mercoledì 30 settembre 2026

Non solo un limite alla ricchezza: a proposito di "Una cosa di sinistra"

 Caro Scapece, 

mi pesa un po' (ma ho il dovere della sincerità amica) dirti che qualche mese fa sono passato in auto, da solo, rientrando dal profondo Sud, dalle tue parti, fissando con gli occhi il tuo monte davanti a me, e sono stato quasi sul punto di chiamarti e di raggiungerti, ma l'ora tarda, era già vicino il buio, e la voglia di tornare presto a casa, mi hanno suggerito di proseguire. E ho visto con rammarico l'allontanarsi lento e continuo del tuo monte. Forse, quando si tratta di vedersi tra vecchi amici, bisognerebbe superare ogni remora. E vabbè, è andata così!

Sai, ho finito da poco di leggere un libro "politico", in verità una dichiarazione programmatica di futuri impegni politici (da sindaco?), scritto da un trentenne, Lorenzo Pacini, assessore del Municipio 1 di Milano, Una cosa di sinistra, appena uscito presso Ponte alle Grazie.

E, al solito, vorrei dirti solo qualche mia impressione/riflessione, tanto per tenere in esercizio la mente.

Sono stato colpito piacevolmente dalla misurata volontà (non c'è la recitazione dell'ambizione nel suo dire) di questo giovane di continuare a impegnarsi in politica, guardando, con semplicità naturale, quasi istintiva, esclusivamente al "bene comune", di questi tempi una rarità o al massimo un vezzo retorico. 

Anzi, senza temere di cadere nella ripetizione di luoghi comuni (la banalità del bene), scrive: "Sono di sinistra, perché credo nel benessere dei molti contro il privilegio dei pochi. E perché credo che il socialismo sarà sempre l'unica alternativa alla barbarie. Sono di sinistra perché credo si possa essere felici solo se lo sono tutti. Sono anche militante del Partito Democratico, e mi candido a diventare sindaco della mia città". Chiaro e credibile. 

Certo non è un testo di profonde analisi di politica né di visioni complesse (e del resto il libro non vuole essere questo; a proposito, di Chandler ti ho già scritto, vero?), eppure attraverso l'osservazione di dati reali (soprattutto della sua città) e le proposte di soluzione riesce, secondo la mia lettura, sia a ben parlare a chi ha ormai perso fiducia nella politica, sia a mobilitare persone: in breve, il minimo sindacale per ogni concreto agire politico!

Scrive Pacini: "Abbiamo bisogno del protagonismo dei cittadini, delle nuove generazioni, di imprenditori capaci e non di sfruttatori cinici. Il nuovo patto tra cittadini e politica è un municipalismo basato sul mutualismo e sulla qualità della vita di chi, in questa città, abita, vive e ci progetta il suo futuro. La rivoluzione di Milano è possibile, perché saremo noi, con le nostre energie e i nostri bisogni molto simili, a realizzarla. Insieme. Una cosa di sinistra è realizzare il socialismo municipale nella città più diseguale d'Italia: Milano". 

Non posso non augurargli di riuscire in quest'opera.

Infine, sono stato colpito anche da questo passaggio, per me, tu ben sai, molto importante, proprio perché è all'interno della pratica di una cultura del limite. Ecco le sue parole, qui in evidenza: "Una cosa di sinistra è, quindi, fissare un limite alla ricchezza. Una soglia: diciamo 50 milioni di euro? Per me ne basterebbero dieci, ma comprendo che ognuno abbia i propri desideri e le proprie megalomanie. Proviamo allora a ragionare su un tetto accettabile alla ricchezza oltre il quale essa diventa iniqua, e cerchiamo di declinarlo con la necessaria intelligenza ridistributiva e progettuale. Un fondo pubblico, una destinazione sociale prioritaria: la scuola e l'università, ad esempio. Borse di studio e alloggi per i giovani". 

Perfetto, completamente d'accordo, specie se si lavora anche a definire un limite alla povertà, magari operando al riguardo con istituzioni pubbliche in grado di dare sostanza materiale alla dignità della persona: casa, reddito, opportunità di vita.

Credo anche tu sia d'accordo. O no?

Un abbraccio

Severo

domenica 20 settembre 2026

Il dovere della Politica: dare un "corpo istituzionale alla fraternità" in una "comunità di destino"

 Trovo l'espressione "dare corpo istituzionale alla fraternità" nell'Enciclica "Magnifica Humanitas" di Leone XIV. E la trovo, quest'espressione, nel paragrafo 186. Ecco il testo completo del paragrafo: "Quando San Paolo VI introdusse l’espressione “civiltà dell’amore”, il mondo era segnato dalla Guerra fredda, dalla corsa agli armamenti e da forti squilibri economici. In quel contesto, la Chiesa indicava una via alternativa all’opposizione ideologica tra sistemi, immaginando un ordine sociale in cui giustizia e carità si intrecciano e l’amore diventa principio di organizzazione della vita economica, politica e culturale. Oggi dobbiamo recuperare con forza questa visione: la civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente. Essa consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro – sia esso persona o popolo – come un alleato necessario per la costruzione del bene comune. Come ci ha ricordato l’Enciclica Fratelli tutti, solo questo amore sociale, capace di farsi cultura e norma, può generare un ordine internazionale stabile, trasformando la convivenza da semplice coesistenza armata a comunità di destino".

