martedì 17 novembre 2020

Il potere monocratico di Trump e la guida duale Biden/Harris

 

Grazie a Lavrov, il ministro degli Esteri della Russia, veniamo a sapere
che il sistema elettorale col quale viene scelto il presidente americano
è "probabilmente il più arcaico" e "distorce significativamente la volontà
della popolazione" (sic!); forse sarà per questa arcaicità del sistema
e per i suoi effetti distorsivi che Putin, così attento alle garanzie
dei sistemi elettorali (mmm!) e così rispettoso delle pratiche
della democrazia liberale (mmm!), non riesce ancora a congratularsi
con Biden, in attesa dei risultati “ufficiali”.
In verità la ragione è un’altra, anche al di là di differenze di visione
politica, è che i maschi non evoluti, per natura ancora prepotenti,
sempre in agguato per predare e avere potere, sono solidali tra loro. 
Ed eccolo il trio macho dell’attesa dei dati ufficiali: TrumpPutin
Bolsonaro. Per non dire di Kim
Ma il futuro è oltre il monocratismo maschilista. Quale?

Ebbene, il sistema elettorale/costituzionale americano, pur arcaico,
dà la possibilità al popolo votante di scegliere contemporaneamente,
con voto appunto popolare, il Presidente e il suo Vice,
in pratica di scegliere, a guida dell’intero Paese, una “coppia”.
Quest’anno, nella lotta elettorale (più di quanto capitò a Hillary Clinton
Tim Kaine nel 2016, quando pur ottennero la maggioranza dei voti popolari),
la “coppia” ha assunto, a colpo d’occhio, un ruolo importante, forse decisivo 
per la vittoria; da una parte Trump da solo, con Pence silenzioso/muto 
al seguito, dall’altra una “coppia”, Biden e Harris, ognuno con un proprio 
ruolo. Trump ha mobilitato tutti i suoi, proponendo sé stesso, grazie 
soprattutto alla sua roboante e chiassosa personalità (si fa per dire!),
Biden/Harris, al contrario, hanno voluto offrire all’America,
con il linguaggio della politica e con le loro storie personali,
il volto “normale” della democrazia.
Infine l’America ha scelto, e il popolo tra il Presidente monocratico
Trump e la “coppia” Biden/Harris ha scavato un solco significativo
di oltre cinque milioni di voti. Tanti.
Avrà contribuito a scavare questo solco di milioni di voti
la differenza eclatante tra la dinamicità della “coppia” Biden/Harris
e la staticità monocorde dell’uomo solo al comando Trump?
Forse sì, e non pochi, dentro e fuori i Democrats, hanno riconosciuto
la grande, convinta mobilitazione/partecipazione al voto delle donne
di colore, determinante per la vittoria finale; e per il leader dei giovani
democrats le donne nere sono addirittura il “pilastro del partito”.
Kamala Harris senza dubbio ha dato un notevole impulso alla mobilitazione
delle donne e ora si trova a guidare la Grande America insieme
al suo Presidente Biden; le prime prove della “coppia” già parlano
di una nuova, attiva e, felice a vedersi, collaborazione.
Grazie a un mix di persone aperte e norme lungimiranti l'America 
avrà una "coppia" di un uomo e una donna al potere*.


