domenica 26 marzo 2017

Elisabetta di Boemia e la "maledizione del sesso"




Caro prof. Scapece,
se ti capiterà tra le mani il romanzo di Raffaele Simone Le passioni dell’anima,
leggilo; è una lettura molto godibile, anche se a volte, per empatia con Cartesio,
sei trascinato a condividere una solitudine cupa da clima iperboreo; 
grazie a un racconto con “velature”, la lettura è godibile non solo a lettori 
esperti, ma anche a lettori di buona volontà. Sì, perché ogni lettore pare avere 
la sua occasione per scoprire “quel che si deve ai protagonisti” 
e quel che il romanziere ha aggiunto.
A me l’occasione è capitata, e lieve ho sorriso, solo quando ho incontrato,
a pagina 194, il portoghese “spregiudicatoAntonio Damasio
Povero Damasio, “che si dichiara medico”! Purtroppo, conquistata la baldanza 
di chi ritiene di poter capire anche altro, quando, sul finir dell’opera, 
ho letto la bellissima lettera di Elisabetta di Boemia a Monsieur Descartes
ho creduto, sospettoso, di poter vedere qua e là la mano del romanziere, 
forse per una presenza fine di sensibilità moderna.
Ma la nota finale Al lettore, a cura del romanziere, confermando l’autenticità 
della lettera, smonta l’incauta baldanza. Così, caro Scapece, ho voluto 
rileggere la lettera per riparare un torto, e, godendo appieno delle “bellissime 
parole” di civiltà e d’amicizia di Elisabetta, mi sono sorpreso a inseguire 
i miei soliti pensieri.
La lettera te la invio, perché tu possa leggerla secondo i tuoi sentimenti,
e ti invio anche questa mia interessata interpretazione che, conoscendo
la tua pazienza saggia di napoletano, so che leggerai: solo tu puoi!
Elisabetta, nell’esprimere il suo non più differibile bisogno di avere notizie
positive e dirette di Descartes, si dichiara disposta con gioia a viaggiare
fino a Stoccolma. Ecco, caro Scapece, la forza delle sue parole:
La maledizione del mio sesso m’impedisce la gioia che mi darebbe 
un viaggio verso Stoccolma, dove ben verrei per imparare le verità 
di metafisica e di scienza che traete dal vostro giardino e dalle vostre riflessioni.” 
Capisci, Scapece, la maledizione del sesso! E, guarda, non è un lamento. No! 
E’ l’affermazione constatazione di una situazione di fatto, di una condizione 
dei tempi, appunto una maledizione, quindi non accettabile, da superare 
senz’altro. Non è forse una richiesta serena, non piccata, anzi gioiosa 
di parità uomo-donna?
Anzi più avanti, nel raccontare il suo sforzo per imparare qualche parola 
di spagnoloscrive proprio di parità, meglio di sentirsi al pari 
con il suo miglior medico, sempre con un tono garbato di fine ironia: 
Vedete che anch’io, per puro amor vostro e quasi per sentirmi al pari con voi 
col solo emulare i vostri sforzi, sto imparando qualche parola di spagnolo?”
E ancora, con più sicurezza di giudizio, senza spirito di rivalità tra i sessi:
Nella notte dell’ignoranza, nel gelo di un mondo sconosciuto e avverso, 
poche persone (tutti uomini, ahimè: alle donne questa prerogativa 
non è riconosciuta) portano la fiaccola della scienza contrastando il buio 
con la loro debole fiamma.”
Caro prof. Scapece, questa Elisabetta di Boemia ha un’idea così chiara 
e naturale della parità dei sessi da destare un’ammirata attenzione. 
E forse potrà ben figurare nelle biografie dell’Enciclopedia delle donne.
O no?

 Severo Laleo

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