Bene -qualcuna/o potrebbe dire-, si tratta di una visione religiosa, anzi della visione della Chiesa Cattolica, con le sue conseguenti ricadute sul piano etico e sociale, valide soprattutto per chi crede o comunque per chi accoglie laicamente le posizioni della Chiesa, e certamente molto utili, per più di un aspetto, a quanti/e, da volontari/e, si buttano anima e corpo nell'estensione, in parole e opere, dell'idea di fraternità a chi soffre, senza distinzioni di sorta. E solo a titolo di esempio mi piace citare qui tutte le lodevoli attività della Comunità di Sant'Egidio.

Eppure, ad ascoltare bene le parole del Papa, non è peregrino immaginare nel suo discorso, al di là del livello religioso-etico-sociale, una proposta politica nel senso pieno della parola.
Leone XIV, nell'esprimere la necessità di "dare corpo istituzionale alla fraternità", invita sì gli Stati a prendersi cura, con risorse, organismi e strutture, di chiunque si trovi in condizioni di disagio/difficoltà (per non dire altro), ma soprattutto rivolge le sue parole a ogni forza politica capace, senza remore, di proporre un "corpo istituzionale alla fraternità" (ideare/realizzare progetti strutturali di sostegno a chi è nel bisogno), rompendo con l'attuale, diffuso orientamento di impiegare risorse solo per organizzare esclusioni e "costruire muri".

Leone XIV senza dubbio parla a tutte le persone di buona volontà per "tradurre la carità in strutture di giustizia", ma c'è un popolo qui da noi sensibile alle sue parole,
pronto a uscire dai pesanti attuali condizionamenti della difesa del "Noi" contro il grido dell'"Altro", per proporre una nuova politica di estensione del "bene comune".

E questo popolo, di uomini e donne, in grado di "dare corpo istituzionale alla fraternità", se non ha paura di esistere/esprimersi, è soprattutto a sinistra.
O no?
Severo Laleo

venerdì 18 settembre 2026

50 e 50: l'assurdo di negare la parità uomini-donne

 Solo per una breve/rapida riflessione, vorrei tornare, dopo il recente voto del Senato sulla nuova legge elettorale (con "finte" preferenze e con capilista bloccati senza alternanza di genere), a quel voto della Camera a luglio, con il quale fu bocciato, con 223 voti contrari e 142 a favore, un emendamento alla legge elettorale sulla parità di genere proposto da Elena Bonetti.

Davvero, appare incomprensibile, in assenza di una sensata giustificazione, l'ostinazione con la quale la gran parte del mondo politico, soprattutto gli uomini (ma non solo), si trovi arroccato in una visione maschio-proprietaria delle istituzioni. Esiste forse chi è in grado di trovare una sola ragione logica, sostenibile, argomentabile (se non all'interno di una cultura dominata completamente dal maschilismo -e in politica questo dominio è ancora schiacciante-) per impedire la realizzazione della perfetta parità di genere nelle sedi più alte della rappresentanza politica, Camera e Senato? Solo luoghi comuni.

Negare la parità uomini-donne nelle sedi della rappresentanza politica non solo è assurdo, ma è anche un danno per la cultura politica e per la pienezza delle decisioni.


L'impianto istituzionale della politica, in ogni sua parte, nasce storicamente nella più assoluta visione maschilista del potere: tutto è al maschile e tutto è legato al "capo" vincitore. E' vero, le lotte delle donne hanno pur frantumato il "tetto di cristallo", consentendo alla "donna forte" di superare ogni ostacolo sulla via per accedere alla "stanza dei bottoni", ma, introiettando metodi/atteggiamenti già definiti, hanno lasciato intatto quell'impianto istituzionale costruito appunto senza la partecipazione delle donne.


E' tempo di ristrutturare le istituzioni, a partire dal principio non trattabile della parità assoluta (50 e 50) in ogni sede/assemblea di discussione/decisione politica, a ogni livello (principio da inserire in Costituzione); e insieme è tempo di riflettere anche sull'origine dell'idea di affidare a un "capo/a" la responsabilità di importanti decisioni: questa fissazione del leader "solo al comando" potrebbe ben cadere di fronte all'idea di una guida a responsabilità condivisa tra un uomo e una donna: dal monocratismo al bicratismo.

O no?

