venerdì 4 novembre 2016

Il prof Scapece, il referendum e la priorità etico-politica



Il mio amico napoletano Antonio Scapece, il prof. Antonio Scapece,
contrario per natura e cultura al litigio senza senso,
alieno da ogni linguaggio, non dico irrispettoso, ma appena impertinente,
sempre pronto al dialogo e a una sua possibile conclusione di sintesi
con le ragioni di tutti/molti, in una parola, un vero spirito ecumenico,
in privato ha voluto chiarirmi il suo porsi nei confronti del Referendum.
Anche questa volta è riuscito a sorprendermi per chiarezza
di punto di vista. Per questo motivo, dopo aver ottenuto a fatica
il suo "vabbuò, ja", pubblico la sua dichiarazione. Eccola.
"Nel prossimo voto referendario -scrivemi Scapece- ci si potrà dividere 
(in verità è stata la "politica" a decidere, a ogni costo, la strada 
della  "divisività" di un'intera comunità !) tra il Si e il NO 
e ognuno porrà le sue ragioni. Bene! Ottimo!Eppure, per quanto mi riguarda, 
a prescindere da ogni linea di divisione, da sempre, da uomo di scuola, 
dominato dall'idea di educare alla libertà, ho il dovere di ritenere 
che ogni tentativo, comunque vestito, di riduzione della "rappresentanza" 
è insieme un passo verso la riduzione della "democrazia" 
(che, al contrario, avrebbe bisogno di "estensione", e penso soprattutto 
alla parità perfetta tra uomini e donne nella presenza/gestione pubblica) 
e insieme, per forza di conseguenze, un passo verso la riduzione 
della libertà mia e delle persone in formazione; la mia natura, 
la mia conquistata educazione, l'idea/cultura di capire/porre "limiti" 
per ogni tipo di "potere", la mia conoscenza, tra banchi di scuola e biblioteche, 
della storia non mi consentono di cedere alcuna quota, benché minima, 
della libertà mia e delle persone in formazione, a chicchessia, 
per nessuna ragione, figuriamoci se semplicemente per un'esigenza 
di "governabilità" (che è dovere esclusivo dei "rappresentati", 
che solo per incapacità proprie cercano scorciatoie). 
Il mio voto, pur consapevole del merito della riforma, discende forte 
da questa priorità etico-politica e pedagogica."

Grazie Antonio Scapece, forse per i molti impegnati nella mischia
senza senso non sarai convincente, ma quanto a me, oggi più che mai,
appari molto convincente.

O no?
Severo Laleo

lunedì 31 ottobre 2016

Fuori Binario, l’autopromozione della persona e il Referendum




Non conosci “Fuori Binario”?  Sicura?
E’ il giornale di strada dei Senza Dimora di Firenze,
autogestito e autofinanziato. E’ una pubblicazione
periodica mensile, registrata al Tribunale di Firenze
dal 1994, di proprietà dell’Associazione
Periferie al Centro”. Si diffonde per strada a offerta libera.
Ora è in diffusione il numero 185 Ottobre/Novembre 2016.

Per “non perdersi” i Senza Dimora pubblicano, tra l’altro,
tutto quanto è utile per offrire solidarietà alle “persone
che vivono il disagio sulla propria pelle”, dagli indirizzi
dei Centri di Ascolto, alle sedi per l’Assistenza Medica,
dai Bagni e Docce ai Corsi di Alfabetizzazione,
dai Centri di Accoglienza alle Mense (ora anche Autogestite).
E insieme si battono per la difesa dei diritti sociali, e soprattutto
per l’”autopromozione della persona”.
L’autopromozione impegna direttamente, esclude ogni atteggiamento 
di rinuncia e non implora la generosità
a gocce e una tantum delle istituzioni: chiede al contrario
alle istituzioni di garantire in continuità
con risorse/servizi/interventi/strumenti adeguati
l’esercizio pieno del diritto a declinare in libertà
la propria dignità di persona.
La prima pagina del n. 185 dei senza Dimora grida
a caratteri cubitali:  “Al referendum votiamo NO!
Occorrerà battersi perché la nostra Costituzione del 1948
sia finalmente ATTUATA!”

E’ vero, a parlar così forse non si entra nel merito della riforma
(ma è possibile un voto nel merito se si è costretti a votare
un insieme di norme in “blocco”, quasi la “filosofia”
di un intero impianto, senza la libertà di operare distinzioni?),
è vero, forse una venatura un po' retorica percorre,
sottile, quel verbo “battersi”, eppure, sarà anche colpa
di un “vecchio” sentimento fuori moda, vagamente di sinistra,
a scegliere di stare, in questa battaglia referendaria, 
con le “persone che vivono il disagio sulla propria pelle” 
forse non si sbaglia.
O no?
Severo Laleo 


