetto di sentire anche dai miei nipoti:

nonno, nonno, vieni c’è Gigi Proietti”.

Ed io lascerò tutto per continuare a seguirti.

Credo sarai contento anche tu. Di là.

O no?

Severo Laleo

martedì 3 novembre 2020

Elezioni USA: il discorso politico, i leader e il popolo (e il maschilismo)

 



Oggi 3 Novembre, nel giorno di S. Martino de Porres,

un Domenicano dell’altra America, peruviano, negli Stati Uniti

le persone si presentano ai seggi per scegliere il Presidente,

ma anche, e per fortuna, le/i rappresentanti al Congresso

e in parte al Senato.

Una fortuna, perché il discorso politico almeno a livello

di Parlamento pare ancora non completamente distrutto.

Ma tra i due più alti contendenti, il discorso politico è saltato.


Un po’ tutti i giornali a larga diffusione in Italia scrivono,

proprio concentrandosi sul duello per la corsa alla Presidenza,

che nello scontro tra Trump e Biden sono in gioco due visioni

della società diametralmente opposte, due contrapposte idee

di futuro. Non c’è dubbio, è vero, si può concordare.

Ma con un’avvertenza: in questo scontro tra i due candidati,

l’un dei due, Trump, oltre a rappresentare il suo partito

e gli interessi e le idee di quegli elettori, purtroppo

reca con sé, nel suo parlare e agire, una cultura politica (si fa per dire!)

sfacciatamente fuori di ogni discorso politico.

E non c’è bisogno di portare prove a carico.


Trump lo ha stracciato il discorso politico, per una sua scelta,

da uomo forte, molto ricco, pieno di sé, Superman

e soprattutto maschio e bianco.


Ora, si sa, il discorso politico è la via della democrazia,

obbliga a un dibattito tra idee e programmi, nel rispetto di regole e valori,

ad esempio, di un linguaggio di verità, di un comportamento di lealtà,

di un metodo di trasparenza; e presuppone, ed esige, sempre una relazione

aperta, chiara, senza inganni tra chi offre la proposta politica,

i partiti e i leader, e chi deve scegliere la proposta, il popolo e le/i votanti.

Ma se un partito e un/a leader vanno oltre il discorso politico,

in pensieri, parole e atti, tocca al popolo, le/i votanti, porre un rimedio.

Con il voto. Prioritariamente a difesa delle regole e dei valori di quel discorso.

Se il popolo non è in grado di porvi rimedio, salta la democrazia.


Ma conserverà il popolo americano la sua sapienza democratica?

O avrà abdicato ai suoi doveri di altro partner fondante

della relazione di democrazia?


Questo è in gioco ora in America: la relazione di democrazia.

Se il popolo farà la sua parte la democrazia resisterà.

Altrimenti bisognerà introdurre ritocchi più stringenti

alle regole e ai valori del discorso politico. Per il futuro.


Il non rispetto dei doveri del discorso politico non riguarda

solo Trump, è un problema più diffuso. Purtroppo.

A volte tocca anche noi da vicino, e molto spesso, se ben si guarda,

è legato alla recrudescenza dell’infantilismo maschilista.

O no?

Severo Laleo

P.S. Elogio del popolo e della democrazia: Kamal Harris


domenica 25 ottobre 2020

Promemoria Coronavirus: 8. un vuoto di … donne nella cultura politica del M5S

 




E’ stato pubblicato recentemente un documento, quasi un nastro continuo

di proposizioni, dal titolo “Dopo il Coronavirus. La cultura politica

del Movimento Cinque Stelle”, sintesi di una ricerca a cura del prof. De Masi

e del suo studio, commissionata dalla senatrice Barbara Floridia,

responsabile della formazione del Movimento 5 Stelle.


Si tratta di un’operazione di ricognizione politica molto lodevole

specie in tempi di disordinata frammentazione della proposta politica

e di personalismi esagitati nella piazza delle ambizioni di potere.

