martedì 23 novembre 2021

"Libertà inutile" è un libro utilissimo

 

Caro Scapece,

scusami se sarò spiccio stasera, ma vorrei solo parlarti rapidamente 
della mia ultima lettura, ancora un libro di (storia/cultura) politica. 
Si tratta di Libertà inutile di Gianfranco Pasquino.
E questa volta vorrei anche spingerti a leggerlo. Sai, Libertà inutile
è proprio un bel libro, si legge bene, è essenziale, chiarificatore, molto, 
soprattutto per chi ha (usato) il giudizio facile, a volte pedagogicamente 
guarnito, anche se non sempre espressamente dichiarato, 
con un suo procedere argomentato e documentato, con discrezione 
però, e sempre garbato/educato anche quando sprizza gocce acri 
di ironia, senza preferenze di sorta. Ed è davvero un utilissimo 
profilo ideologico dell’Italia repubblicana” per chiunque 
voglia aspirare a essere parte, con una propria opinione 
informata, di una “società classicamente democratica”.
E, per quanto mi riguarda, tu ben sai, già sostenitore nei miei piccoli 
ambienti scolastici, dell’insegnamento dell’”Educazione Politica”, 
lo vedrei bene, insieme alla lettura di carte/dichiarazioni (Costituzione, 
Dichiarazione Universale, Carta dei diritti europei, etc.), come testo 
scolastico, d’obbligo o consigliato, nel triennio secondario, 
per tentare, naturalmente nelle mani di prof. ferrate/i e appassionate/i, 
di guidare ogni minore (si voterà a 16 anni!) all’interiorizzazione 
(critica) di regole e procedure democratiche, e al libero esercizio 
della responsabilità (etica) verso l’/le/gli altro/e/i. 
Altrimenti, per intenderci, si rischierà di mettere in mano 
“’e criature” ... il futuro della democrazia.
Ma a volte ti incita alla rabbia, quella semplice, sai, del morso delle labbra, 
quando, durante il racconto, tranquillo, coinvolgente, mentre sei sul punto 
di cogliere l’importanza di una riflessione, e vuoi capire con più sicurezza, 
ecco una nota invidiosa pronta a rimandarti al tuo posto, del tipo 
esauriente è l’analisi di…”, "sul punto si veda l’interessante esplorazione 
condotta da…”. E vabbè!
Infine, inaspettatamente, ho trovato anche un incoraggiante spunto 
a non abbandonare un tema, da me a volte accarezzato, quello del sorteggio 
nella selezione di candidature, e non solo al parlamento (che, tu sai, 
desidererei vedere composto a parità assoluta uominidonne), 
se possono essere valutate incoraggianti queste parole inserite 
in una nota:”il tema [del sorteggio] circola più o meno sotterraneamente 
ed è sicuramente meritevole della massima attenzione.” 
Hai capito? Meritevole della massima attenzione.
E, ancora, e può sembrare una minuzia, ho trovato di grande serietà 
quel non dimenticare, almeno là dove il riferimento diventa significativo
(ad es., nota 7, p. 50), l’altra metà del mondo, in un contesto 
politico/culturale dominato, a dir poco, specie se si guardano le vicende 
di non pochi leader, anche oltre l’Italia, da una mentalità e da un fare 
al maschile: “le idee camminano sulle gambe degli uomini (come affermò 
il presidente Mao Tse-tung) e delle donne…” 
E qui, come tu già immagini e sai, mi vien da chiedere: sono anche 
le istituzioni democratiche in sé, così come sono (state) concepite, 
e come hanno funzionato e funzionano, e da chi sono agite, 
con quali competenze, atteggiamenti e culture, parte integrante 
di quel processo di miglioramento/peggioramento della qualità 
della democrazia? E avrebbe un peso rilevabile/misurabile sulla qualità 
della democrazia, una riforma di quelle istituzioni, ancora oggi 
dominate in grandissima parte da uomini, nella direzione di una parità 
assoluta uominidonne? Vabbè, basta, se no continuo a parlarti 
del monocratismo e del bicratismo.
Stammi bene e sempre accuort.
Buone cose. 
Un abbraccio

sabato 9 ottobre 2021

Sala e la “normale” parità assoluta

 



Trovo sulla stampa, per la gioia di questo blog, la seguente dichiarazione 

del sindaco di Milano, SalaAvevo fatto delle promesse che spero 

di aver mantenuto. La prima: un’assoluta parità uomini-donne

la volta scorsa era stata sostanziale. Ritengo normale 

che sia così.”