lunedì 17 ottobre 2016

No, non siate arroganti, la scienza è mite



E’ successo qualcosa di grave, forse una crepa profonda,
nelle fondamenta della cultura del nostro Paese, se anche le parole
(e quindi i valori/comportamenti conseguenti) sono stravolte
a piacimento da chiunque “possiede” la parola; ed è successo, forse, 
qualcosa di ancora più grave, se le parole così stravolte troppo spesso 
sono accolte dai molti che ascoltano senza un minimo
di reazione. E va bene in campo politico, ma non si coinvolga l’etica. 
Quando si perde il senso della relazione etica, si rischia
di perdere il senso dell’Altro.
Purtroppo stravolgere il senso delle parole, quasi a sostegno ognuno 
del proprio sentire, è un segno di questi tempi
di individualismo esasperato, di corsa all’apparire e al successo,
per l’affermazione di sé; è quasi un desiderio di uscire
dalla condizione di “normale” umanità verso una condizione
di “superiore” umanità. In ogni campo. Ma alla fine i “vincenti” 
(altra parola d’uso frequente e forte dei nostri tempi) hanno tutti qualcosa 
in comune, in ogni settore, sia se praticano la buonavita sia se praticano 
la malavita: la logica della supremazia.

Stravolgere le parole è capitato ora anche al nostro Premier
se è vera la frase riportata dalla stampa, pronunciata da Renzi,
il Premier d’Italia, davanti agli studenti della Scuola Sant'Anna
di Pisa: "Vi auguro di essere inquieti e arroganti,
nel senso latino del termine, cioè di avere delle ambizioni, pretendere 
delle cose, puntare in alto".

Arroganti? Nel senso latino del termine?
No, dai! Anche per i dizionari di latino più diffusi tra i banchi
di liceo “adrogans” indica solo e sempre l’arrogante, il borioso,
il presuntuoso, l’ insolente.
Quale bisogno c’è, per contribuire alla crescita culturale
di un Paese, di invitare giovani studenti a essere arroganti,
sia pure nel senso di avere ambizioni, successo e altro?
L’arrogante è sempre un violento, perché non ha un limite
nel pretendere di raggiungere il suo obiettivo; e per questo
diventa insolente e aggressivo, infagottato, presumendo troppo
di sé, in una sprezzante superiorità;  in una parola, diventa tracotante
capace appunto di andare oltre; l’oltraggio è nel suo orizzonte. 
L’arrogante è ben il contrario del mite.
L’elogio dell’arroganza cancellerà l’elogio della mitezza?

No! Noi si vuole continuare testardi a difendere, contro l’arroganza, 
al di là del latino del Premier, la mitezza, non quindi il senso pieno di sé, 
ma la cura degli altri, e non inseguendo il “merito” (il merito è ambiguo 
ed è sempre sub iudice), ma riconoscendo i bisogni a prescindere; 
perché solo i bisognosi “meritano” sempre la nostra cura.
Se qualcuno dei miei dodici lettori per un caso avrà il “possesso” 
della parola nei confronti di minori (dovere, ad esempio, tipico
di docente), non sia arrogante, se vuole puntare in alto,
anzi sappia essere mite nel senso pieno della parola,
in latino e in italiano, perché solo il mite riconosce la priorità dell’Altro
nella sua pienezza di persona.
L’arrogante “sa” da sempre, il mite sempre “cerca”;
l’arrogante insegue gli “eccellenti”; il mite sceglie gli “ultimi”;
l’arrogante è per la conquista, il mite è per il dono.
L’arrogante, che ha ambizioni, che pretende, che punta in alto,
è sempre preso/chiuso in sé stesso, nel suo egoismo. Sa fortemente solo 
di dover “arrivare”. E’ duro l’arrogante.
Eppure raggiungere il traguardo forse non è mestiere solo
degli “arroganti”.
O no?

Severo Laleo

giovedì 13 ottobre 2016

La Rai, Bill Gates e l'importanza del limite nel possesso/uso del denaro




Forse è improprio, ma vorrei comunque accostare due notizie, pur distanti
tra loro per ambienti e persone, solo perché consentono, queste "notizie",
di svolgere una riflessione, con qualche serietà, sul danaro e il suo uso,
in un'epoca, e si spera in un'inversione di tendenza, in cui i "ricchi"
sfondati, pieni di soldi, andando oltre i limiti, in parole e in atti,
proprio grazie all’uso del denaro, hanno avuto (in Italia, Berlusconi)
o  aspirano ad avere (negli USA, Trump) anche il Potere in Politica.
Combiniamo le notizie.
In Italia è successo che il Senato ha approvato un emendamento
che fissa per tutto il personale e i consulenti RAI, senza eccezioni,
un tetto massimo, in una parola, un limite, di 240mila euro, in retribuzioni.
Si è quindi ritenuto opportuno e giusto porre un limite al “guadagno”
in una struttura pubblica. E’ un fatto nuovo.
L'idea che si possa stabilire un limite ai guadagni/profitti
(si tratta per ora solo di dipendenti RAI) e che si possa in teoria stabilire
un limite alla ricchezza attraverso, ad esempio, una politica fiscale
tendente a tenere accettabili le differenze di "fortune" tra le persone,
spinge a guardare con ottimismo al miglioramento della qualità della vita
e delle relazioni tra le persone.
Pare su questo d'accordo Bill Gates, ed è l'altra notizia,
ripresa dal Corriere. "Signor Gates, cos’è il denaro per lei?
E che significa essere l’uomo più ricco del mondo?
Sente una responsabilità in più? «La risposta non può che essere
a due livelli. Il primo è che mi sento incredibilmente fortunato
perché posso fornire ai figli una buona istruzione e ogni aiuto
senza dovermi preoccupare dei soldi: e questa è una vera
benedizione. Il secondo livello è che Microsoft ha guadagnato tanto,
che la maggior parte dei miei soldi, direi oltre il 95 per cento,
non è necessaria per sostenere le spese né della mia famiglia né dei miei figli.
E quindi ho la possibilità e l’opportunità di restituire questo denaro
alla società, per accelerare l’innovazione a favore dei più poveri»".
Indirettamente, al di là del quantum, Bill Gates riconosce l'esistenza
di un limite al possesso/uso di danaro per vivere,
se il 95% dei suoi soldi non è necessario alla  "vita" sua
e della sua famiglia. E ritiene quindi opportuno (giusto?) "restituire
il denaro in più, oltre il limite, a chi ha bisogno urgente per continuare a vivere.
Per miglioramento della qualità della vita e delle relazioni tra le persone.

