domenica 7 dicembre 2014

“Un bacio, grande capo” e la sottile lezione dai “senegalesi”




Credo non sbagli la Campana, anzi, ha tutte le ragioni del mondo
quando sostiene che “capo”  è epiteto diffuso e bonario.
Quasi affettuoso. E senza malizia. E’ una questione di costume.
Sì, un costume italiano. E solo in Italia è davvero molto diffuso.
Non c’è niente di male, appunto.
Io dico sempre così –si giustifica la Campana-  che c’entra?”
Gli italiani, si sa, sono un popolo di tanti piccoli “capi”,
spesso al servizio di un altro “grande capo”, sempre maschio,
qualunque colore vesta, qualunque ruolo svolga.
E’ una vecchia colpa, tragica, incorreggibile
solo attraverso la politica, perché ogni “capo”, anche se nuovo,
continua a vestire i panni del “capo” salvatore.

E il fatto è ben noto anche ai nostri “fratelli senegalesi”.
Invero, gli ambulanti di origine africana e non solo,
quando in strada si rivolgono al maschio italiano
per aprire un contatto di “vendita” di rapida mercanzia,
usano, tra il simpatico e l’adulatorio canzonante,
il termine "capo":  "Capo, un attimo solo, capo..."
"Grazie, grande capo!" "Ciao, capo!"
Chissà forse per ottenere più facilmente udienza, attenzione,
e buona disposizione d'animo. E forse perché tutti i “senegalesi”,
qualunque sia la terra d’origine,
hanno ben capito il vizio d’animo di noi italiani,
e hanno intuito la nostra aspirazione a diventare/essere “capi
così, a furia di dire “capo, capo”, solleticano il nostro infantilismo.
E giocano con noi, sorridenti, ma senza farsi “schiavi”.
Mai. E per fortuna di tutti.

Ma il popolo italiano è per la gran parte ancora un popolo di “capi”,
è ancora un popolo non abituato a confrontarsi alla pari con gli altri,
nel rispetto di regole civili, trasparenti e uguali per tutti,
e per questo, quando non ha/afferra il comando del capo,
spesso arretra per viltà a schiavo.
E di fronte a un altro “capo” ha sempre paura di perdere,
e per non perdere, in silenzio e complice,
 acquatta a rate la sua intelligenza al potere del “grande capo”.
E chiede/accoglie benevolmente i suoi “favori”, chiudendo un occhio,
se non entrambi. “Familismo amorale” e “danarismo avvilente”.

E’ anche un comportamento figlio del metodo del “ghe pensi mi”,
in Italia sempre all’opera, arrogante, veloce, senza lacci e laccioli.
In una parola italiana, un comportamento mafioso.

Forse quando in Italia crescerà la cultura liberale, a destra e a sinistra, 
e risolta sarà per regole e abiti la questione morale,
nessun “senegalese” dirà più per strada “grande capo”.
E nessuna “campana” suonerà più baci per il suo “capo”.
E sarà il giorno della democrazia tra persone libere, alla pari,
senza gore di mafia.

O no?

Severo Laleo

mercoledì 3 dicembre 2014

Gruber, Cassese e il governo duale



L’altra sera a Otto e Mezzo l’ospite d’onore, il giurista irpino Sabino Cassese
giudice emerito della Corte costituzionale, chiacchierato quale possibile 
Presidente della Repubblica, nelle risposte alle domande, anche puntuali, 
della Gruber ha voluto tenere un atteggiamento benevolo, quasi ecumenico,
nei confronti del Governo e, in qualche passaggio, è sembrato persino 
carezzevole nei confronti del Presidente Renzi.
Per fortuna una corretta Lina Palmerini, osservatrice attenta
del Sole 24, con severo garbo, è riuscita spesso a riportare
il discorso politico dal gioco delle relazioni alle pieghe incrostate
di una difficile realtà.