Al di là della soddisfazione di aver mantenuto una promessa, 

la dichiarazione del sindaco Sala assume un’importanza politica 

notevole, perché alla “sua” decisione di scegliere sei uomini 

e sei donne per la “sua” Giunta dà il carattere della “normalità”.


Ora, se il sindaco Sala riconosce la “normalità” della parità assoluta 

uomini-donne, immagino potrebbe anche non essere contrario 

ad una “norma” per la quale ogni sede di amministrazione/governo, 

per legge appunto, debba essere a parità assoluta uominidonne.

In pratica, con la sua dichiarazione il sindaco Sala esplicitamente afferma 

di non condividere l’idea e la prassi (per altro già limitata da vigenti 

disposizioni) di lasciare alla personale decisione del “capo”, 

magari illuminato, e sempre maschio (almeno in questa tornata 

recente elettorale), la scelta di quanti uomini e quante donne 

debbano entrare in Giunta/Governo, ma di ritenere “normale” 

la parità assoluta uominidonne.

Una normalità forse da estendere (non esiste ragione per essere 

contrari!) anche al governo nazionale, ancora così tanto dominato 

da troppi maschi combattenti.

In attesa del bicratismo, s'intende (anche nella guida dei partiti)!

O no?

Severo Laleo

giovedì 24 giugno 2021

WPL, donne leaders: quando la retorica imbriglia senza ragione l’agire politico

 


Si è svolto il 21 giugno scorso un summit, a cura della Fondazione Women 

Political Leaders, per ribadire ancora una volta l’importanza 

della leadership politica femminile, soprattutto adesso dopo la pandemia, 

per costruire il futuro in direzione di una “nuova normalità 

e un mondo migliore per tutti.” E vabbè!

Hanno anche parlato Draghi e Macron.

Draghi, capo di un esecutivo al maschile, dichiara: Ogni giorno milioni 

di ragazze imparano che non possono realizzare i loro sogni. 

Sono discriminate, a volte con violenza. Devono accettare, 

anziché scegliere, obbedire anziché inventare. 

Tutto questo non è solo immorale e ingiusto, è anche poco lungimirante: 

le nostre economie si perdono alcuni dei loro maggiori talenti, 

le nostre società ignorano alcune delle migliori leader del futuro...

ridurre le differenze di genere deve essere una priorità globale”.

Dichiara Draghi, ma non propone e non agisce in senso politico 

per rinnovare le istituzioni e ridurre realmente le differenze di genere.

Anzi, dimentica spesso di "nominare" donne in misura pari 

agli uomini, quando ha bisogno di qualificate collaborazioni.

Macron, a sua volta, già impegnato a tenere in piedi un esecutivo 

a parità di genere, dichiara: Abbiamo bisogno di costruire 

una leadership femminile nel regno politico. Nessuna società 

sarà in grado di affrontare le sfide di oggi se utilizzerà solo metà 

delle sue risorse viventi, della sua forza, della sua capacità 

di promuovere, sia nel servizio pubblico che nelle aziende, 

la diversità, che è la pietra angolare dell'innovazione.

Dichiara bene Macron, e con maggior vigore, ma non esistono 

sue proposte e strade percorribili per “costruire una leadership 

femminile nel regno politico.

La retorica delle buone intenzioni è salva, ma il paniere è vuoto.


Infine, l’obiettivo fondamentale della stessa Fondazione

tra gli altri, è proprio quello di aumentare il numero e l'influenza 

delle donne nelle posizioni di leadership politica

Ma non si trovano proposte di legge ad hoc. 