Se la cultura del limite riuscirà a portare a ragione anche il capitalismo,
forse il futuro sarà sempre meno violento e drammatico per gli ultimi
della terra.
O no?

Severo Laleo

mercoledì 5 ottobre 2016

Caro Benigni, la sobrietà è per tutti

Caro Benigni,
da uomo di scuola non posso non ricordare con commozione
la tua grande “lezione” di illustrazione della “Costituzione
più Bella del Mondo”. La nostra. Soprattutto per quella scoperta
della “persona” e della sua dignità, dopo le atrocità di un lucido delirio 
di Potere Politico volto alla eliminazione dell’altro
(propria di ogni nazismo).
E se non ricordo male, legasti, con un po’ di patriottismo, 
giustificabile in una trasmissione televisiva, la nostra Costituzione 
alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 
appunto tramite il valore universale della “persona” e della sua dignità. 
Credo fu, tra gli altri, Papa Giovanni XXIII a salutare questa “rivoluzione
con una forte espressione: con la Dichiarazione dei Diritti
appare per la prima volta nel discorso pubblico
l’”homo dignus”.

La nostra Costituzione celebra la dignità della persona,
e all’art.1, rende “sovrana” la persona, ma in un recinto
di regole di garanzia.

Tu hai dichiarato di essere per il SI’, benissimo, ma,
mentre difendi i principi fondamentali della Costituzione,
scritti a tutela dei diritti di ogni persona, trascuri di porre attenzione 
proprio a quei limiti di garanzia, oltre i quali da sobri si diventa ubriachi, 
oltre i quali il controllo esercitato dalle persone cade
e diventa arbitrio tra le mani dei decisori politici,
ai quali non s’addicono i limiti.
Un esempio?
La nostra Costituzione più Bella del Mondo prevede,
con un’essenzialità, diresti, straordinaria, all’art. 83,  
la seguente regola:L’elezione del Presidente della Repubblica
ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi
dell’assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente
la maggioranza assoluta”.
Chiarissimo. La maggioranza assoluta dell’assemblea,
per l’elezione del Presidente della Repubblica,
è  un obbligo/limite.
Grazie a questa regola, molti dei più “in gamba” Presidenti
della Repubblica, a dimostrazione della bontà dell’obbligo
del dialogo tra opposti per trovare in comune la soluzione
più nobile, furono eletti con maggioranze di “garanzia”, 
forte per tutti: Gronchi, Pertini, Cossiga (le cui contraddizioni sono ora 
consegnate alla storia), Ciampi (anche Napolitano,
ma solo la seconda volta, forse per sfinimento della Politica)
superarono la soglia del 70% dei voti dell’assemblea.
Eppure la Riforma della Costituzione, senza una motivazione chiara, 
univoca e difendibile sul piano della “garanzia” delle regole, 
prevede/pretende di modificare questa regola, così sapiente
e di garanzia per ogni persona, comunque, pur avendo dato
buona prova, nel tempo, di solida validità.
La Riforma vuole sostituire l’attuale art. 83 con la seguente formulazione: 
L’elezione del Presidente della Repubblica
 ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi della assemblea.
Dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dell’assemblea. 
Dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza
dei tre quinti dei votanti”.
Eh, no! I tre quinti dei “votanti”, no! Ma perché rischiare
di eleggere a una carica così alta di garanzia un Presidente debole
con i soli tre quinti dei “votanti”, cioè dei “presenti”?
Un Presidente debole di fronte a tutti non è un Presidente libero.
E rischia di essere prigioniero di un altro Potere.
E perché giustificare gli eventuali parlamentari assenti
a un compito così delicato? Perché favorire la possibilità dell’assentarsi 
al voto nell'elezione del Presidente (non è una quisquilia!)? 
Per consentire l’elezione solo ai presenti?
Insomma si può chiudere tutto con un “chi c’è, c’è”,
per usare il linguaggio di giovanotti scamiciati e irrispettosi?
Qual è il vantaggio per noi persone di una società democratica
nell’avere un Presidente, la più alta carica di garanzia,
sulla carta eleggibile con i tre quinti dei parlamentari presenti? 
Qual è la ratio? Può un Presidente eletto da una minoranza 
(sulla carta, se al settimo scrutinio, si fa per esagerare, si presentano 
solo 366 parlamentari, bastano 220 parlamentari a eleggere il Presidente!).
Dove sono andati a nascondersi i limiti? Anzi dov’è quell’esaltazione 
dei limiti da parte tua, caro Benigni?
Se i parlamentari sono per una qualche ragione presi dall’ubriachezza, 
chi potrà ridurli alla sobrietà?
Solo i limiti della legge costituzionale, caro Benigni.
Votando SI’, tu, dopo avermi dato l’illusione di una comprensione profonda 
della Costituzione nel suo essere sistema (i principi fondamentali 
sono l’orizzonte etico-giuridico di ogni altro articolo),
mi rubi in realtà un pezzettino di garanzia, perché consenti
a eventuali ubriachi la possibilità di non rinsavire.
No Benigni, io alla mia dignità di persona, garantita da limiti
della legge costituzionale, non rinuncio. Tu sì. Forse.
O no?

