giovedì 1 agosto 2013

Un giorno sarà democrazia civile senza Cassazione



Se siamo in tanti in trepidante e preoccupata attesa della sentenza
della Cassazione,  e se molti di questi tanti sono sordi tifosi
e partigiani irragionevoli, e se la vittoria dell’un fronte contro l’altro
è gravida di conseguenze istituzionali, la conclusione è terribile:
la democrazia civile in Italia non esiste, se molto ancora dipende
dal destino processuale di un uomo solo. E dalla Cassazione.

Sarà anche il traguardo finale del berlusconismo, anzi è,
ma il berlusconismo per vent’anni ha vinto, anche se non sempre nelle urne,
ma sicuramente, in continuità e in profondità, nell’immaginario 
e nei comportamenti di milioni di persone, consapevoli di tutto o di tutto ignare.

Una volta, quando l’”onore politico” era ancora importante,
un semplice avviso di garanzia, a volte anche ingiustamente,
era in grado di chiudere la “carriera” di un uomo politico.
E la logica istituzionale era semplice: chi sbaglia deve pagare.
Come dappertutto nei Paesi a civile democrazia.

Oggi (ma i segni di cambiamento per il futuro sembrano promettenti)  
la logica è diventata un’altra: chi sbaglia merita
un premio! E sì, perché noi, in Italia, abbiamo consentito
a “capi” e “capetti”, di ogni genere e specie, di “premiare
gli “erranti”, senza dar conto in trasparenza e probità.

E così, solo per citare qualche nobile fattore della nostra moderna inciviltà 
democratica, è stato possibile, nel nostro paese, accettare,
in silenzio, e con ambigue complicità di Stato, di:
1.      nominare Bossi, promotore del tricolore a carta igienica,
a Ministro della Repubblica;
2.      assistere alla nascita delle orgogliose truppe dei “servi liberi
a servizio di un carismatico Cavaliere (ma molto più
del carisma poté  il danarismo avvilente);
3.      subire una battaglia per la meritocrazia da parte di una classe dirigente “eletta” fuori di ogni valutazione di “merito”;
4.      contare trecentoquattordici “onorevoli” disposti a votare
con gli occhi della libertà della propria mente completamente chiusi 
per viltà (se si scriverà una storia dell’ignominia parlamentare,
la bufala Ruby avrà il “merito” -segno dei tempi- di occupare il podio più alto);
5.      sopportare, senza un minimo di ribellione civile, da parte soprattutto dei suoi colleghi, la presenza in Senato
di un tal Calderoli, autore spesso di “porcate”;
6.      aver votato più volte con un sistema elettorale incostituzionale,
allegramente e colpevolmente accolto dai “padroni” dei posti
in Parlamento, dovunque schierati, senza aver ideato, noi,
un civile sciopero del voto.

Ma  a cambiare le cose non basterà una qualunque sentenza
in Cassazione. L’onore politico è già morto da tempo.

Eppure, fiduciosi, continuiamo a sperare, almeno sul piano civile,
in una “rivoluzione liberale”, in una generale interiorizzazione, cioè, 
dei fondamentali principi liberali moderni, magari bipartisan,
a partire dai principi della nostra Costituzione
e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani,
da insegnare/praticare a scuola, sin dall’infanzia;
e forse tra qualche generazione la politica diventerà davvero
un servizio alla collettività, senza quell’assurdo e puerile
e impolitico e incivile e provvisorio bisogno di “un”  leader,
ma semplicemente in trasparenza, e tra pari, e a organizzazione bicratica
cioè senza più un leader monocratico, spesso sempre maschio, 
ma con leadership di coppia, un uomo e una donna.
I rapporti nei numeri uomini/donne e la civiltà pretendono questo.
Per una sovranità conviviale.

O no?
Severo Laleo

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