Tutto appare un gioco delle parti e un incredibile spreco 

di risorse a ogni livello. Si attende.

Eppure, perché, se c’è tutta questa volontà e convinzione, e c’è, 

di portare quanto meno a parità la presenza politica di uomini 

e donne anche a livello di leadership, perché non si introducono 

semplici riforme istituzionali, a quanto pare da tutte/i ormai 

ritenute non procrastinabili, per le quali, ad esempio, 

a. le assemblee politiche, ad ogni livello, siano sempre formate 

da un numero pari di uomini e donne (almeno qui da noi in Europa); 

b. gli esecutivi sian sempre formati da uomini e donne alla pari, 

per legge e non per “concessione” del capo, quasi sempre 

un maschio; 

c. la carica monocratica di Presidente, di Capo del Governo,

di Ministro sia trasformata in carica duale da affidare a un uomo 

e una donna insieme con pari facoltà (bicratismo vs monocratismo)?

Perché invece di dichiarare continuamente l’importanza della presenza 

delle donne in politica, non ci si impegna a agire per rendere reale 

questa presenza alla pari con gli uomini, modificando le leggi?

Le strutture di potere politico (e non solo) sono l’esito di una storia 

patriarcale tutta al maschile e per questo ogni carica di potere 

è sempre di tipo monocratico. Con la presenza paritaria di uomini 

e donne al potere, può essere sperimentata una forma diversa 

di organizzazione del “comando” non più di forma monocratica.

E forse qualcuna/o potrebbe studiare le conseguenze in campo culturale 

e sociale di una nuova forma di esercizio della guida politica.

O no?

Severo Laleo

domenica 20 giugno 2021

I maschi del “nucleo” e le chiacchiere di Draghi

 



Il Presidente del Consiglio Draghi ha nominato, senza ripensamento 

alcuno, cinque uomini nella "nuova struttura tecnica" 

per la gestione dei fondi in arrivo per la realizzazione del PNRR.

Cinque maschi su cinque!

Eppure Draghi sembrava aver capito nei suoi discorsi d’inizio 

governativo, l’importanza di superare la disparità uomo-donna 

non solo a livello salariale e occupazionale. 

Infatti nel discorso programmatico di governo esposto

al Senato, Draghi sostenne: "Una vera parità di genere non significa 

un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede 

che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi". 


Con quali proposte e con quali atti il nostro PdC ha inteso/intende 

superare il fariseismo e garantire "parità di condizioni competitive

tra generi"? Azzerando la presenza di donne e dimenticando così 

di garantire, attraverso presenze maschili e femminili,

 “una visione della cura” anche là dove, in economia, 

è oltremodo necessaria?

Perché non nominare sei persone, tre uomini e tre donne, 

magari a sorteggio, da un elenco di persone, disponibili 

a domanda, estremamente qualificate per titoli e esperienze 

professionali? Si possono correggere errori così gravi?

Dov’è l’autorità di Draghi, valente servitore di Stato?

Non c’entra la politica, non c’entrano i partiti, c’entrano i flussi di potere

sempre vivi dentro ambienti sempre chiusi e dominati da maschi.


Il maschilismo è duro a morire. Anche per Draghi.

I maschi restano al proprio posto e le chiacchiere di Draghi

già volano nel vento.

O no?

Severo Laleo

giovedì 27 maggio 2021

Un Paese senza freni … per soldi

 


Hanno perso la vita, nella cabina dal panorama splendido,

quattordici persone.

E la causa, nell’ipocrita incredulità tragica, è ora a tutte/i nota:

la corsa ad acchiappare solo e sempre soldi. Comunque.

E per far soldi, si sa, i freni sono l’ostacolo.

E gli occhi si devono chiudere.

E così, mentre il processo di civilizzazione di una società moderna

imporrebbe a ogni persona, qualunque sia il suo compito/ruolo,

il rispetto di una “cultura del limite”,

al contrario, il nostro paese continua a procedere senza freni.