Severo Laleo 

Il Pd e i tre milioni di euro (pare) per “decidere sul futuro”



E' di oggi la notizia dell' "investimento" di 3 milioni di euro
da parte del Pd per convincere il "pubblico" indeciso
degli “spettatori” a votare al referendum. E’ proprio così,
non si dà altra ragione per una spesa tanto esorbitante:
i 3 milioni servono appunto ad allestire "spettacoli" e "cartelloni",
i più “geniali” e “creativi” possibili, per attirare al voto
un più numeroso "pubblico" di  spettatori.
E per questo è stato ingaggiato l’americano Messina,
al quale, si sappia, senza dubbio alcuno non interessa
il quid del referendum –grave danno in sé per un dibattito serio-,
ma esclusivamente la “vittoria” di chi lo tiene a libro paga.
Un tempo questo si sarebbe detto affidare la battaglia 
al Capitano mercenario.

Ora, se per la lotta politica, nell’infuocato scontro reale tra fazioni, 
la propaganda può anche avere un senso (e si spera dei limiti),
forse per definire le migliori regole per il vivere civile di tutti,
ognuno in relazione con l’altro, la propaganda svolge un ruolo
di mortificazione del pensiero critico e libero. 
E della crescita civile di un popolo. Ancora un’occasione mancata.

Ma mi piace pensare (e il referendum del giugno 2011
è una conferma) che il mio Paese non è un "pubblico";
anzi è fondamentalmente un "popolo". E un popolo,
ricco di persone libere e povero di semplici spettatori
da colpire con immagini accattivanti, è attento
a non perdere quote di quella “sovranità
conquistata proprio con la Costituzione del 1948.
Il problema (la posta in gioco, direbbe Violante) è appunto
capire se continua a essere integra la “sovranità” di cui all’art.1 
della nostra Costituzione o se in qualche modo è ferita.
E se il "pubblico" è in genere passivo ascoltatore di messaggi piacenti, 
il “popolo” in genere è (dovrebbe essere) attivo osservatore della realtà 
dei fatti e dei testi.
Il popolo non è più una folla pronta alle emozioni e "suddita"
per l'applauso; il popolo è un insieme di persone vogliose
di capire, attraverso una campagna seria di informazione,
a cura dei sostenitori dei SI e dei sostenitori dei NO, insieme,
se tenersi la “vecchia Costituzione” o provare la “nuova Riforma”. 
Investire in una campagna di propaganda (e Messina è uomo
di propaganda) sulle regole costituzionali è già cedere
alla divisione, all’idea di scontro, al combat, quando si tratta
di unire in un grande e civile débat public un intero Paese.
E la pratica politica “divisiva”, nel tentativo di “semplificare”,
rende ogni percorso più complesso e tortuoso. 
E anche quando si cerca di chiarire nel merito le questioni, 
capita si esprimano giudizi generici, emotivi, d’auspicio, 
senza fondamento, e divisivi. Ad esempio, Violante, appunto,
premette alle sue slide di approfondimento questo giudizio 
sulla “posta in gioco”: ”Non è una scelta banale, se vince il No 
il sistema non cambia [e questo è verissimo]. Continueremmo 
nella instabilità e nella confusione delle regole 
[forse instabilità e confusione di regole sono nella Costituzione?].
Se vince il Sì si apre una nuova stagione per la modernizzazione
e la competitività del paese [quali articoli della riforma in sé aprono 
alla modernizzazione e alla competitività? E chiunque governi?]
Decideremo [chi?], sul futuro [questa poi no! … basta con la retorica
del futuro: il futuro è di tutti ed è indivisibile e non si sa quale 
segno potrà avere].