E anche se il Movimento 5S non fosse a digiuno di elaborazioni teoriche,

forse non sempre interiorizzate da chi si è trovata/o ad assumere ruoli

di rappresentanza e di governo (“una rivoluzione democratica e pacifica

ha portato cittadini non esperti di politica in Parlamento),

con questo documento si prova almeno a dare una direzione consapevole

e condivisa all’agire politico, al termine naturalmente di un confronto

dentro le linee guida.


Qui non si vuole parlar bene delle proposizioni condivisibili

e criticare altre proposizioni alquanto estemporanee,

ma si vuole solo segnalare, spero utilmente, un vuoto.


Se non ho letto male, non ho trovato, pur tra tante ipotesi di riforme

in ogni settore, dalla giustizia alla formazione, dal fisco al lavoro,

tutte utili per la modernizzazione/democratizzazione della società,

non ho trovato, ripeto, una sola riflessione su auspicabili riforme istituzionali,

specie dopo la battaglia simbolo del Movimento 5S di riduzione

del numero dei parlamentari, vinta a larga maggioranza di popolo.

Le riforme istituzionali, a dire il vero, potrebbero essere tante, tutte ovviamente 

da inserire in un quadro ragionato di insieme con l’obiettivo principe non solo

del miglior funzionamento possibile, ma anche e soprattutto

- altro campo di battaglia del Movimento -,

di ampliare la partecipazione democratica di cittadine/i

(processo di estensione della democrazia); ma tra tante riforme possibili 

una è imprescindibile.

Quale riforma, dunque, potrà mai essere indispensabile per l’estensione

della democrazia se non si affronta e risolve, con sguardo lungimirante,

il tema della parità uomo-donna, non solo nel campo del lavoro

(condizione necessaria), ma anche nel campo delle strutture istituzionali

del Paese?

Può reggere forse a lungo una democrazia, se l’altra metà delle persone

del mondo, in questo caso le donne, si trovano ancora in una condizione

di minorità politica quanto a partecipazione e rappresentanza?

E si può forse ancora sostenere, nei nostri ormai consolidati sistemi

a democrazia avanzata, e dopo una così estesa presenza di donne

nella battaglia contro il Coronavirus, la teoria e la pratica delle quote rosa?


L’operazione da portare a termine è un’altra, ed è di una semplicità unica,

e non ha controindicazioni o opposizioni, se non di tipo antico

e, mi piace dire, capotico.

In breve, per incrementare la partecipazione delle persone alla vita politica,

rafforzando la qualità della democrazia fondata sulla sovranità popolare,

è necessario insistere sulla presenza paritaria nelle sedi decisionali

(assemblee elettive, governo) di uomini e donne.

Istituzioni di rappresentanza, a ogni livello, con egual numero

di uomini e di donne, diventano così la condizione necessaria

della normalità democratica.

E la ricaduta di una siffatta riforma istituzionale anche sul piano culturale,

soprattutto per le nuove generazioni, in termini di educazione alla parità

e di comportamenti sempre più inclini al reciproco rispetto,

non sarebbe trascurabile.


E sarebbe anche auspicabile guardare avanti e magari tentare di superare

il monocratismo di oggi, che è comunque l'esito storico del maschilismo,

con il bicratismo, con l'affidare cioè la carica, ad esempio di capo del governo,

non più appunto a un capo, ma a una coppia, un uomo e una donna,

cooperanti, aprendo così la strada a un governo a guida duale.

Ma qui il discorso diventa, come dire?, troppo complicato.

Per ora il M5S potrebbe essere il primo movimento/partito a sperimentare

una direzione a guida duale, con o senza un collegio di consultazione.

O no?