Ora in Italia ci si lamenta della scarsa presenza delle donne nelle istituzioni e si chiede, con l’invito soprattutto alla sinistra, di avviare una battaglia perché anche in Italia possano trovare reale spazio politico fino alle più alte cariche le nostre tante  Kamala. Nadia Urbinati ha ragione: “L’Italia ha un record straordinario,  che i partiti che afferiscono al campo della sinistra (tradizionali fari  di emancipazione) poco o nulla hanno fatto per correggerlo:  le istituzioni democraticamente elette, dai sindaci delle medio-grandi città ai presidenti delle Regioni, sono incredibilmente mono-genere. E ha ragione anche  Elisabetta Gualmini: “L’uguaglianza di genere è una delle bandiere più sventolate nel mondo della sinistra, ma meno praticate (...) Eppure, tutte le ricerche ci dicono in modo inequivocabile che laddove le donne sono più presenti, la spinta a introdurre politiche a favore delle famiglie, dei bambini e degli adolescenti, di un welfare moderno è molto più forte. Nella fase attuale poi, in cui dopo la pandemia, i servizi alla persona andranno smontati e rimontati abbiamo bisogno di donne al comando”. Ma può bastare una lamentela con invito per cambiare le cose? O serve altro, a livello istituzionale, per un'uguaglianza di genere? Può la lotta ancora essere per raggiungere il "comando" in solitudine? E qui è il punto: la solitudine del comando al vertice, costruita nei secoli con l’istituzione di un potere monocratico, è l' esito esclusivo di una lotta tra soli maschi, sino al duello finale, è figlia di una storia politica tutta al maschile, nei pregi e nei difetti. Il posto delle donne era altrove. Che fare? Riprodurre, complice una battaglia di segno femminista (mah!), nuovamente una solitudine di “comando” o innovare, donne e uomini insieme, sul piano istituzionale aprendo a un potere duale, di coppia, di un uomo e una donna insieme? Perché le assemblee elettive non possono essere costituite in pari numero da uomini e donne sempre? Perché ai vertici delle istituzioni non è possibile prevedere una presenza duale, il bicratismo contro il monocratismo? Quali sono gli argomenti per rifiutare con ragione la formazione di assemblee elettive di pari numero tra uomini e donne? E vertici/presidenze duali, con un uomo e una donna?  Nell’attesa di risposte convincenti a sostegno dei rifiuti, intanto per quattro  anni sperimenteremo, molto probabilmente, o almeno si spera, pregi e difetti  di una guida duale (o quasi) proprio nella democrazia più potente del mondo.  Un uomo e una donna al vertice.  E tutto, grazie a un sistema elettorale/costituzionale arcaico e vetusto. O no? Severo Laleo
*Anche in Francia pare affacciarsi/realizzarsi, sia pure solo in una grande città, 
l’idea di una guida aperta, collegiale, duale; ad esempio, la sindaca di Marsiglia 
Michèle Rubirola ha già dato dei segnali originali in questa direzione 
alla sua esperienza di “capo” dell’amministrazione della città, avviando un lavoro 
comune, in continua stretta collaborazione (guida duale?) con il suo vice Benoît Payan.



mercoledì 11 novembre 2020

Trump, ora causa anche a Google

 



Per chi ha studiato la lingua inglese solo sui banchi del Ginnasio,

imparando a ripetere a memoria una paginetta di letteratura inglese

sempre con il solito iniziale ritornello "XY was born...",

comprendere un articolo della CNN è davvero complicato.

E allora ti capita di chiedere un aiuto a Google Traduttore

e cerchi così di barcamenarti nel capire il senso delle notizie.

E tutto diventa più comprensibile, perché Google riesce almeno

a restituirti il significato delle parole.


Ma non è un traduttore neutro. Compie le sue scelte con lungimiranza

e rende un servizio alla comprensione della politica.

In questi giorni, infatti, di consultazione dei risultati elettorali

per la conquista della Presidenza nella lotta tra Biden e Trump,

Google ti dà una mano e ti svela, senza nulla aggiungere,

le qualità dei due personaggi.

Sì, perché Google nella traduzione del nome "Biden" lascia "Biden",

mentre nella traduzione del nome Trump propone "Briscola".

What else?

O no?

Severo Laleo



Briscola nel Dizionario Treccani "2. scherz. Colpo duro, sconfitta, grossa perdita, 
somma enorme da pagare, o anche sbornia: che briscola!; è stata, 
o ha preso, una bella briscola! 

domenica 8 novembre 2020

Cotticelli, Zuccatelli: povera Calabria e senza Speranza




La vicenda della sanità calabrese è incredibile, intollerabile;

è un segno vistoso e sempre più preoccupante della superficialità

con la quale i responsabili delle decisioni politico-amministrative,

a prescindere, e si è visto, dal colore (e di questo è giusto dolersi),

si comportano sia nell’affrontare e risolvere i problemi,

sia nella scelta delle persone da nominare a dirigere il servizio pubblico.