O no?
Severo Laleo


sabato 1 ottobre 2016

M5S e quote rosa: l'intuizione congelata di Appendino





Il romanzo delle "quote rosa" ha ora un altro capitolo,
grazie a due persone nuovissime nel panorama politico italiano: 
Appendino, sindaca di Torino e Raggi, sindaca di Roma.
Entrambe bocciano le quote rosa, perché rappresentano
o “un recinto per panda” o “aiutini” in contrasto con la meritocrazia (sic). 
Anche se Appendino aggiunge, in verità, pur senza dare 
una qualche possibilità di realizzazione alle sue parole: 
"il modello ideale a cui tendere è quello senza quote rosa."
D'accordo: il modello ideale a cui tendere è senza quote rosa,
perché le quote rosa saranno fuori luogo, inutili, senza senso, 
quando sarà superata/sbloccata l’attuale struttura di “Potere”, 
derivante direttamente da una storia tutta dominata dall’impronta assoluta 
del maschilismo. Anzi, a leggere i giornali, Appendino un tempo 
avrebbe gradito l’imposizione della parità di genere”. 

D’accordo: intuizione giusta, ma ancora congelata nel M5S.
Forse addirittura inesprimibile. E i motivi sono tanti, culturali 
e di pratica politica.
L’imposizione della parità di genere è, in realtà, un passo obbligato
per accedere a una visione del “Potere” oltre il maschilismo,
anzi oltre l’idea stessa di “Potere” in sé finora nota.
Infatti il parlare di quote rosa non coinvolge la critica
alla struttura del “Potere” in sé. Nelle società moderne
–e ripeto un discorso già scritto- le strutture di "Potere" sono figlie
dell'antica visione maschile del mondo, senza dubbio alcuno.
Anzi il maschilismo ha generato le strutture di governo
a sua immagine, a immagine del suo “IO”, solo, forte e potente.
E così il monocratismo, l’idea di un Capo Uno, di un uomo solo
al comando, è il risultato, l’esito oggettivo, inevitabile, del maschilismo,
di quella storia cioè finora costruita dagli uomini, quelli maschi.
Eppure proprio il monocratismo  è la modalità di governo da superare
se si vuole una reale democrazia di genere.
Se la parità uomo/donna non irrompe nel livello monocratico
di ogni “governo”, la nostra società continuerà a restare
imbrigliata nelle antiche strutture di potere appannaggio maschile.

Perché le strutture di potere/governo sono affidate a una sola persona
e non a una coppia uomo/donna?
Perché a diffondersi finora è stato il modello di un’autorità unica,
a Capo Uno, e non duale, a Due?
E’ forse il monocratismo una modalità di governo naturale?
O è il risultato di un lungo processo storico, segnato dall'assenza di donne?
La semplice scalata alla parità uomo/donna attraverso le quote rosa
non scalfisce la struttura maschilista della nostra organizzazione sociale.
Per aprire una via possibile al cambiamento della società,
anche nella direzione dell’estensione della democrazia e della trasparenza,
e soprattutto della formazione di una decisione pubblica
non più condizionata/dominata da una cultura di genere maschile,
in tutte le “sedi/posizioni” di natura decisoria di pubblica utilità
la presenza uomo/donna non può non essere pari, anzi, deve essere pari.
In realtà, il monocratismo, il potere/dominio, cioè, di uno solo,
pur conquistato per via democratica, è l’esito obbligato del maschilismo,
con tutte le sue degenerazioni, dal leaderismo carismatico
all’uomo della provvidenza, e non muta, anche se il monocrate è donna.
Il maschilismo e la struttura maschile del potere cadranno
quando cadrà il monocratismo. E le conseguenze, in termini
di un’educazione, non violenta, alla parità, generata non da teorie
ma dal nuovo contesto di relazione uomo/donna al “Potere”,
saranno visibili nelle nuove generazioni.
Chissà, forse il bicratismo perfetto potrà segnare una nuova stagione
di democrazia.

O no?

Severo Laleo

mercoledì 28 settembre 2016

Michele Serra, persona di sinistra sedotta da “energia e volontà di fare”