E a proposito della capacità di innovare del Presidente Renzi,
il giurista Cassese ha voluto ricordare la novità della nomina
nel Governo di un numero di ministre pari al numero dei ministri.
Per l’Italia, certo, una novità.
E la scelta era rimarcata dal fine giurista Cassese con un sorriso
bonario, quasi a conferma del segno inconfutabile del grande cambiamento; 
e l’ottima Gruber, colpita nel suo campo, ha subito espresso la sua condivisione.

Eppure in tanto entusiasmo qualcosa non funziona.
Sia il fine giurista sia l’ottima Gruber, espresso concorde l’apprezzamento, 
di malcelato elogio l’uno, di partecipazione
di genere l’altro, restano prigionieri di un’antica e “naturale
visione del monocratismo, esito storico del maschilismo,
in quanto legano la formazione di un governo con pari numero
di ministre e ministri non a una necessità/obbligo di civiltà politica
ma alla solitaria scelta/decisione/concessione
del potere monocratico –in Italia sempre e solo maschile-
del Presidente del Consiglio, e soddisfatti non riescono
a guardare avanti. Oltre.
La formazione di un governo di uomini e donne in pari numero 
non può essere lasciata in un paese moderno, civile, avanzato,
a un qualsiasi presidente di turno, ma deve essere stabilito
per legge, senza possibilità di scelte discrezionali.
Di più, guardando avanti, se la stessa Presidenza del Consiglio 
fosse organo non più monocratico, ma duale, bicratico,
di coppia uomo/donna, i cambiamenti e in termini di educazione
alla parità, con quel che ne consegue, e in termini di un più maturo confronto 
politico (con una mitigazione del narcisismo a volte esasperato dei leader), 
e, infine, in termini di pienezza umana sia nella comprensione dei bisogni 
sia nella realizzazione delle decisioni, sarebbero facilmente intuibili 
e comunque auspicabili. Altrimenti il “vecchio” continua a resistere
anche quando si prendono decisioni nuove.

O no?

Severo Laleo

domenica 30 novembre 2014

Solidarietà, genitorialità e crisi economica



Firenze. Piazzale  Coop. Un giorno di sole di Novembre.
Una sorridente giovane e un giovane scattante,
vispi nella capigliatura brillante,
diversi per colore di pelle, ma entrambi colorati d’azzurro,
grazie a una fasciatutina dell’unhcr,
con rapidi movimenti vigilano all’entrata,
attenti e pronti all’incontro.
Già di lontano squadrano l’avventore,
muovono qualche passo in apparenza distratto,
e improvvisamente eccoli gioiosi davanti a te
a chiederti un contributo di solidarietà per i Rifugiati.
Le risposte sono le più disparate, sempre cortesi.
Grazie, oggi son di fretta.” “Ho già donato.”
Qualche battuta e via.
Eppure la risposta del signore dai capelli grigi
è più articolata. Ed è tanto sincera quanto amara.
Non ho nulla da donare, davvero, e seppure ho qualcosa
la darò a mio figlio, che non ha ancora un lavoro.
Mi dispiace”.
Il giovane scattante di colpo si blocca. Muto.
La sorridente giovane, mentre il signore dai capelli grigi
va via, forte gli lancia un “Grazie lo stesso”. Mesto.
E oggi sui giornali sia la cronaca di una continua guerra
tra i poveri sia un “13,2% Disoccupazione mai così alta”.
Una perversa crisi economica intristisce la solidarietà.
O no?

