lunedì 9 febbraio 2026

Con Marco D'Eramo dalla parte dei dominati (e dominate)

 Caro Scapece,

grazie di cuore per la tua bella lettera così densa di ricordi di gioventù, quando era ancora possibile coniugare, nella nostra "missione" di insegnanti, passione, empatia e rigore! E vabbè, i tempi cambiano e i.le nostri.e allievi.e, destinatari.e di ogni nostra attenzione e cura, sono diventati.e, da un bel po', semplicemente "clienti".

Sai, ho ritrovato questo termine in un interessante e utile libro di Marco D'Eramo, Dominio, uscito qualche anno fa e scritto durante la tempesta del Covid. Ascolta questo passaggio: "...a scuola siamo non studenti ma "clienti" e, come si sa, "il cliente ha sempre ragione" e il cliente va sempre accontentato. Ma questo non ha niente a che vedere con la qualità dell'istruzione impartita, con la competenza con cui gli studenti escono dall'istituzione scolastica. Una scuola può soddisfare i suoi "clienti" ma insegnare poco ai suoi "studenti". Proprio così, non credi? 

Il discorso sulla scuola, naturalmente, è parte di un'analisi più complessa, riguardante tutti i settori della società, nella lotta tra poveri e ricchi, in quel processo di riduzione continua delle funzioni del "pubblico/istituzioni" nei confronti del  "privato/imprese". Il sottotitolo del libro è chiarissimo: "La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi".

In realtà D'Eramo, a obbedire ai sentimenti della mia lettura, nel suo libro, persegue, al di là del lavoro notevole di informazione, un più ampio e preciso obiettivo: stimolare/spingere le persone sinceramente di sinistra a non aver timore della propria " ideologia", anzi a tornare alla profonda comprensione della dura realtà (senza sottovalutazione alcuna della "destra": la documentazione sul punto è abbondante) per individuare, infine, gli strumenti di lotta necessari per ridurre le disuguaglianze. Perché, scrive nel prologo l'autore, citando Buffet, "se c'è una guerra di classe, l'hanno vinta i ricchi". 

E i ricchi sono pienamente consapevoli di questo, essendo riusciti, partendo da lontano con la potenza dei cospicui finanziamenti elargiti anche in campo culturale, a far passare l'idea che ogni individuo (individuo, mai persona) è imprenditore di sé stesso, "anzi un'impresa di per sé: il manager di sé... l'individuo è il proprietario di sé stesso". 

Di qui un imperioso sfruttamento del lavoro a ogni livello (data la dimensione di "manager di sé"  di ogni individuo), fino a giustificare, senza altra valutazione se non appunto il profitto e il successo, l'individuo/proprietario di sé che vende i suoi organi! 

Ma D'Eramo, anche se la sinistra è disorientata, sa da quale parte stare; perché "stare a sinistra" vuol dire sempre e soltanto "stare dalla parte dei dominati contro i dominanti (e contro il dominio stesso)". Naturalmente!

Eppure, caro Scapece, nel libro credo manchi qualcosa nella pur complessa analisi (ma qui torna solo la mia fissazione, scusami!); credo manchi l'analisi di quel fattore, che possiamo definire cultura e pratica del maschilismo, con tutto il suo armamentario "naturalmente" dominante (e militare), di forza feroce e di logica vincente/perdente, quale spinta ideale forte nell'escludere, a partire dal terreno economico proprio neoliberista, ogni "cura" sociale. E tutto si riduce a duello maschio!

È di questi giorni, con l'uscita dei files Epstein, l'evidenza del legame intrinseco, sempre più tenace e perverso, tra la super-ricchezza economica e il dominio maschilista, fino a programmare la violenza sessuale anche su ragazze comunque povere e minorenni. 

La sollevazione di "dominate/i" è d'obbligo. O no?

E vabbè (si fa per dire!), caro Scapece, ora caramente ti saluto, sempre con l'augurio di tante buone cose.

Severo




sabato 24 gennaio 2026

Trump e gli schiavi

 A me pare un errore parlare solo delle "pazzie" di Trump, e un errore mi pare esclusivamente sottolineare ogni volta il suo imprevedibile e minaccioso oscillare decisionale, ma, se è utile certamente smascherare la continua sua riduzione della politica ad affarismo e condannare il suo continuo ricorso alla violenza eversiva, contro persone e istituzioni, appare forse più giusto, più importante, più democratico, più produttivo, sul piano culturale e politico, parlare della codardia interessata e avvilente dei "suoi" seguaci repubblicani, soprattutto se esponenti politici. 