In un conversare con Macaluso su l’Unità, Michele Serra
annuncia sì la sua intenzione di votare SI al referendum,
ma non intende acquisire, per questo merito,  la qualifica di “renziano”.
E le ragioni sono chiarissime del suo non essere “renziano”.
Scrive Serra: “Non lo sono e non posso esserlo per ragioni
di formazione culturale e politica: sono un tipico post-comunista italiano,
ex Pci nonché ex troppe altre cose; Renzi è un cattolico popolare 
di nuovo conio, con elementi antropologico-culturali a me del tutto alieni.”
E aggiunge: “Ma è vero che nutro, per Renzi e il suo tentativo, 
un certo rispetto, che i dubbi su qualche sua scelta e molti suoi atteggiamenti
non bastano a incrinare. Gli riconosco energia, volontà di fare,
qualche buona opera (la Cirinnà) e un minimo di autonomia
da quell’europeismo gretto e contabile che sta mettendo in ginocchio
il Welfare.”
Chiarissimo! Se non fosse per “energia e volontà di fare
e “qualche buona opera” (non si riprende qui la contorta
circonlocuzione con la quale si tenta di giustificare
la piena e personale corresponsabilità di Renzi nel mettere
in ginocchio il Welfare”), Serra non nutrirebbe quel “certo rispetto”.
In verità l'elogio dell’energia –fine a sé stessa- e della volontà di fare
–sempre fine a sé stessa-, è davvero poco, e non marca certo
una cultura “di sinistra”, specie se di tanta energia e di tanta
volontà di fare non si scoprono origini, motivazioni, ambizioni;
 in ogni caso Serra continua a essere una persona di sinistra antica;
e qui le sue parole sono ancora più ferme: “O si ritrovano forme 
di nuova solidarietà, di ripartizione del reddito, di alleanza tra i deboli
e gli esclusi,  di allargamento delle basi del potere, insomma di democrazia
e di uguaglianza, o il futuro sarà sempre più iniquo e – di conseguenza – 
sempre più doloroso e cruento. In questo senso non solo sono ancora
«di sinistra», ma lo sono perfino più radicalmente di come lo ero da ragazzo: 
per esempio sulle questioni ambientali e agricole, sulla sovranità alimentare 
dei popoli, sui cambiamenti climatici e sull’impatto delle nostre scelte
di consumo e dei nostri stili di vita, penso si giochi moltissimo del futuro
del pianeta. Ma di una sinistra che di queste cose si occupi con radicalità
e fantasia, libera da pregiudizi, rivoluzionaria nello spirito e ragionevole
nella prassi, quasi debba riscrivere daccapo i propri statuti,
per ora non vedo tracce sostanziose.”
Perfetto, anche se il suo sguardo è un po' troppo pessimista!
Eppure il suo, immagino volenteroso, SI al referendum forse non favorirà
quel suo inseguire l’allargamento delle basi del potere,
cioè la democrazia e quindi l’uguaglianza; anzi, con la controllabilità 
governativa dei percorsi parlamentari dei processi decisionali,
con l'Italicum nelle mani di “vincitori” di minoranza alle elezioni, 
e con la restaurazione della preminenza del centralismo di Stato
sulle esigenze di salute/vita delle popolazioni di periferia,
forse favorirà il potere di quell’europeismo gretto e contabile,
pronto, soprattutto con quei suoi interessati sostenitori della gran finanza,
a non prendere in considerazione le questioni ambientali e agricole, 
la sovranità alimentare dei popoli, i cambiamenti climatici e l’impatto 
delle nostre scelte di consumo e i nostri stili di vita.

Chissà, forse solo con il NO si potrà difendere nella pratica politica
l'idea “di sinistra” del nostro Serra.
O no?
Severo Laleo


lunedì 26 settembre 2016

I “calcoli” della Buona Politica




La Buona Politica con la Riforma Costituzionale toglierà,
alle persone che di “Politica”  vivono, circa 60 milioni.
La Buona Politica, sempre generosa, destinerà,
a sgolarsi è Renzi, questi 60 milioni alle persone
che vivono di “Povertà”.
Magnifico!

La Buona Politica con i ritocchi mirati alla Sanità toglierà,
alle persone che di “Povertà” vivono, circa 60 milioni.
La Buona Politica, sempre attenta ai calcoli, destinerà,
a maneggiare è la Lorenzin, questi 60 milioni al Risparmio,
per risanare le casse della Sanità, anche, a sentire la CGIL, 
con cataratte e tunnel carpali a pagamento.
Perfetto!


Non s’era ancora visto un Governo così … come dire … preciso!
O no?

Severo Laleo

venerdì 23 settembre 2016

Le “slides” di Violante e l’importanza politica del M5S



Le “slides” di Violante sono benvenute, perché consentono
di entrare, in un qualche modo, e indirettamente, nel merito 
della questione referendaria. E appare onesto il suo tentativo 
di giustificare il suo SI con un ritorno al “realismo” machiavelliano.
Anche se il discorso di Machiavelli, mi piace immaginare,
non riguarda le “regole”, ma l’interesse, l’utile in ogni scelta politica. 
E Violante sceglie oggi  l’”utile”. E solo dalla preoccupazione dell'utile
derivano i suoi ragionamenti. Ed è poco per Violante.
Violante apre le sue “slides” con questa osservazione:
la democrazia è in difficoltà in molti paesi; eppure, invece
di interrogarsi sulle cause delle “difficoltà” e di trovare risposte
per risolvere la caduta della democrazia partecipata
(un tempo i ragionamenti di Violante erano iscritti, oltre il recinto 
dell’utilità, in un sistema di “valori”), si limita a stendere
con  pacatezza riflessioni slegate, frantumate, non neutrali,
tutte originate dalla contingenza, a volte solo polemica,
e non da una meditata  prospettiva di  sviluppo della democrazia,
a prescindere dalla governabilità. Eppure la governabilità,
per una persona sinceramente democratica, è una variabile dipendente 
della partecipazione democratica. Non esistono semplificazioni 
e scorciatoie di tipo decisionista nel processo legislativo.
In realtà, tutta la riflessione di Violante è costruita sull’opposizione 
democrazia fondata sul principio della “NON decisione
(secondo la sua opinione) a una “democrazia decidente
(secondo il suo auspicio). Eppure, per rigore di riflessione,
né la Costituzione del 1948 è fondata sul principio della “NON decisione”, 
né la riforma ora in discussione fonda la “democrazia decidente”. 
In breve, con le sue riflessioni Violante rinuncia
a capire la crisi e non si accorge di essere, con il suo scegliere
il SI, parte della crisi, un esito della crisi.
E per contrasto rimanda a chi partendo dalla crisi cerca
di realizzare una democrazia più ampia, più rappresentativa,
perché solo da una democrazia di persone alla pari possono 
scaturire decisioni controllate e trasparenti:“uno vale uno”.
Sarà anche retorica l’uno vale uno, sarà anche difficile
da realizzare, se non si ha una cultura “pratica”, quotidiana, 
d’esercizio reale, della pari dignità delle persone, ma è l’unica,
per ora, risposta politica alla crisi della democrazia.
Per questo il M5S, al di là di Grillo, al di là di Raggi
al di là di tanti errori, ingenuità e impreparazione, 
al di là di proposte a volte stravaganti di programma, resta, 
almeno per ora, in assenza di una sinistra produttrice 
di nuova partecipazione, l’unica speranza di un reale ricambio 
di classe dirigente, una classe dirigente non più attenta 
a danarosa carriera, ad ambizioni di potere personale, 
ma per scelta politica dedita al servizio di governo a tempo 
(anche se persone,  per caso nel M5S, dimostreranno di essere inadeguate
al nuovo “stile” di relazione politica).
Una “democrazia decidente “ figlia della crisi
vs una “democrazia piena (diretta/digitale)” in risposta alla crisi, 
per l'inveramento del principio costituzionale della "sovranità popolare".
Violante, con le “slides” marca, a sua insaputa, l’importanza
del M5S, un movimento non antipolitico e populista,
ma di ripresa/rinascita della politica delle persone.
Almeno pare. Per una “sovranità –si spera- conviviale”.
O no?