Severo Laleo

mercoledì 26 novembre 2014

Una vittoria per la democrazia: sovranità conviviale vs sovranità elettorale

Quando tante persone, anzi tantissime, non sentono più il dovere
di andare a votare, il significato è chiaro: niente/nessuno merita
più la fiducia, perché i partiti, in quanto luoghi di dibattito 
e di formazione, sono morti; niente/nessuno merita di “rappresentare
le persone nelle istituzioni, perché troppo spesso
i candidati, ballerini tra una cordata e l’altra, sono indifendibili
sul piano della competenza morale (sì è una competenza,
la moralità, specie in politica, e non un tratto personale del carattere, 
anzi andrebbe “misurata”, con regole trasparenti e controllabili, 
prima di consentire l'accesso a una carica pubblica, 
quale valutazione di merito); niente/nessuno riesce a mobilitare, 
perché ormai è morto anche l’ascolto dei leader dal carisma, 
italiana maniera, esclusivamente affabulatorio.
Una volta c’era Bossi, il populista tuonante contro i più deboli 
della “catena umana”, ora l’epigono è Salvini, il mitragliante,
ma sempre contro gli “ultimi”; una volta c’era il populista Berlusconi,
il genio della comunicazione, il “liberale” (si fa per dire!), ora 
–saltata la distinzione oppositiva destra/sinistra- l’epigono è Renzi
il socialista del futuro è solo l’inizio”; una volta c’era Grillo
il vaffa lucido delle piazze rivoluzionarie, ora è ancora Grillo
inutile barcamenante, l’epigono stanco di sé stesso. 
E tutti maschi pieni di sé. Grandi di Ego.

Eppure per la democrazia non è un giorno nero. E’ un giorno di giubilo.
Le persone, libere di votare, hanno scelto di non votare, lasciando
a una minoranza la responsabilità del “non cambiamento”, 
qualunque sia il suo nome. E insieme la responsabilità
del perdurare della corruzione, dell’illegalità, dell’evasione fiscale, 
della criminalità. In una parola, la responsabilità del crescente 
divario tra povertà e ricchezza, tra chi ha e chi non ha, tra chi può
e chi non può, tra chi conosce il “capo di turno” e chi non conosce 
nessuno. Niente è cambiato. Identico il verso.
La democrazia delle persone alla pari è ancora un’utopia.
Eppure la giustizia sociale non può tollerare, anzi proprio 
non sopporta, la corruzione e la illegalità diffusa 
con i suoi condoni sempre in agguato.

La sconfitta dei leader, nella forma arcaica di lotta tra “galli”,
o nella forma moderna di “giocatori in campo”, è definitiva.
E’ ora di aprire gli occhi. E per la sinistra non è ora di chiedere
a qualche nuovo leader (Landini?) di “scendere in campo
a “giocare la partita”.
La politica è roba seria, di tutti per tutti. E se in Emilia Romagna
e in Calabria è morta con l’astensione di massa la sovranità elettorale 
è ora ormai, almeno a sinistra, di costruire la sovranità conviviale, 
per “la distribuzione equitativa del lavoro e della ricchezza;
per la democratizzazione di tutte le istanze della vita pubblica;
per la fine della corruzione e dell’impunità che hanno trasformato 
il sogno europeo di uguaglianza, libertà e fraternità nell'incubo 
di una società ingiusta, disuguale, oligarchica e cinica”,
per la democrazia delle persone, perché “la democrazia, 
è la capacità di decidere tra tutti ciò che è di tutti” 
(dal Manifesto di sostegno a Podemos).