Severo Laleo


martedì 20 ottobre 2020

L'enciclica “Fratelli tutti”, l'amicizia sociale, il convivialismo e la cultura del limite

 



Caro Scapece,

oggi, nel giorno di San Luca Evangelista, ho finito di leggere l’Enciclica 
di Papa Francesco “Fratelli tutti”, pubblicata il 4 Ottobre, nel giorno 
di San Francesco, e non so perché mi è venuto spontaneo scriverti subito 
per parlartene un po’, rapidamente e come al solito a modo mio.
Anzi scusami, non ti ho nemmeno chiesto come stai. Come va? Spero, 
e ti auguro, un “tutto bene”. Purtroppo di questi tempi dobbiamo stare 
molto riguardati, specie noi, generazione al tramonto. E vabbè!
Senti, ho trovato quest’enciclica di una grande chiarezza di pensiero 
e di una consapevole semplicità di scrittura. 
(Il Papa dichiara espressamente di usare il suo “linguaggio”.)
E giustamente, perché i destinatari sono tutte le “persone di buona 
volontà”, non tutte esperte di dottrina cristiana.
E, a proposito di “persone”, termine inclusivo per uomini e donne, 
voglio subito dirti che accusare il Papa di aver dato un impianto linguistico 
maschilista all’enciclica, a partire da quel titolo/inizio “Fratelli tutti”, 
mi pare eccessivo e fuori luogo, anche se, e il papa in verità nel corpo 
del testo non dimentica le “sorelle”, sarebbe meglio ormai tener sempre 
presente con termini appropriati e espliciti l’universo maschile e femminile, 
altrimenti anche al miglior lavoro di rilettura/revisione può scappare 
un superato “uomini di buona volontà” (infatti appare una sola volta 
nella lettera). Eppure, se c’è nel testo un cedimento (tenero e giustificabile) 
agli stereotipi di genere, questo l’ho trovato in un passaggio del discorso 
sulla missione educativa delle famiglie, luogo ideale anche per l’educazione 
religiosa. Ebbene, scrive il Papa, “esse [famiglie] sono anche l’ambito 
privilegiato per la trasmissione della fede, cominciando da quei primi 
semplici gesti di devozione che le madri insegnano ai figli”. Forse nella parola 
madri sono inclusi anche tanti papà!

Senti, questa è davvero l’enciclica della fraternità aperta e dell’amicizia sociale
e dentro questo alveo corre tutto il discorso accorato di Papa Francesco. 
La sua preoccupazione è di spingere/convincere ogni persona a non trascurare 
l’amore per l’altro/a, soprattutto se quest’altro/a è in difficoltà, di qualunque
natura, economica, sociale, culturale, fisica, psicologica. In breve invita 
a non abbandonare le persone “scartate”. E’ forte, caro Scapece, questo 
termine, vero? E nell’immaginario di noi meridionali la parola scartare
credo abbia una valenza ancora più pesante e dura, e contiene quasi 
una colpa. Le persone non si possono “scartare”, scrive il Papa; sembra 
un’ovvietà della civiltà, ma un po’ dappertutto nel mondo si assiste 
purtroppo a un processo, guidato da una paura senza ragione, di chiusura 
nei confini della propria identità e del proprio egoismo, scartando 
chi è diversa/o. E da qui il richiamo molto sentito e forte del Papa al rispetto 
dei diritti delle persone migranti e alla fattiva ideazione/realizzazione 
di una politica di accoglienza concreta, senza l’egoismo 
della frontiera. Nessuno può rimanere escluso, a prescindere da dove sia nato, 
e tanto meno a causa dei privilegi che altri possiedono per esser nati in luoghi 
con maggiori opportunità. I confini e le frontiere degli Stati non possono 
impedire che questo si realizzi.”
Questa è anche l’enciclica del no definitivo alla guerra e del rifiuto dell’uso 
della formula della “guerra giusta”, perché la guerra non solo cancella
il “progetto di fratellanza”, ma “è la negazione di tutti i diritti e una drammatica 
aggressione all’ambiente. Se si vuole un autentico sviluppo umano integrale 
per tutti, occorre proseguire senza stancarsi nell’impegno di evitare la guerra 
tra le nazioni e tra i popoli”. In breve, papale papale, mai più la guerra!
Infine questa è l’enciclica del no definitivo alla pena di morte, perché la pena 
di morte, già inadeguata sul piano morale e non più necessaria sul piano 
penalesecondo l’insegnamento di Giovanni Paolo II, diventa ora 
inammissibile e la Chiesa si impegna con determinazione a proporre che sia 
abolita in tutto il mondo”. E attiverà, immagino presto, la Chiesa questo 
impegno, perché, a leggere le notizie di cronaca, l’8 dicembre prossimo 
Lisa Montgomery verrà uccisa in Indiana da una iniezione letale. E sì, 
perché il ministro della giustizia di Trump, William Barr, sicuro di difendere
legge e ordine”, ma incurante del processo di civilizzazione della società, 
ha dichiarato il suo pieno consenso alla ripresa dopo 16 anni delle esecuzioni 
federali negli Stati Uniti. (Montgomery sarà la prima donna in quasi 70 anni 
a essere giustiziata dallo Stato.) Certo, caro Scapece, se il “popolo” 
d’America conferma quest’uomo così privo di “tenerezza” sociale 
alla Presidenza, qualcosa non funziona nel discorso/agone della democrazia.