Non ci si ferma davanti a niente. Dov’è il limite?

E gli esempi sono anche in alto, tra chi ha responsabilità di governo.

Le dispute tra tutela della salute e “esigenze economiche” (?),

in quest’era di covid, sono quotidiane; e per mediazione si sceglie

la strada del “rischio ragionato/calcolato”, dal significato truffaldino,

invece della strada delle azioni di sicurezza, sempre, nella difesa

della vita delle persone.

Sul Mottarone il rischio ragionato/calcolato ha portato la morte.

Perché pare abbiano ragionato sul rischio.


La cabina lasciata senza freni è la metafora di un intero Paese.

Un po’ dappertutto, per scelte temerarie e per egoismo violento,

si registra una corsa a distruggere/aggirare l’idea civile di un limite,

insieme con conseguenti sue norme e suoi controlli,

di quel limite che recita semplicemente “niente contro la persona”,

ora nell’assenza di protezione/sicurezza delle persone sul lavoro,

ora nella criminale manutenzione dei nostri ponti sulle strade,

ora nella pericolosa semplificazione nelle norme per gli appalti,

ora nell’opposizione di classe a una pur timida richiesta di una nuova

tassa di successione.

Per ogni decisione/azione la domanda dovrebbe essere sempre: 

qual è il limite?


La riflessione politica sull’importanza di una “cultura del limite”,

sempre in continuo aggiornamento, in dibattiti democratici aperti

e trasparenti, è fondamentale e non può dipendere da ipotesi

di un vantaggio puramente monetario (il vantaggio economico può essere

il risultato di un più complesso studio e non potrà prescindere

dall’obbligo di garantire prioritariamente l’integrità della vita reale delle persone).


E in questo blog non si ha timore di affermare che se ci fossero state donne

di pari numero degli uomini là dove si è deciso di “togliere i freni”,

forse la cabina sarebbe ancora al suo posto.

O no?

Severo Laleo


giovedì 8 aprile 2021

Il Portavoce di Casalino

 


Caro Scapece,

come va? tutto bene? vedo che sei diventato proprio pigro!

Ma come, ti chiedo via Whatsapp, per essere rapido,

un aiuto a individuare un buon suggerimento bibliografico

su Roberto Bracco, e tu decidi di prenderti tempo?

E vabbè, resterò in attesa.


Sai, di Roberto Bracco non so nulla: ho trovato per caso il suo nome,

leggendo, per tutt'altra ragione, le Lettere di Piero Gobetti alla sua Ada,

e mi ha colpito un suo giudizio molto duro, dell'estate del 1922,

appunto su Bracco; e mi è venuta voglia di saperne di più,

e ho deciso di prendermi una pausa di studio sull'argomento,

sia per capire il perché di un giudizio così severo da parte di un autore,

Gobetti, che per me è un importante punto di riferimento culturale 

e etico-politico, ma anche per conoscere un po' più da vicino questo povero 

Bracco e veder quel che ha combinato di così tanto improponibile;

tra l'altro si tratta di un figlio della tua (e un po' mia) terra.

(Il richiamo delle radici funziona sempre!)

Ho già letto la sua commedia "La fine dell'amore", un’opera

considerata "valida nella sua leggerezza" da Gobetti stesso,

e ne ho gradita la lettura, ma vorrei anche leggere qualcosa

sulla sua storia personale di uomo, di giornalista, di artista: 

so che saprai consigliarmi.


Intanto, a proposito di giornalismo, indovina cosa ho letto in questi giorni?

Il Portavoce di Rocco Casalino. "Come mai?" so già che mi dirai.

Ti sembrerà strano, ma sono stato spinto alla lettura da un senso 

di curiosità e di latente rispetto nei confronti di una persona 

che nella sua qualità di semplice portavoce veniva attaccato

come se fosse responsabile della politica del governo;

ed erano attacchi semplicemente di rigetto della persona, astiosi,

e senza un motivo esplicitato.