Il leaderismo, esito storico del maschilismo e della sua visione
del potere, è da superare definitivamente. Le persone libere
non hanno bisogno di conduttori, di comunicatori, 
anche se continueranno a  chiedere a competenti e disponibili 
di assumere l’incarico di coordinare e “originare” le decisioni. 
Ma la struttura di direzione politica nei partiti 
e nelle istituzioni non può continuare a essere monocratica, 
affidata a una figura solitaria, maschile o femminile, 
un Obama o una Merkelquasi a perpetuare il retaggio 
di un’idea di potere medievale, o di vecchia democrazia, 
ma dovrà essere duale, di coppia, bicratica, di un uomo 
e una donna. Solo i maschilisti inconsapevoli non riescono a leggere
e prevedere e immaginare i tanti vantaggi, innegabili, 
sul piano culturale e sociale, derivanti da una nuova struttura duale
del governo. E solo la pigrizia conservatrice non vuole riconoscere
il passo verso una più matura civilizzazione della società.
Le donne non devono più essere chiamate, dal decisore di turno, 
a fare il numero pari, a dare visibilità di contorno. 
Le donne hanno diritto, per legge, attraverso nuove forme 
di organizzazione del servizio potere, di essere sempre alla pari, 
in ogni sede di decisione, per garantire nuove, inedite, 
possibilità di comprensione dei bisogni delle persone tutte,
e nuove possibilità di realizzazione di ogni azione utile a dare 
esigibilità a quei bisogni. Nuove forme di direzione politica 
e di organizzazione politica potranno generare nuovi modelli 
di stare insieme politicamente nei territori per andare oltre 
una sovranità limitata all'espressione di un voto ogni tanto.
Non basta chiedere/gridare “scioperiamo la democrazia”, 
è necessario trovarsi insieme nei mille luoghi possibili e là costruire 
insieme, tra persone alla pari, il convivio politico
Spetta alla sinistra, superate le insidie frazionanti degli egoismi
di Narciso, retaggio di un antico maschilismo, trovare una unità 
conviviale per il bene comune.

O no?
Severo Laleo




mercoledì 12 novembre 2014

La nonna, i nipoti e la scrivania tarlata



La scrivania ha ormai più due secoli. Appare solida.
Nel dopoguerra ha subìto un importante intervento
di restauro. Quasi una nuova costituzione.
Anche se purtroppo i tarli, nel profondo della struttura,
continuano a divorare il legno massello di sostegno.
E nell’oscurità.

In tanti anni la nonna ha riempito il piano della scrivania
di libri e fascicoli di studio. E di mille sparsi appunti,
per discorsi e riflessioni, e per memoria. Completamente.
Ma lento e continuo, con ripensamenti e andirivieni,
è proceduto il ricambio di libri e fascicoli.
E a peso costante la scrivania ha resistito.
Nonna e scrivania insieme hanno disegnato la sede
degli studi e della meditazione, della ricerca e del dubbio, 
dell’ascolto e del dialogo, della discussione
e della decisione, dell’accordo e del conflitto.
In responsabilità. Senza applausi e spesso in solitudine.
Per il bene di tutti.

Eppure i nipoti di casa non tollerano la vecchia scrivania,
piena e polverosa. E non vogliono sedere a studiare.
Non serve. Una poltrona, una sedia, un tavolo bastano
per un Apple. E per googlare. E basta un tweet per comunicare,
e per dire un sì alle decisioni. Con l’applauso o il fastidio
di tanti. Meditare, dialogare, tallonare il dubbio
è perdere tempo. Esprimere solidarietà non dà profitto,
provare empatia è un lusso. Anzi, in quanto sentimenti residui
di un tempo passato, bloccano l’azione.
Mentre agire è tutto. Avanti. Spavaldi, incuranti.

Intanto per la fretta di tutto movimentare e trasformare,
per l’ansia di cambiare, i fascicoli, cartacei,
tuttora vivi e vegeti, si accumulano, abbondanti e pesanti,
giorno dopo giorno, e, là buttati con rumore, giacciono, 
senza soluzione, senza possibilità di ricambio, 
sulla vecchia scrivania tarlata.
Così il peso incontrollato e in continua rivoluzione dei fascicoli,
tutti aperti e confusi, abbandonati e ripresi,
preme senza sosta e cresce; mentre i tarli, antichi e nascosti, 
con avida violenza, ampliano gallerie e minano la stabilità,
con il rischio sicuro di rovina.

Forse per evitare il crollo è tempo di sentire la nonna.
I nipoti, si sa, non battono il tempo sapiente della cura.
O no?
Severo Laleo









lunedì 10 novembre 2014

Mille Euro e le mense separate



Se dei ricchi –d’accordo sul termine, o no?- pagano Mille Euro
per rendere forte un Partito (o forse solo il suo leader)
non è per un gratuito dono –i doni hanno un’altra portata,
fuori menù- ma è solo perché, al di là di qualsiasi altro
soggettivo interesse, quei ricchi hanno un’idea chiara
del modello di società da sostenere e difendere.
Una società divisa tra chi può e chi non può,
una società fondata sulla divisione/separazione,
quasi una nuova apartheid, da esibire, per dominio politico,
tra ricchi e poveri, tra successo e sfiga, tra leopolda
e cortei di piazza.