Severo Laleo

mercoledì 21 settembre 2016

Obama, l’uomo forte e il bicameralismo paritario



Il Presidente degli Stati Uniti Obama, nel suo ultimo discorso 
all'Assemblea Generale dell'ONU, tra gli altri importanti moniti, 
sinceri e non più dettati da un immediato interesse politico
(dirà, ad esempio, “un mondo in cui l'1% dell'umanità controlla
una ricchezza pari al 99% non è uguaglianza bisogna lottare
contro le disuguaglianze e colmare il divario tra i più agiati
e i meno abbienti”), dedica un passaggio anche alla sua idea
di democrazia, ma senza esaltare il “suo” sistema statunitense
delle regole costituzionali; e afferma: "No agli uomini forti
e a modelli di società guidate dall'alto. La democrazia resta
il vero percorso da compiere. C'è un crescente conflitto
tra liberalismo e autoritarismo … sarò sempre dalla parte
del liberalismo contro l'autoritarismo".
Obama, si è detto, non intende esaltare il sistema statunitense,
ma quel “suo” sistema, sicuramente liberale e non autoritario, 
soddisfa anche la sua idea di democrazia formale. E non intende 
assolutamente apportare una qualche modifica/riforma al “suo” sistema. 
Sa di godere di una secolare stabilità costituzionale.

Il Congresso degli Stati Uniti, corrispondente al nostro Parlamento,
l’insieme cioè di Camera e Senato, è l’unico nel mondo, ripeto l’unico, 
per ora insieme solo al Parlamento italiano,
a bicameralismo paritario. E forse resterà, a fine anno, l’unico
in assoluto nel mondo intero, sì, perché mentre nessuno
negli Stati Uniti si sogna di toccare la struttura bicamerale paritaria
del Congresso, attraverso il vaglio del quale, cioè di Camera
e Senato insieme, con pari autorità, si approvano le leggi,
in Italia volenterosi autoproclamatisi padri costituenti
(tra questi anche il convinto Verdini), con la strana intenzione
di “semplificare”, senza peraltro mandato, in origine, della volontà popolare, 
hanno maldestramente diviso il Paese in un paradossale scontro, 
a volte apocalittico, tra chi intende difendere e chi intende eliminare 
il bicameralismo paritario.
Perché? Qual è il significato di “semplificare”? E semplificare che?

L’opposizione tra liberalismo e autoritarismo è anche l’opposizione 
tra governati e governanti: i governanti (e quanti vivono di “governo”) 
tendono a semplificare, perché privilegiano il governo, la decisione 
(potere/autoritarismo),  i governati tendono a controllare,
perché privilegiano la partecipazione, la trasparenza (liberalismo/democrazia).
 Renzi, Confindustria, Marchionne e la Grande Finanza hanno
già scelto tra governo e partecipazione, tra autoritarismo e liberalismo.

 Noi, gente già “semplice”, esaminata la lunga storia del nostro paese, 
non ancora finita, di facile assuefazione alla sudditanza,
si preferisce continuare a restare con Obama: “No agli uomini forti
e a modelli di società guidate dall'alto.
O no?

Severo Laleo

lunedì 19 settembre 2016

La Comunità di sant’Egidio ad Assisi: preghiera, pace, dialogo … e insieme convivialismo e cultura del limite




Alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
e nell’attesa dell’arrivo martedì di Papa Francesco, si è aperta ieri
la trentesima edizione della Giornata mondiale di Preghiera per la Pace
dal titolo “Sete di Pace. Religioni e culture in dialogo”.
Ha aperto i lavori il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi.
Nel suo discorso l’elemento religioso (le religioni, se sono in contatto, 
liberano “energie di pace”) e di preghiera (la preghiera di tutti, ognuno 
secondo la propria verità,  “genera la pace”) è dominante; eppure, 
al di là di religioni e preghiera, Riccardi, definita la religione “la laicità 
del vivere insieme”, trova nel  dialogol’intelligenza del coesistere, 
che rende possibile la più grande forma di civiltà, quella del vivere insieme”.
E alla ineluttabilità del dialogo, nel superamento della differenza/distanza 
tra un “noi” e un “loro”, dedica il suo intervento anche il sociologo 
Zygmunt Bauman.