Mi son chiesto: che c'entra il portavoce con il Presidente del Consiglio?

Avrai sentito anche tu tante volte dire con scherno "il governo Conte-Casalino"!

Un fatto inusitato, non s’era mai sentito finora un attacco combinato

al Presidente del Consiglio e al suo portavoce. Come mai?

Che sarà mai questo portavoce!

In verità, poiché ad attaccare con disprezzo il portavoce erano persone

notoriamente use a un linguaggio infantilmente violento, nella maggioranza

e nelle opposizioni, avrei potuto anche lasciar perdere, ma la curiosità,

e quell'atteggiamento istintivo di difendere chi è colpito senza motivo,

hanno dettato la scelta.

E leggendo ho capito fino in fondo tutta la volgarità dei suoi detrattori.

E questo è il miglior esito della mia lettura, sul piano etico e politico,

a prescindere dalla storia personale del Portavoce, anzi dell’ingegnere

Casalino. (Scrivo il titolo per intero non solo perché ho letto tanto soddisfa 

il nostro, ma anche perché, da persona del Sud, so quanto sia gioiosa

soddisfazione, un po’ canzonatoria, tra uomini, scambiarsi vociate

con dei gran "dotto', ingegne', professo', avvoca'".)

Infine, non avendo mai seguito una sola puntata del Grande Fratello,

non avevo alcuna necessità di superare pregiudizi vari.

Il libro nasce, a mio parere, da una voglia semplice, e pare sincera,

di raccontarsi, di dire cioè a molte persone, attraverso un impegno di scrittura,

a volte sofferto, altre volte leggero, comunque importante, il suo “caso”,

essendo l’autore il primo a meravigliarsi di tutto il suo percorso di vita,

indubbiamente fuori dal “normale”. E, nonostante il racconto di tanti fatti

molto personali, qualche volta inopportuni nel dettaglio cronachistico,

al punto da crear disagio al buon lettore, ma da dar gusto al palato dei gossipari,

(si dice così?) trovo nell’aggettivo “limpido”, spesso ripetuto,

la chiave di tutto. Limpido, per il nostro ingegnere, in assenza

di una dichiarata ideologia, raccoglie il senso di una visione della vita,

anche nel suo lato politico. L’idea di una “limpidezza” pensata, cercata,

praticata convince, se la convinzione non è l’effetto della sua capacità,

come racconta sempre di sé, di “intortare” le/gli altre/i. 

(Segue emoji dell’occhiolino!)

Credo non abbia Casalino pretese letterarie: per lui il racconto è tutto.

Eppure le pagine sulla scuola in Germania e in Italia, nel Sud,

la corsa al cimitero sulle ali di un’idea di “perdono”, la gioia vistosa e vera

(a scrivere è direttamente la gioia stessa!) del suo chiacchierare con la Merkel

(che fa bene a stimare profondamente) con quella voglia fanciullesca di sbattere

un forte “hai visto?” sulla faccia dei suoi compagni di scuola tedeschi,

quelle pagine, ripeto, sono molto gradevoli.


Grazie alla teoria della “complessità1, cara al nostro ingegnere,

anche Rocco è solo da capire e non da giudicare a occhio;

e per me è (stato) un compito facile, sia per il mio mestiere,

sia per un nostro comune passaggio di vita, questo, riguardante la morte:

Mio padre aveva cinquantatré anni. Io ventidue” Uguale!


Senti Scapece, alla fine, mi va di augurare all’ingegnere di fare tanta strada 

ancora, perché capisco che questo gli piace molto, senza mai dimenticare 

però la limpidezza, idea-forza semplice, vincente anche quando si perde.

(Ma vale solo per chi si azzuffa!)

E se, caro Scapece. questo ingegnere ha davvero un fiuto particolare

nell’individuare al primo colpo i fuoriclasse”, certo non perderà colpi.

Ma per il suo sogno di “una meravigliosa storia d’amore” forse gli basta

uscire da sé e donarsi: per tutte/i cosa un po’ complicata.