Per il resto tutta l’enciclica, dal punto di vista sociale, è nel solco delle grandi 
encicliche sociali degli ultimi decenni e non mi pare aggiunga altro. Anzi, 
poiché l’obiettivo fondamentale di Papa Francesco è di esortare alla fraternità 
aperta e all’amicizia sociale, gli aspetti socio-economici sembrano svolgere 
un ruolo di sfondo. La sua analisi a tinte fosche della società di oggi 
è infatti abbastanza diffusa, almeno mi pare, e anche il suo insistere 
sulla scarsa attenzione ai principi etici del potere economico ha larga 
accoglienza. 
Forse, grazie al fatto di aver scelto un linguaggio chiaro e semplice, piano 
e comprensibile, a volte, in qualche passaggio di analisi della società, 
le sue parole rischiano di destare immagini dai contorni generici, 
non sempre puntuali (i veri potenti, i potenti di turno). 
E forse è un prezzo da pagare per evitare 
il linguaggio settoriale. E forse è anche comprensibile in chi inserisce, 
a ben ragione, tra le qualità della relazione sociale la tenerezza. 
Ma queste ultime osservazioni, caro Scapece, come dire, chiudi un occhio 
e lasciamele passare, e goditi questo passaggio, così raro in encicliche sociali:
Anche nella politica c’è spazio per amare con tenerezza. «Cos’è la tenerezza? 
È l’amore che si fa vicino e concreto. È un movimento che parte dal cuore 
e arriva agli occhi, alle orecchie, alle mani. La tenerezza è la strada 
che hanno percorso gli uomini e le donne più coraggiosi e forti». 
In mezzo all’attività politica, «i più piccoli, i più deboli, i più poveri debbono 
intenerirci: hanno “diritto” di prenderci l’anima e il cuore. Sì, essi sono nostri 
fratelli e come tali dobbiamo amarli e trattarli»”.
E mi sovviene il convivialismo. A proposito, sai che Alain Caillé, animatore 
del movimento dei Convivialisti, dichiara in un’intervista di condividere 
totalmente l’ispirazione socio-economica dell’enciclica e quasi intende 
chiedere al Papa di andare più lontano sul piano della riduzione 
delle ineguaglianze, magari fino al punto di accogliere la proposta 
convivialista di un reddito minimo universale e di un tetto massimo
alla ricchezza individuale?
E qui torna il discorso della "cultura del limite". Una società dell'amicizia sociale
non può non determinare un limite sia alla povertà sia alla ricchezza.
Vedi, amico mio, giro e giro e torno sempre là; e per forza! 
Ripeto, purtroppo solo a me e a altri sette, queste cose da anni! 
A me sembrano i primi indispensabili passi per avviare 
un processo reale di civilizzazione della società, attraverso il quale la dignità 
di ogni essere umano, meglio di ogni persona, possa essere garantita 
e rispettata, sempre in ogni situazione. 
Per andare verso una “civiltà dell’amore”.
E con quest’ultima citazione dall’enciclica di Francesco, caro Scapece, 
ti saluto e ti auguro ogni bene. Speriamo che ce la caviamo tutte/i. 
O no?
Severo