Nell’ascoltare in diretta, grazie alla WebTv, quel sereno insistere
sul “dialogo”, sul “noi”, sul “vivere insieme”, la mente, proprio
 nell’intento di vedere culture in dialogo, corre ad altre suggestioni.
E corre al Manifesto del Convivialismo, quale “arte di vivere insieme 
(convivere) che consenta agli esseri umani di prendersi cura gli uni
degli altri e della Natura, senza negare la legittimità del conflitto,
ma trasformandolo in un fattore di dinamismo e di creatività,
in uno strumento per scongiurare la violenza e le pulsioni di morte”.
Vivere insieme sarà possibile solo se si riconoscerà a ogni persona 
un’eguale dignità con tutti gli altri esseri umani”, nel rispetto
del principio di una “comune umanità”, limite oltre il quale non è consentito
andare, mai, se si vuole evitare di essere travolti dalla hubris, dalla dismisura, 
dalla violenza. E Il discorso torna sulla cultura del limite.
Anche la libertà ha il suo limite. Per Camus, il limite della libertà risiede 
nella giustizia, cioè nell’esistenza dell’altro e nel riconoscimento dell’altro
e che il limite della giustizia si trova nella libertà, cioè nel diritto 
della persona di esistere così com’è in seno a una collettività.” 
Per S.Weil: ”L’unico limite legittimoal soddisfacimento dei bisogni 
di un determinato essere umano è quello imposto dalla necessità e dai bisogni 
degli altri esseri umani. Il limite è legittimo solo a condizione che i bisogni 
di tutti gli esseri umani ricevano lo stesso grado di attenzione.”

Riconoscere/includere l’altro, per tornare a Bauman, è l’approdo finale 
dell’espansione del “noi”, del superamento dell’opposizione “noi/loro”, 
e, quindi, della soppressione del “loro”, prossima tappa del cammino 
dell’umanità; in breve, è la fine della contrapposizione e insieme 
l’affermazione dell’interdipendenza:Siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri”.
Nel Manifesto del Convivialismo, e la sua dichiarazione di interdipendenza, 
si legge: l’umanità ha saputo realizzare dei progressi tecnici 
e scientifici sorprendenti, ma resta ancora incapace di risolvere 
il suo problema fondamentale: come gestire la rivalità e la violenza 
tra gli esseri umani? Come convincerli a cooperare, pur consentendo 
loro di contrapporsi senza massacrarsi?
E’ necessario, è ineludibile, ha ribadito Bauman, accogliendo l’invito 
di  Papa Francesco di porre al centro della educazione nelle nostre scuole 
il dialogo, promuovere , “una cultura del dialogo per ricostruire la tessitura 
della società. Imparare a rispettare lo straniero, il migrante, persone 
che vale la pena ascoltare. La guerra si sconfigge solo se diamo ai nostri figli 
una cultura capace di creare strategie per la vita, per l’inclusione”.

Ma forse il mondo guarda altrove, parla d'altro e non ascolta.
O no?
Severo Laleo








venerdì 16 settembre 2016

Fuksas, i grillini e l'algoritmo




Vuoi conoscere la serietà e la profondità di un'analisi politica
da parte di un intellettuale italiano?
Un'analisi ricca, capace di entrare nei problemi della vita
di una comunità?
Attenta a scoprire gli errori senza insultare gli erranti?
Tutta orientata a criticare le idee e non i comportamenti?
Meditata per la crescita civile del Paese?
Eccola, appartiene a un architetto di fama, Massimiliano Fuksas.
Queste le sue parole:
I grillini sembrano tutti uguali, sono tutti della stessa categoria. 
Ci deve essere un algoritmo facile da progettare 
per uno che fa informatica come Casaleggio. 
Selezionano un tipo, giovane, che fa pochi studi. 
Prendete Di Maio, sembrava che dovesse diventare 
il presidente del mondo. Uno che va vestito 
da Prima Comunione. 
Lui prima ha provato a fare Ingegneria e poi Legge. 
E ha abbandonato. 
E’ gente che vive in un altro mondo...
Vengono tutti da quartieri popolari
orientati a destra, per esempio l’Appio Latino. 
Vedi la Raggi, che conosce tutti quelli di destra 
e ha frequentato gli avvocati Previti e Sammarco... 
Mi tengo Matteo Renzi, se l’alternativa è Di Maio. 
Ho paura che, se Renzi se ne va, le cose possano precipitare“.

Forse un giorno il nostro Paese diventerà più serio 
nella polemica politica e più scrupoloso nell'agire 
per il Bene Comune, ma sicuramente non grazie al contributo, arrogante e volgare, del pauroso Fuksas.
O no?

Severo Laleo