La forte determinazione politica, soprattutto dell’attuale 
segretario del Pd, di dividere il campo di battaglia 
tra i veloci seguaci del nuovo e i pigri sostenitori del vecchio
tra quelli che “si son presi il partito e il governo” e i “gufi”,  
è direttamente, anche in ogni suo disegno politico, 
dalla riforma del Senato alla legge elettorale,
dalla ventura riforma del Lavoro alla già sicura confusione
tra merito e clientele, è, ripeto,direttamente funzionale 
a questa nuova separazione, netta, per usare antiche parole 
gramsciane, tra “oppressori e oppressi”.
Ai primi il compito di dirigere la società, di preparare il futuro (sic!) 
e distribuire bonus, ai secondi la possibilità di applaudire
e di votare senza l’uguaglianza costituzionale del valore
del proprio voto. E all’apparire evidente degli scontri,
esito obbligato della determinazione politica di quel segretario, 
senza pudore si attribuisce agli oppressi la volontà
di ogni rottura/divisione. E’ un ritornello antico.

Eppure i seduti alla mensa separata del Pd di Renzi,
se non si ingannano, pagano Mille Euro per dare,
con i soldi, forza a questo Pd che,
in quanto Partito del Socialismo Europeo, dovrà realizzare,
grazie anche a quel sostegno, la giustizia sociale, la giustizia fiscale, 
la lotta a ogni tipo di illegalità e a ogni forma di criminalità,
e soprattutto un welfare avanzato per garantire pari dignità
a ogni persona. A beneficio degli oppressi.

E così ai tavoli della raccolta fondi del Pd i finanziatori 
sono tutti gioiosi, sono tutti o quasi, almeno per il momento, 
socialisti, sono tutti democratici, sono tutti portatori 
di una moderna visione della società, giusta e libera, 
ma a una condizione, antica e “incivile”, 
che le mense tra i finanziatori e i beneficiari siano sempre separate. 
Per il miglior beneficio degli oppressori.

Forse toccherà ad altri socialisti, o semplicemente ad altre persone 
di altra storia e cultura, produrre la “civiltà” del convivio
senza più l’esibizione di separazioni per censo, senza più separazione 
tra i Mille Euro e i dieci.

O no?
Severo Laleo


mercoledì 29 ottobre 2014

Elogio della scissione e estensione della democrazia



Molti, troppi, hanno paura di sostenere/difendere le proprie idee.
E la paura, si sa, blocca il cambiamento.
Eppure nessuno ha il monopolio del cambiamento.
I cambiamenti avvengono comunque, e non chiedono autorizzazioni
e non rispettano i divieti. Soprattutto i cambiamenti sociali.
Di più. I cambiamenti, in qualsiasi campo, decisi con la costrizione
all'obbedienza di dissidenti e/o con il sostegno di interessati
opportunisti sono da inserire nella categoria del già visto,
dei cambiamenti senza cambi.
Ognuno deve lottare per il miglior cambiamento possibile.
Soprattutto in politica. Sia da soli sia insieme ad altri.
Ognuno con le sue qualità/virtù, con i suoi difetti/vizi.
Ma può la paura oscura di un male nel presente
-ad esempio, una scissione- impedire la lucida realizzazione
di un bene nel futuro -ad esempio, l'estensione della democrazia?
Questo e' il punto. Molto laicamente.