O no?

Ti saluto, caro amico, e buone cose,

Severo



1Ho sempre pensato che anche nel peggiore degli uomini ci fosse
qualcosa di buono, l’ho predicato, e che l’importante fosse comprendere
il buio che ristagna nel profondo del cuore, che solo la complessità riuscisse
a spiegare davvero le cose e a farci evitare le brutture del passato,
che occorresse vedere tutto dalle due opposte prospettive per avere una visione
un po’ più corretta. Ho applicato queste idee a tutto e a tutti tranne che a te, papà."

E in quel "papà" c'è tutta l'educazione familiare-sentimentale del Sud, nel bene e nel male.

domenica 28 marzo 2021

Bracco, chi era costui. Una stroncatura di Piero Gobetti

 

Bracco, chi era costui? Bracco?

Certo, se non avessi letto la stroncatura di un giovane Piero Gobetti

in una lettera del 1922 a Ada Prospero, la sua ancora più giovane

fidanzata (si tratta di freschi ventenni!), forse non l’avrei mai saputo.

Il fatto è che Gobetti, non solo svolge la sua stroncatura

a tutto campo senza pietà del povero Bracco,

scrittore e drammaturgo, ma gli aggiunge anche delle note,

come dire, di carattere regionale, anzi metropolitane:

non era un veneziano come Goldoni, ma napolitano”,

cioè “presuntuoso, approssimativo, fanfarone”.

Forse è un po’ troppo, specie se hai radici napoletane:

ora a un napoletano gli puoi dare sì dell’“approssimativo”,

soprattutto quando vuole chiudere un discorso,

per tagliar corto e bene, con un “vabbuò ja!”, e gli puoi

anche dare del “fanfarone”, quando vuol far vista d’allegro

con un chiassoso “uè, uè”, ma non gli puoi dare del “presuntuoso”:

il “napolitano” non conosce presunzione, veramente!

Al limite gli puoi giusto dire, e forse per una serie di ragioni storico-sociali

è anche vero, “che ne sa sempre una più del diavolo”,

chiunque esso sia, povero o ricco, capoccione o analfabeta,

perché impara presto a conoscere le turbolenze della vita.

E Bracco (mentre ben altri intellettuali cincischiavano) dimostrerà

di lì a qualche anno, con una scelta politica e morale,

di avere altra pasta d’uomo, non piegandosi al fascismo,

lui pur uomo di mondo e di successo, e di non meritare quelle note

metropolitane, se non bonariamente per gioco tra persone in gamba.

Ma siamo ancora nel 1922, e Gobetti, la cui indefettibile onestà

intellettuale è di esempio per chiunque abbia il dono del pensiero libero,

salva di Bracco almeno la commedia La fine dell’amore,

con questo rapido giudizio: “un’opera valida nella sua leggerezza.”

Ma subito si pente (si fa per dire!) e, al di là dell’opera in questione,

sottolinea: “...anche il suo stile ha una imprecisione e una falsa

pienezza di voluttà viziosa e napoletana che circuisce e disgusta”.

Aiuto!

Ho sentito così, istintivamente, il bisogno di leggere almeno

quell’opera, per capire meglio questo Bracco e farmene una mia idea,

non solo in rispettosa stima nei confronti del Gobetti critico

(che merita sul punto un approfondimento in altra sede),

ma anche con l’intima volontà di onorare la memoria

di un antifascista della prima ora, pronto, senza esitazioni,

a pagar di persona.*


Ebbene, La fine dell’amore è davvero un’opera “valida”,

scritta con un piglio leggero e divertente, con qualche garbata staffilata,

(è definita una “satira” in quattro atti), ma un piglio, a suo modo, fermo

nel denunciare (forse il termine nella sua valenza attuale è troppo forte

e importante per il caso) la vacuità (con nota di squallore nel personaggio 

Rivoli), di un mondo maschile dal quale Bracco sembra prendere bene 

le distanze, cercando al contrario di concedere alla sola figura femminile Anna

la possibilità di comprendere il significato pieno dell’amore tra un uomo 

e una donna, con un cenno vago e fugace all’esistenza di una questione 

femminile (il personaggio Albenga segue “conferenze feministe”!).

