In verità, spesso, quando si parla della crisi della moderna democrazia, il discorso cade sulle grandi abilità dei "leader", pronti a conquistare/usare il consenso per impedire alle regole della democrazia di limitare il proprio governare; in questo caso il rischio di un ingabbiamento dei processi democratici nelle mani di un "leader" è analizzato sul versante della destra, proprio attraverso i comportamenti politici dei suoi menzionati leader, i quali, in particolare, cavalcano, per raggiungere (e tenere) il potere, quasi ossessivamente, l'idea della difesa della Patria dall'invasione immigratoria. Non si può non essere d'accordo. Il rischio per la democrazia, così come sorta e sperimentata in occidente, è vivo e forte.
Ma qui, senza negare il pericolo oggi ben noto e la sua origine, si vuole svolgere un'osservazione "neutra" sulla struttura delle istituzioni democratiche e sulla sua base culturale.
Non potrebbe essere la crisi della democrazia, a prescindere ora dai leader in ascesa, legata proprio al fatto che le istituzioni democratiche, attraverso i suoi gestori, torsione dopo torsione, hanno comunque assorbito, fino a estreme e rischiose conseguenze, sia pure a salti e lentamente, la teoria della importanza/necessità di un leader/capo forte in grado di decidere, con o senza consiglieri, su tutto, anche forzando, andando oltre, le regole democratiche?
Il caso Trump negli Stati Uniti è paradigmatico.
Ora, perché non si discute del fatto che proprio l'istituzione di una carica, ancora di tipo monocratico, affidata, da sistemi elettorali cangianti, a un "leader" sia proprio la causa della crisi della democrazia? Non è forse, tra l'altro, l'idea di affidarsi a un capo decidente, e solo, in una parola, il monocratismo, l'esito istituzionale di una visione maschilista del potere? A prescindere dal genere del capo (cmq quasi sempre un maschio duellante).
Oggi è dominante (o quasi) di nuovo una cultura della prepotenza, della gerarchia, con conseguente retrocessione dei diritti delle donne e riduzione degli spazi di visibilità/libertà di ogni diversità, fino a produrre, scrive Gentile, nel caso della Germania, "una gabbia di ferro per proteggere la purezza della razza tedesca".
Forse una democrazia moderna e avanzata dovrebbe preoccuparsi di modificare questo impianto istituzionale e l'iniziativa dovrebbe essere a cura di un fronte progressista e femminista (perché è esclusivamente la cultura maschilista a essere legata strettamente, ancestralmente si potrebbe dire, all'idea del capo solo al comando!).
Non è più possibile accettare, in democrazia, il fatto che il mondo sia governato da tanti singoli capi i quali nelle fotografie ufficiali di importanti incontri disegnano in video e sulla carta solo una macchia scura di maschi.
Il mondo è diviso a metà tra uomini e donne. Se si vuole organizzare una democrazia avanzata, e limitare (forse) il rischio di derive autoritarie, è necessario superare il monocratismo e avviarsi verso una forma di guida/direzione duale -un uomo e una donna- dei governi, in corrispondenza di rappresentanze parlamentari a parità assoluta di uomini e donne.
La cultura della guerra e del dominio, figlia dell'antico duello tra maschi, non trova ancora oggi un'opposizione di pari forza nelle voci dei tanti femminismi e di tante singole donne, soprattutto perché a quest'opposizione, per ragioni strutturali e culturali (il maschilismo non è appannaggio soli degli uomini!) non è garantito il necessario spazio di pensiero/azione che potrebbe diventare reale solo con parlamenti in occidente a parità assoluta uomini-donne.
Forse la crisi della democrazia, il suo autunno, si potrà evitare anche con profondi cambiamenti strutturali nelle istituzioni.
O no?
Severo Laleo
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