Ora se Renzi travolge tutto e tutti è sicuramente perché non ha paura, 
anzi è sempre all'attacco, anche quando le idee non brillano affatto.
E' una scelta, la sua, per realizzare il suo cambiamento.
Non l'unico, non l'ultimo, e, per i blasfemi, non il salvifico.
Intanto costringe gli altri nell'angolo.
Ma, per il bene comune, in democrazia, spingere e tenere qualcuno
nell'angolo, chiunque sia l'autore, e' azione pugnace, violenta.
E' combattimento. Per una vittoria e per una sconfitta.
E, per il costretto all'angolo, scegliere l'angolo per tener duro 
spesso significa cedere all'avversario e quasi giocare di complicità.
La politica del cambiamento non è combattimento,
al contrario è dibattimento. Per un dialogo alla pari.
Per rendere visibile/praticabile il dibattimento bisogna uscire
dall'angolo, con un movimento intelligente, sicuro, 
conquistando spazio e respiro. E imporre il dialogo/confronto.
La scissione del Pd per la vita della democrazia
diventa quindi necessaria. Perché è  un uscire da un angolo 
per conquistare parità di parola, senza pugni. 
La sinistra ha il dovere di un'operazione di scissione,
se vuole tentare una nuova aggregazione unitaria nel nome 
dei diritti per l'uguaglianza delle persone.
Un Partito di Sinistra per l'estensione della democrazia 
contro il Partito della Nazione per la riduzione della democrazia.
E se l'estensione della democrazia ha le sue basi nel sistema elettorale 
proporzionale (“sono buoni i sistemi elettorali che danno potere 
agli elettori, non quelli che aumentano il potere dei partiti e, peggio, 
quelli di alcuni, pochi, capi di partito” G. Pasquino),
un italicum tutto italiano può solo aspirare alla riduzione 
della democrazia tramite il Partito della Nazione. 
E se alla democrazia nazionale dell’italicum basta comunicare
dall’alto quel che c’è da fare, magari affabulando,
per conquistare il consenso, alla democrazia conviviale proporzionale 
questo non basta, perché la democrazia dal basso pretende
una comunicazione alla pari per dare risposte ai bisogni delle persone.
A partire da qui, ecco qualche proposta per il nuovo partito della sinistra.

Il nuovo partito della sinistra sarà un partito/comunità
un partito/convivio, un partito/essere insieme, un  partito/solidarietà, 
un partito/mutuosoccorso, un “luogo reale”, fisico, dove regole nuove
e trasparenti rendono possibile una relazione “alla pari” tra le persone, 
dove la dirigenza sarà scelta anche per “sorteggio”, dove uomini e donne, 
in spirito di servizio, siederanno “in pari numero” nei posti di guida, 
dove non si eleggerà a “capo” un “singolo”, spesso un maschio, 
ma una “coppia”,  un uomo e una donna (si tratta di passare 
dal monocratismo di sempre, forma di potere erede storica del maschilismo
al “governo duale”, al bicratismo del futuro), dove il finanziamento sarà, 
da una parte, pubblico (la responsabilità, anche economica, della continuità 
democratica è un bene/dovere del Paese), dall’altra, privato, ma possibile 
solo a iscritte e iscritti. 
Un partito/servizio per il bene comune, intento a svolgere 
tutto un lavoro di studio/proposte, a partire dal proprio
territorio/paese/quartiere, non solo, ad esempio, per chiedere
la riparazione delle buche nell'asfalto delle strade, 
ma soprattutto per chiedere la riparazione delle buche 
nella sofferenza del tessuto sociale, un lavoro profondo per coniugare
la libertà con la giustizia, e per ricominciare a parlare di libertà 
dalla miseria, dall'ignoranza, dalla precarietà, dalla subalternità.  
Un partito/comunicazione  non più preoccupato di organizzare/dimostrare
la sua forza con “una” manifestazione politica, chiusa, in un unico
luogo di raccolta”, sempre centrale, ma disponibile a organizzare
tante” manifestazioni, aperte, in ogni “luogo vissuto” di lavoro politico,
e in contemporanea, e su un tema comune, perché la Politica torni a parlare,
non solo in TV e da Roma, ma nei mille luoghi del suo esercizio 
reale, nei mille luoghi, cioè, dei gruppi/comunità/circoli dove dibattito 
politico e azione amministrativa si incontrano e si fondono.
E magari aprire una discussione ampia sulla "cultura del limite", 
chiedendo, ad esempio, per una giusta distribuzione della risorse
di definire un limite alla ricchezza, e un limite alla povertà.
Infine, se il nuovo partito della sinistra non sperimenterà, 
oltre le fratture,  l’ardire del comprendersi guardandosi negli occhi, 
non potrà mai essere in grado di estendere la democrazia 
e di trasformare la sovranità elettorale la “sovranità conviviale”.
Forse la scissione è la strada giusta.