E si potrebbe ricorrere per l'occasione a un'espressione famosa di Gobetti nella sua analisi del fascismo: Trump non ha certo "virtù di padrone", ma i suoi repubblicani "hanno bene animo di schiavi". 

E annovera tra i "suoi" anche i servili alleati. 

Speriamo comunque freni il Presidente della Repubblica la discesa nella vergogna!

O no?

Severo Laleo


venerdì 23 gennaio 2026

Il discorso di Carney è il futuro?

 Sì, un "buon"  discorso, il discorso di Carney a Davos, insieme di strategia e di pragmatismo; eppure, se diventa un "gran"  discorso, è solo grazie al contesto geopolitico: infatti, in un mondo, a sentir Carney, di paesi divisi e in competizione tra loro per ottenere il meglio, a dir breve, da "chi comanda con la forza e senza regole", proporre di cambiare rotta è un atto dirompente, "eroico"! 

Ma è proprio così? 

Leggiamo questo passaggio di Carney a proposito del suo Canada: "Il Canada sta calibrando le proprie relazioni in modo che la loro profondità rifletta i nostri valori. Stiamo dando priorità a un impegno ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che ciò comporta e la posta in gioco per ciò che verrà dopo. Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza. Stiamo costruendo questa forza nel nostro paese. Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo tagliato le tasse sui redditi, sulle plusvalenze e sugli investimenti delle imprese; abbiamo rimosso tutte le barriere federali al commercio interprovinciale e abbiamo dato priorità a investimenti per mille miliardi di dollari in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora. Raddoppieremo la nostra spesa per la difesa entro il 2030, facendolo in modi che rafforzano le nostre industrie nazionali".

In verità, quando si passa dai valori alla forza si rischia sempre di meritarsi per strada un Trump qualsiasi: se si persevera in politiche note e fallimentari, sarà difficile costruire un "nuovo ordine". Potrà essere anche più giusto e razionale il "nuovo ordine", meno trumpiano, ma sarà sempre in continuità con la storia in corso. 

Forse sono necessarie altre politiche, di cambiamenti notevoli, legate, ad esempio, a un'idea di "limite", con le conseguenti scelte di governo: innanzitutto definire un limite alla ricchezza e un limite alla povertà -per una società solidale-, un limite al potere di un "capo", dovunque si manifesti -superamento dei monocratismi-, un limite al potere degli uomini -per una parità assoluta, soprattutto a livello istituzionale, tra uomini e donne-, un limite alla distruzione dell'ambiente, un limite alla "pene" -eliminazione della pena di morte, un limite alla produzione di armi...e così via.

Il discorso di Carney senza dubbio sveglia, ma non propone cambiamenti. 

O no?

Severo Laleo

domenica 11 gennaio 2026

Due corpi, due culture: la gioia/vita e la violenza/morte

 Il brutale assassinio di Renee Nicole Good segna e segnerà inevitabilmente la fine del potere maschile, ora nella sua ultima versione trumpiana. La sollevazione sarà generale. Specie delle donne. Niente sarà più come prima, dopo questo paradigmatico "scontro" tra due mondi. Il processo di civilizzazione, nel suo farsi, è inarrestabile, ed è quindi sicura la fine della violenza maschile. E del suo potere politico.

Il fatto emblematico è questo: nel 2026, nell'era di Trump e dei suoi seguaci, si scontrano, in una strada di Minneapolis, due corpi e, insieme, due visioni del mondo, due culture. 

I due corpi, cioè le due strutture umane, sono, da una parte, un viso solare, una mano fuori dal finestrino dell'auto in segno di apertura e intenzione di dialogo, senza paura dell'"altro", e, dall'altra parte, una struttura umana chiusa in sé stessa, rigida, impaurita, pronta a usare la violenza dell'arma, protesi del suo "essere", incapace di parola. 

Da una parte, un dire: "...non sono arrabbiata con te!", dall'altra un insulto, "fottuta stronza".

È un terribile scontro, drammatico, in questo caso, fra il corpo femminile e il corpo maschile, tra un corpo femminile, interprete di una cultura della parola, e un corpo maschile, interprete dell'istinto della violenza/dominio. 

Si sa, esistono corpi femminili, tutti al maschile, e corpi maschili, tutti al femminile: il confronto è sempre tra due "sentire", tra due interpretazioni della relazione, tra la "mitezza" (M.L. Rodotà) e la violenza. A prescindere.

Forse è ora di provare a espellere dalla storia il dominio maschile con le sue terribili imprese violente.

O no?

Severo Laleo