Questa insopportabile superficialità non crea danni solo alla sanità,

distrugge anche la credibilità dell’agire democratico,

e scava un abisso livoroso tra rappresentanti e rappresentati.


Poche parole, in sintesi.

I problemi della sanità calabrese sono stati esposti con preoccupata,

sentita, dignitosa partecipazione dalla Presidente della Regione,

Iole Santelli, solo qualche mese fa, in una lettera pubblica

(tutta da leggere) al Presidente del Consiglio. Una lettera chiara,

senza le ambiguità del politichese, scritta da persona attenta

alla salute di chi in Calabria vive. E Santelli è anche persona sofferente.

E’ il suo ruolo chiedere, e svolge il suo compito, in questo campo,

a prescindere dalla parte politica (e non è la mia), con lungimiranza

e senso istituzionale. La sua figura diventa gigante di fronte

ai comportamenti dei noti “nominati” dal governo,

apparsi senza preparazione, senza il minimo sentimento

di “servizio”, pronti a un linguaggio inaccettabile

in una sede pubblica, comunque, ictu oculi, irresponsabili.


Il ministro Speranza, persona di grande qualità e degna di stima

(la mia sicuramente), con la sua difesa burocratica dell’ultimo nominato,

nega alla Calabria il respiro del futuro, la civiltà della misura,

il dovere della compostezza, la dignità del “servizio”,

il rispetto per la scienza.

E in questa situazione mi piace sottolineare la grande differenza

tra la serietà della donna Santelli, e la miseria degli altri maschi.

Caro mite ministro Speranza, non si nasconda dietro un curriculum,

abbia il coraggio di guardare in lungo e in largo per scegliere meglio;

le persone non si giudicano/scelgono solo per appartenenza politica.

La Calabria ha bisogno di nuovi coraggiosi atti della sua personale

responsabilità, di valore altamente lungimirante.

Anche nel rispetto della lettera di Jole Santelli.

O no?

Severo Laleo



venerdì 6 novembre 2020

Lettera a Gigi Proietti.

 

Caro Gigi,

vorrei dirti grazie, veramente un grazie di cuore, per aver regalato,

a partire dalla fine degli anni ‘70, alla mia giovane famiglia,

momenti di gioiosa e allegra serenità soprattutto nell’ascolto

delle canzoni di quel trentatré giri, quel tuo “Gaetanaccio”,

dove appari tutt’uno con un arco in pietra su una scalinata.

(Sì, perché il tuo stile non è stato mai quello di ingombrare

la scena, ma di rispettarla, da mattatore sì, un po’ speciale.)


Non ti dico quante volte quel disco ha riempito dei tuoi canti

la nostra casa. Mi divertivo, canticchiavo sulla tua voce,

e i miei bambini, pur giocando, seguivano; a volte, ormai ragazzi,

mi prendevano anche in giro, ridevano alle mie stonature,

eppure restavano ad ascoltare. Erano presi.

Avevano capito che eri il mio cantante e attore preferito,

e quando uscivi per televisione avresti potuto sentire:

papà, papà, vieni c’è Gigi Proietti”; proprio così,

nome e cognome. E da “amico” di papà eri diventato familiare.

Il solo tuo nome apriva i nostri sguardi a simpatia e sorriso.

E seguendo il tuo canto ci capitava di parlar tra noi,

di cose importanti, sempre a partire da “Gaetanaccio”.


Oggi, nel giorno del tuo funerale, scavando nei ricordi,

mi accorgo che abbiamo avuto molto di più dalla tua voce

avvolgente, e te lo voglio dire!

Proprio il tema della morte abbiamo toccato senza paure,

seguendo il tango della tua “danza macabra”,

sorridendo, grazie a te, al l’immagine di un “ossaio” in “ciavatte”.

Quante volte, grazie a te, abbiamo cullato il tempo serale

con la tua ninna nanna, ripetendo quel ritornello

della vita “che pazienza che ce vo’!

E che brutto tiro m’hai giocato con quel “Nun je da retta

Roma, che t'hanno cojonato!Vallo a spiegare!