O no?
Severo Laleo



sabato 25 ottobre 2014

La Leopolda ultima e la tradita ambizione



La Leopolda ultima, 2014, vista con occhi vispi leopoldini,
rapidi e intelligenti, sempre all’attacco, senza pause,
a galoppo verso il futuro con elegante veemenza,
segna per il leader e per i suoi seguaci
un’inversione di marcia.
Renzi, suo malgrado, torna indietro.
In qualche modo cambia verso.
E perde in novità di comunicazione
e in speranza di futuro. Tutto è già chiaro.

Il leader della Nazione è alla sua Stazione.
Per la prima volta l’ambizione illimitata
si chiude dentro il suo limite di conquista.
E si blocca. Non va avanti. Guarda sé stessa.
Non può più cambiare niente. Il cambiamento
è già avvenuto. Domina la celebrazione.
L’ambizione, tradita, non aspira più in alto,
perde la sua forza travolgente, nel bene e nel male,
e torna su se stessa. S’accascia.
E segna la fine corsa. Per assenza di mire.
E’ piena di sé, ignara e sorridente,
attenta al vestire, e non vede il solo cambiamento
necessario: il dovere sociale dell’equa distribuzione
della ricchezza. E delle povertà. Ma tant’è.

Forse sarebbero stati dell’ambizione più ferventi
fedeli i leopoldini se avessero convocato
tutti i democratici d’Europa, magari a Berlino.
Tanto per segnare altri traguardi.
E tenere altissima la foga dell’ambizione.
Chissà. Forse il prossimo anno.

O no?
Severo Laleo



mercoledì 22 ottobre 2014

L’efficienza del Governo in un Comunicato Stampa



  
Il Ministero dell'Economia e delle Finanze (MEF) pubblica
sul suo sito un Comunicato Stampa.
Ecco il testo.
Stampa 238 del 21 ottobre 2014
Il testo del disegno di legge di stabilità 2015,
corredato di relazione illustrativa,
è stato presentato
dal Ministero dell’economia e delle Finanze al Consiglio
dei ministri che lo ha discusso
il 15 ottobre,
approvandolo salvo ulteriore affinamento tecnico.

Completato l’affinamento,
il testo è stato messo definitivamente a punto
dal Gabinetto del Ministero dell’Economia e delle Finanze,
in stretta intesa con il Ministro per i Rapporti con il Parlamento
e con il Dipartimento degli affari giuridici e legislativi
della Presidenza del Consiglio,
e sono attualmente in fase di completamento
la relazione tecnica e le tabelle di accompagnamento.

In attesa della bollinatura,
prevista per domani, l’articolato legislativo
è stato anticipato al Quirinale.
Roma, 21 ottobre 2014

Perfetto. Nessun commento.
Sono sufficienti le sottolineature.
Di più. Il titolo del Comunicato Stampa
DDL Stabilità al Quirinale. Bollinatura completata domani
nasconde, forse, nel suo ambiguo desiderio di sintesi,
un’ansia da prestazione con annessa giustificazione,
ma svela insieme, senza dubbio, il ritmo reale
di questi ansimanti tempi di corsa. Per cambiare il Paese.

O no?

Severo Laleo