giovedì 6 agosto 2026

"Il limite non è il contrario della forza. È la forma più alta della sua legittimazione democratica"

 Il titolo di questo post è la conclusione, a mio parere condivisibile, di un articolo-saggio di Cecchino Cacciatore pubblicato su Questione Giustizia online, editata dall'Associazione Magistratura Democratica, nel caldissimo Luglio 2026.

L'articolo-saggio verte soprattutto sul tema "legittima difesa", a partire da un caso di cronaca recente, ma va oltre il singolo caso per svolgere una serie di riflessioni,  storicamente documentate, sul tema del rapporto tra "forza e limite".

La lettura dell'articolo risulta utile, interessante e gradevole; la persona interessata ha questo link a sua disposizione. 


Ma qui si vuole aggiungere altro e si chiede se è possibile, per consolidare la nostra civiltà del diritto (e della democrazia), porre un "limite" alla "forza" soltanto in tema di "difesa legittima", un limite cioè contro una forza fisica di aggressione attuale e personale o anche contro altre "forze", di altra natura, magari socialmente persistenti, le quali comunque vengono a minacciare la vita/libertà delle persone? 

In breve, si chiede: è possibile provare a fondare, sulla scia ora delle riflessioni di Cacciatore, una "cultura del limite", in grado di imbrigliare ogni "forza-potere" minacciante la convivenza in una rete appunto di limiti, da seguire/aggiornare in continuità?

Proviamo a entrare nel merito solo con qualche esempio.

La "forza-potere" del denaro da parte di singoli o gruppi, spropositata e fuori controllo, senza limiti appunto, può minacciare la libertà delle persone? Può essere, simile forza, persino un pericolo per la vita delle persone? E può travolgere, intervenendo nel gioco elettorale, e non solo, le regole faticosamente costruite da parte delle nostre democrazie ancora fragili? (Tra l'altro le forme attuali di democrazia sono ancora a trazione esclusivamente maschile: la democrazia paritaria uomini-donne e il bicratismo non ancora paiono obiettivi di un avvenire prossimo). 

Non esistono dubbi (ed esistono studi) al riguardo: la forza del danaro (la fame dei soldi) è una forza terribilmente condizionante i diritti di  libertà, a ogni livello e sotto qualunque spoglia, spesso dalle multiformi giustificazioni.

In una democrazia moderna porre un limite alla forza denaro è un obiettivo politico fondamentale per l'estensione delle libertà di tutte/i. Nei parlamenti si discute di tutto, ma non di porre limiti, con ogni strumento possibile, alla ricchezza; eh, sì, perché i possessori di patrimoni spropositati sono riusciti a convincere la maggioranza delle persone della sacra intangibilità dell'oro! E hanno investito molto per raggiugere questo risultato, penetrando a fondo nella "mentalità" comune.


Altrettanto potente, spropositata, senza limiti appunto, è la "forza" della miseria/povertà, dell'assenza cioè di denaro/risorse da parte di singoli o gruppi, che il problema non è più solo la minaccia alla libertà personale, quanto il diritto stesso alla vita. E quale democrazia reale è possibile costruire quando milioni di persone soffrono la miseria? Non si muovono forse migliaia e migliaia di persone dal "sud misero" del mondo verso il "ricco nord" in cerca semplicemente di un'opportunità di "vita"? Non è forse necessario per il bene di un'intera mondiale "comunità di persone", a prescindere da storia e geografia, porre dei limiti, con interventi di una politica ad hoc, all'inferno della miseria/povertà? O si crede ancora a una povertà figlia della colpa? O si ha ancora paura di "soccorrere" chi è nel bisogno con una serie di infingardi pregiudizi? O si crede ancora possibile porre i "poveri interni" contro i "poveri esterni", fomentando campagne d'odio? E' possibile, per la nostra civiltà, continuare a erigere solo muri di sbarramento a difesa dell'orto del nostro benessere, e continuare a dimostrare penosamente, con i fucili in mano, di non saper affrontare e risolvere il problema dell'urgenza della miseria, né di saper guardare al futuro definendo sul piano internazionale un'organizzazione razionale di accoglienza?

No, l'umanità è in grado di affrontare il problema e di trovare una soluzione, perché non può continuare a essere schiava della paura ciclica tra governanti (soprattutto) e governati: al contrario, è facile porre un "limite" alla "forza" della povertà! Basta un cambiamento di prospettiva e culturale. Appunto.


Infine, che dire della "forza" senza controllo, spropositata, appunto senza limiti, esercitata a più mani, da singoli e da gruppi, con ogni mezzo, con la partecipazione consapevole e inconsapevole questa volta di tutte/i, nei confronti della natura e dell'ambiente? Non è forse il caso di imporre con determinazione il rispetto di limiti oltre i quali il ritorno diventa impossibile? 

Forse è proprio a partire dalla cura dell'ambiente, nel suo significato "globale", che credo sia possibile definire/sviluppare/estendere una "cultura del limite" quale patrimonio etico-politico della civiltà e della democrazia.

O no? 

Severo Laleo





La miseria è una condizione di limitazio

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