Il discorso politico, i bambini, era difficile. Ma grazie a te,

abbiamo capito bene, “abbasta ‘no scossone” sì,

ma “io c’ho pazienza, aspetto”. E batteva il cuore

di solidarietà per la sventura dei poveri.

Infine l’amore per Nina, con tutti i suoi tormenti,

fino alla disperazione diFiume, me butto a fiume!

Cancellame dar monno”.

Per fortuna, era possibile tornare a “Nina se voi dormite”

per raccontare tutta la dolcezza dell’amore, e la sua forza:

L'amore nun se frena, o Nina, amate Che a vole' bene, no,

nun è peccato.”

E guarda caso a un amore dolce e pieno hanno imparato

a guardare quei bambini.


Sprigionava per noi la tua figura, ad di là del tipo, come dire,

di prestazione, canto, recitazione, intervista,

sempre un garbo gentile, vero, alimentato da una naturale

e civile mitezza.


Ora già m’aspetto di sentire anche dai miei nipoti:

nonno, nonno, vieni c’è Gigi Proietti”.

Ed io lascerò tutto per continuare a seguirti.

Credo sarai contento anche tu. Di là.

O no?

Severo Laleo

martedì 3 novembre 2020

Elezioni USA: il discorso politico, i leader e il popolo (e il maschilismo)

 



Oggi 3 Novembre, nel giorno di S. Martino de Porres,

un Domenicano dell’altra America, peruviano, negli Stati Uniti

le persone si presentano ai seggi per scegliere il Presidente,

ma anche, e per fortuna, le/i rappresentanti al Congresso

e in parte al Senato.

Una fortuna, perché il discorso politico almeno a livello

di Parlamento pare ancora non completamente distrutto.

Ma tra i due più alti contendenti, il discorso politico è saltato.


Un po’ tutti i giornali a larga diffusione in Italia scrivono,

proprio concentrandosi sul duello per la corsa alla Presidenza,

che nello scontro tra Trump e Biden sono in gioco due visioni

della società diametralmente opposte, due contrapposte idee

di futuro. Non c’è dubbio, è vero, si può concordare.

Ma con un’avvertenza: in questo scontro tra i due candidati,

l’un dei due, Trump, oltre a rappresentare il suo partito

e gli interessi e le idee di quegli elettori, purtroppo

reca con sé, nel suo parlare e agire, una cultura politica (si fa per dire!)

sfacciatamente fuori di ogni discorso politico.

E non c’è bisogno di portare prove a carico.


Trump lo ha stracciato il discorso politico, per una sua scelta,

da uomo forte, molto ricco, pieno di sé, Superman

e soprattutto maschio e bianco.


Ora, si sa, il discorso politico è la via della democrazia,

obbliga a un dibattito tra idee e programmi, nel rispetto di regole e valori,

ad esempio, di un linguaggio di verità, di un comportamento di lealtà,

di un metodo di trasparenza; e presuppone, ed esige, sempre una relazione

aperta, chiara, senza inganni tra chi offre la proposta politica,

i partiti e i leader, e chi deve scegliere la proposta, il popolo e le/i votanti.

Ma se un partito e un/a leader vanno oltre il discorso politico,

in pensieri, parole e atti, tocca al popolo, le/i votanti, porre un rimedio.

Con il voto. Prioritariamente a difesa delle regole e dei valori di quel discorso.

Se il popolo non è in grado di porvi rimedio, salta la democrazia.


Ma conserverà il popolo americano la sua sapienza democratica?

O avrà abdicato ai suoi doveri di altro partner fondante

della relazione di democrazia?


Questo è in gioco ora in America: la relazione di democrazia.

Se il popolo farà la sua parte la democrazia resisterà.

Altrimenti bisognerà introdurre ritocchi più stringenti

alle regole e ai valori del discorso politico. Per il futuro.


Il non rispetto dei doveri del discorso politico non riguarda

solo Trump, è un problema più diffuso. Purtroppo.

A volte tocca anche noi da vicino, e molto spesso, se ben si guarda,

è legato alla recrudescenza dell’infantilismo maschilista.

O no?

Severo Laleo

P.S. Elogio del popolo e della democrazia: Kamal Harris