Il tutto, appunto, in “leggerezza”, ma una leggerezza gradevole

quasi sollecitante tenuemente una riflessione sull’essere donna

tra cotanti uomini.

O no?

Severo Laleo


*Vorrei qui riportare, per restituire il meritato onore
a un “napolitano” per nulla “presuntutoso, approssimativo
e fanfarone” quanto si può leggere in Wikipedia:
Il 5 novembre 1936, Emma Gramatica, già interprete di alcune opere
teatrali di Roberto Bracco, saputo che il suo amico, ormai settantacinquenne,
versava in cattive condizioni di salute e di forte indigenza, chiese al ministro
della Cultura Popolare Dino Alfieri di aiutarlo finanziariamente, al fine di...
«...trovare un modo pietoso per alleviare la vita che si spegne di quest’uomo
di ingegno che ha avuto gravi torti ma non ha mai fatto nulla di male
e se non ha tentato nulla per riparare i suoi errori non è stato per orgoglio
ma per dignitoso riserbo, temendo di essere mal giudicato
Mussolini dispose d'urgenza che l'aiuto gli fosse concesso
e l'assegno fu recapitato da Alfieri alla Gramatica.
Ma Bracco, messo al corrente dell'iniziativa dell'amica,
non accettò il sussidio. L'attrice fu costretta a restituire la somma,
accompagnata da una lettera dello stesso Bracco al ministro Alfieri,
datata 9 gennaio 1937: «Eccellenza, per una serie di circostanze
che sarebbe qui inutile precisare, mi è pervenuto con molto ritardo
lo chèque di Lire diecimila da Lei inviatomi. (...) Una profonda e benefica
commozione ha prodotto in me l'atto generoso da Lei compiuto
con eleganza di gran signore e con una squisita riservatezza,
in cui ho ben sentito la bontà e la comprensione di chi amorosamente
e validamente vigila le sorti della famiglia artistica italiana.
Ma la commozione profonda e benefica non deve far tacere
la mia coscienza di galantuomo, la quale mi avverte che quel denaro
non mi spetta
E’ vero, puoi notare sì in Bracco un’attenzione insistita all’eloquio
avvolgente, ma quel che ha da dire rispetta onore e verità.
Senza falsità.

