Scrive Giorgia Serughetti su Domani del 5 Novembre nel suo articolo Quei no che aiutano la democrazia a crescere: "In una stagione segnata, a livello globale, da "recessione democratica" e tentazioni autoritarie, sempre più cittadini e cittadine rifiutano di comportarsi come passivi destinatari delle decisioni pubbliche. Agiscono, in molti modi, per modificarle: nelle urne, dove il voto ancora conta, e con la protesta organizzata o manifestazioni di scontento spontanee e rabbiose. Non solo esprimendo il proprio consenso, ma anche negandolo a chi governa".
Ben detto! D'accordo. È il classico elogio del dissenso e della democrazia del voto. Almeno là dove la democrazia esiste, senza le torsioni di sistemi elettorali truffaldini e senza i controlli sull'elettorato, cmq sempre possibili quando le maggioranze pro-tempore perdono la "testa". E sappiamo che il "danarismo" in ogni democrazia, anche ben collaudata, può sempre interferire su voto e votanti, aprendo vortici imprevedibili (chi può riesce a "comprare" anche i candidati -il caso di Haley Stevens nel Michigan!).
Tutto bene, dunque? Soprattutto perché l'esito premia oggi i democratici? E se il voto avesse avuto un esito diverso, molto probabile in assenza di crisi economica e/o di guerre?
No, non va bene. Il funzionamento della democrazia non è solo nel dissenso delle piazze e nel voto libero e uguale, serve anche una riforma istituzionale capace di ridurre una volta per tutte il rischio della "recessione democratica" e delle "tentazioni autoritarie".
I padri fondatori Usa, scrive il 3 Novembre Nadia Urbinati sempre su Domani, inventarono più di un espediente per ridurre i poteri di un (possibile) "monarca". Ecco le sue parole: "I padri fondatori...avevano la fobia della tirannia: erano ben consapevoli dell'uso perverso delle elezioni, e ancora prima dei limiti dell'ordine repubblicano romano (Cesare, che passò il Rubicone, li disturbava) e di quello delle repubbliche italiane (il popolo in tumulto, manipolato dalle élite) e, soprattutto, dell'aspirazione assolutista del capo: il re Carlo I venne giustiziato il 30 gennaio 1649 a Londra, in quella che fu la prima rivoluzione costituzionale moderna. Insomma, la tirannofobia e l'abuso del consenso elettorale (due condizioni che si inanellano) spinsero i Padri fondatori a propendere per una monarchia elettiva costituzionale su base federale, con alcuni accorgimenti aggiuntivi".
Tutto bene, dunque? No, non va ancora bene, comunque! Si possono inventare tutti gli espedienti possibili, ma se non si elimina, con riforme ad hoc, la possibilità stessa di eleggere "un (possibile) tiranno" o "un monarca" sia pure costituzionale, la "fobia" continuerà a fermentare e il rischio "recessione democratica" imperverserà.
Che fare? Semplice, eliminare la possibilità del governo di "uno/a", residuo istituzionale del patriarcato, e aprire al "governo duale", di un uomo e una donna: dal monocratismo al bicratismo.
O no?
Severo Laleo
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