Severo Laleo


P.S. A leggere su Domani, ormai è più di un mese fa, l'articolo di Giorgia Serughetti dal titolo "Se le donne che governano invocano muri ed esclusione", ci si meraviglia del fatto che a "capeggiare la linea più dura nelle politiche di controllo dei confini esterni contro le migrazioni irregolari" siano due donne, anche di diversa estrazione politica, la destra per Meloni e la socialdemocrazia per Frederiksen, ma pur donne, con una storia di esclusione dai diritti alle spalle, quindi in grado di meglio capire e comprendere chi oggi è privo di diritti.

Ebbene, "se le donne che governano invocano muri ed esclusione" è anche perché, per la conquista del Potere, sono state "costrette" (o hanno accolto l'idea di adattarsi) a muoversi/lottare all'interno di istituzioni nate con il crisma del mito maschile del vincere/dominare, assorbendo quasi naturalmente una cultura dell'esclusione insita proprio in quelle istituzioni. Le istituzioni non sono neutre.




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giovedì 3 settembre 2026

L'autunno della democrazia è nel monocratismo

 Sara Gentile, la prof. Sara Gentile, scrive, su Domani del 3 Settembre, un articolo molto interessante e condivisibile riguardante la crisi della democrazia ("L'autunno della democrazia"), a partire dall'analisi delle proposte/slogan di programma e di qualche ragionamento politico (si fa per dire!) del "leader" di AfD, della "leader" Le Pen, e della "leader" Meloni.

In verità, spesso, quando si parla della crisi della moderna democrazia, il discorso cade sulle grandi abilità dei "leader", pronti a conquistare/usare il consenso per impedire alle regole della democrazia di limitare il proprio governare; in questo caso il rischio di un ingabbiamento dei processi democratici nelle mani di un "leader" è analizzato sul versante della destra, proprio attraverso i comportamenti politici dei suoi menzionati leader, i quali, in particolare, cavalcano, per raggiungere (e tenere) il potere, quasi ossessivamente, l'idea della difesa della Patria dall'invasione immigratoria. Non si può non essere d'accordo. Il rischio per la democrazia, così come sorta e sperimentata in occidente, è vivo e forte.

Ma qui, senza negare il pericolo oggi ben noto e la sua origine, si vuole svolgere un'osservazione "neutra" sulla struttura delle istituzioni democratiche e sulla sua base culturale.

Non potrebbe essere la crisi della democrazia, a prescindere ora dai leader in ascesa, legata proprio al fatto che le istituzioni democratiche, attraverso i suoi gestori, torsione dopo torsione, hanno comunque assorbito, fino a estreme e rischiose conseguenze, sia pure a salti e lentamente, la teoria della importanza/necessità di un leader/capo forte in grado di decidere, con o senza consiglieri, su tutto, anche forzando, andando oltre, le regole democratiche?

Il caso Trump negli Stati Uniti è paradigmatico.


Ora, perché non si discute del fatto che proprio l'istituzione di una carica, ancora di tipo monocratico, affidata, da sistemi elettorali cangianti, a un "leader" sia proprio la causa della crisi della democrazia? Non è forse, tra l'altro, l'idea di affidarsi a un capo decidente, e solo, in una parola, il monocratismo, l'esito istituzionale di una visione maschilista del potere? A prescindere dal genere del capo (cmq quasi sempre un maschio duellante).


Oggi è dominante (o quasi) di nuovo una cultura della prepotenza, della gerarchia, con conseguente retrocessione dei diritti delle donne e riduzione degli spazi di visibilità/libertà di ogni diversità, fino a produrre, scrive Gentile, nel caso della Germania, "una gabbia di ferro per proteggere la purezza della razza tedesca". 


Forse una democrazia moderna e avanzata dovrebbe preoccuparsi di modificare questo impianto istituzionale e l'iniziativa dovrebbe essere a cura di un fronte progressista e femminista (perché è esclusivamente la cultura maschilista a essere legata strettamente, ancestralmente si potrebbe dire, all'idea del capo solo al comando!).

Non è più possibile accettare, in democrazia, il fatto che il mondo sia governato da tanti singoli capi i quali nelle fotografie ufficiali di importanti incontri disegnano in video e sulla carta solo una macchia scura di maschi.

Il mondo è diviso a metà tra uomini e donne. Se si vuole organizzare una democrazia avanzata, e limitare (forse) il rischio di derive autoritarie, è necessario superare il monocratismo e avviarsi verso una forma di guida/direzione duale -un uomo e una donna- dei governi, in corrispondenza di rappresentanze parlamentari a parità assoluta di uomini e donne.


La cultura della guerra e del dominio, figlia dell'antico duello tra maschi, non trova ancora oggi un'opposizione di pari forza nelle voci dei tanti femminismi e di tante singole donne, soprattutto perché a quest'opposizione, per ragioni strutturali e culturali (il maschilismo non è appannaggio soli degli uomini!) non è garantito il necessario spazio di pensiero/azione che potrebbe diventare reale solo con parlamenti in occidente a parità assoluta uomini-donne. 


Forse la crisi della democrazia, il suo autunno, si potrà evitare anche con profondi cambiamenti strutturali nelle istituzioni.

O no?

Severo Laleo