mercoledì 10 marzo 2021

Per una sinistra conviviale



La nostra democrazia, dopo aver colpevolmente subito e accarezzato
il “partito carismatico”, il partito del "leader”, il “partito personale”,
il non-partito “movimento”, il partito dei fuggiaschi, il partito a brandelli
ha ora bisogno non di “abolire” i partiti, al contrario, ha bisogno
di “più partito”, cioè di un “luogo reale”, fisico,
dove regole nuove e trasparenti rendono possibile
una relazione “alla pari” tra le persone, dove la dirigenza sia scelta,
per un 50%, anche per “sorteggio”, dove uomini e donne, in spirito 
di servizio, siedono “in pari numero” nei posti di guida, dove non si elegga 
a “capo” un “singolo”, spesso un maschio, ma una “coppia”, 
un uomo e una donna passando dal monocratismo di sempre 
alla guida duale del futuro (bicratismo?),
dove il finanziamento sia, da una parte, pubblico (la responsabilità,
anche economica, della continuità democratica è un bene/dovere del Paese),
dall'altra, privato, ma possibile solo a iscritte e iscritti. Se i partiti 
e i movimenti, in sé, sono senza regole di democrazia, trasparenti 
e controllabili, se non hanno un luogo di condivisione delle idee, 
se non sperimentano, anche dopo aver usato la rete, l’ardire del comprendersi 
guardandosi negli occhi, non potranno mai essere in grado di estendere 
la democrazia e di costruire una “sovranità conviviale”.
Abbiamo bisogno di più partito se vogliamo costruire un nuovo modo dell’agire 
politico; ognuno di noi deve contribuire a "immaginare" ogni possibile strada
per raggiungere l’obiettivo. Ed ecco il mio immaginare.
Perché un nuovo modo di far partito possa libero nascere e camminare, 
e accogliere, lungo il suo cammino, nuove/i compagne/i di strada, 
immagino sia necessario organizzare, nei territori, tanti "luoghi di partenza", 
visibili, stabili, animati, rumorosi, equipaggiati, dove sia possibile sperimentare, 
in continuità e in solidarietà, anche amicale, una qualche ipotesi 
di nuova "comunità" politica. Magari “conviviale”.
E immagino nuove "sezioni/circoli" quali reali luoghi di incontro di tante/i 
giovani, e di tante/i meno giovani, luoghi gradevoli, in centro e in periferia, 
dove sia possibile stare insieme, collegarsi in rete, ascoltare musica, 
bere una bibita, e discutere dei problemi della società, a partire 
dalla conoscenza/studio dei bisogni del nostro “prossimo” di quartiere, 
senza lunghe riunioni di “partito", ma tessendo nel dialogo rapporti  di "felicità" 
sociale, chiacchierata e praticata, e costruendo dal vivo una comunità, 
contro i luoghi virtuali dei giochi televisivi, delle tribune di parole gridate 
e da spettacolo.
E immagino una grande discussione sui nuovi confini della libertà, per tornare 
a riprendere il tema (e la pratica) dei nostri resistenti, e guardare aventi,
anche per smascherare l'imbroglio dei "nuovi" profeti del liberalismo salvifico. 
E immagino tutto un lavoro di studio/proposte, a partire dal quartiere, e non solo 
per la riparazione delle buche nell’asfalto delle strade, ma soprattutto 
per la riparazione delle buche  nella sofferenza del tessuto sociale, un lavoro
per coniugare la libertà con la giustizia, e per ricominciare a parlare di libertà
dalla miseria, dall'ignoranza, dalla precarietà, dalla subalternità, sfidando
gli avversari continuamente, in ogni volantino, in ogni manifestazione,
in ogni dibattito, a livello locale e nazionale, programmaticamente, riempiendo 
la libertà almeno dei suoi contenuti costituzionali, di un lavoro vero, di una casa 
dignitosa, di un'istruzione di qualità, di una salute curata. E non solo 
con manifestazioni chiuse in un unico “luogo di raccolta” centrale, ma aperte 
in ogni “luogo vissuto” di lavoro politico, in contemporanea, e su un tema comune. 
(Quando sarà possibile!)
E immagino una discussione ampia sulla "cultura del limite", quale possibile altro
orizzonte culturale: se sia, ad esempio, necessario definire un limite alla ricchezza,
e alla povertà, e allo sfruttamento della natura, e all'uso delle risorse energetiche, 
e alla violenza di guerra e non, e alle morti sul lavoro, e attraverso quali 
provvedimenti e quali interventi culturali.
E immagino la lettura in comune, partecipata, anche all’aperto, nei nostri "luoghi",
di testi di riferimento precisi, fondamentali per alimentare una speranza 
di una società migliore, meglio se testi già codificati; ad esempio, la dichiarazione
universale dei diritti umani, la nostra carta costituzionale, le carte del socialismo
europeo e internazionale.
E immagino un gruppo di lavoro di persone con passione preparate, capaci 
di spiegare la politica a chi non ha tempi e strumenti,
e disponibili a svolgere, nei nostri "luoghi", senza scadenze, non più solo 
una "campagna" elettorale per chiedere voti, ma una "campagna" di informazione 
e di ascolto, per una reciproca formazione, in un rapporto alla pari, a tracciare, 
pietra con pietra, un lastricato democratico.
E se tutti insieme si immagina, forse molte diventeranno, per costruire a sinistra
un Partito Nuovo, le cose da fare.
O no?
Severo Laleo