venerdì 27 febbraio 2015

Hawking, l’aggressività “umana” e la fine del mondo.




In un servizio redazionale de L'Huffington Post,
dove si chiacchiera della fine del mondo o almeno della razza umana 
(sì, proprio così!), si legge: << "La distruzione del mondo? Sarà causata 
dall'aggressività umana". Ne è convinto Stephen Hawking fisico, 
matematico, cosmologo e astrofisico britannico, fra i più importanti
e conosciuti del mondo, noto soprattutto per i suoi studi sui buchi neri 
e l'origine dell'universo. Nella lunga lista delle cause che potrebbero 
portare alla morte e alla distruzione alla razza umana, infatti, Hawking
ha aggiunto quello che considera il difetto peggiore dell'uomo.
"Gli uomini continuano ad essere stupidamente aggressivi",
ha detto, "è la debolezza umana che vorrei fosse corretta.
Potrebbe avere avuto un qualche vantaggio e aver garantito
la sopravvivenza ai tempi delle caverne, quando l'uomo doveva 
procurarsi il cibo, difendere il proprio territorio, riprodursi. 
Ma ora l'aggressività rischia di distruggere tutti noi".
In particolare - sostiene Hawking - l'aggressività combinata
con le capacità nucleari potrebbe significare "la fine della civiltà,
e forse la fine della razza umana" >>.

Bene. Si fa per dire!
Stephen Hawking sarà anche, anzi è, scienziato senza pari,
ma questo suo ridurre la causa di una probabile fine/morte
della razza umana e della civiltà all’aggressività umana
non convince. Per niente.
Hawking, quando parla di aggressività umana in realtà parla
solo dell’aggressività del maschio (e il riferimento alle caverne,
ai tempi cioè della lotta tra maschi per la conquista del cibo
e della femmina, è illuminante), attribuendo al maschio
tutto l’arco/universo dell’umano. Non è così.
Forse è ora, almeno nel guardare al futuro, di considerare
non solo l’aggressività (primordiale) degli uomini,
ma anche la nonaggressività delle donne, non più semplici
prede per la riproduzione.
La civiltà pare seguire un suo percorso di cultura
dove l’aggressività naturale del maschio non potrà più
disporre a suo piacimento della presenza della donna.
Il mondo nuovo e futuro, è certo, non sarà più solo
nelle mani dell’aggressività del maschio.

O no?

Severo Laleo

lunedì 9 febbraio 2015

Panebianco, il maschio Alfa e gli scimpanzè



Scrive, senza peli sulla lingua, con la consueta chiarezza d’ambiguità, 
Angelo Panebianco sul Corriere nel suo editoriale dal titolo 
"Il carro affollato del potere":
 “Nelle tribù umane accade esattamente ciò che avviene nelle tribù
dei nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé. Dopo che un membro
del gruppo ha sconfitto i rivali al termine di una dura lotta di potere, 
diventando il maschio alfa, o dominante, si mette subito in moto
un processo di bandwagoning : quasi tutti gli altri membri della tribù 
saltano sul carro del vincitore, corrono a rendergli omaggio. 
C’è però un’importante differenza. Fra gli umani, nel bandwagoning 
è sempre presente una dimensione comica. Perché gli umani sembrano 
obbligati a negare la vera ragione per cui saltano sul carro 
del vincitore, ossia il fatto che, come tutti, tengono famiglia. 
Sono costretti ad inventarsi i più nobili motivi, dichiararsi 
solennemente interessati solo al bene del Paese: 
non lo fo per piacer mio, eccetera.
È da quando Renzi è a capo del governo che, in parte 
per le circostanze e in parte per merito suo, della sua bravura, 
viviamo in un sistema politico praticamente senza più opposizione. 
Le più recenti ondate di bandwagoning , e quelle che seguiranno, 
rafforzano e consolidano questo nuovo carattere della politica
italiana. Ciò porta con sé, oltre ad alcuni innegabili vantaggi, 
anche dei rischi. Rischi che riguardano sia il breve che il medio 
e lungo termine. I rischi di breve termine hanno a che fare 
con le politiche del governo. Renzi ha usato Berlusconi 
finché gli è convenuto per neutralizzare gli ultraconservatori 
della sua parte politica (la Cgil, la sinistra del Pd).”

Ho paura di non aver capito. Ragioniamo insieme. Estrapoliamo
le verità di Panebianco in questo discorso.
1. La dura lotta (politica) per il potere è ancora quella
degli scimpanzé (in verità, nel valutare le umane insidie
di perfidia e violenza, gli scimpanzé potrebbero non essere d’accordo).
2. La dura lotta (politica) per il potere è comunque affare per maschi. 
Vince il maschio Alfa.
3. Agli altri maschi non resta altro se non il bandwagoning 
con conseguente servile omaggio (agli umani politici riesce benissimo, 
specie se già asserviti in altre dure lotte per il Potere).
4. Ma i maschi (politici) umani sono ipocriti, ammantano il salire 
sul carro del vincitore di grandi ideali, mentre semplicemente 
tengono famiglia” da buoni capifamiglia (maschi).
5. Renzi è un maschio Alfa, capace di usare ai suoi fini di potere
gli altri maschi (Berlusconi, il maschio per eccellenza!).
6. La “Cgil e la sinistra del Pd” sono “ultraconservatori” 
(ma se non omaggiano, anzi ostacolano, il carro del vincitore forse
sono più avanti nell’evoluzione bio-politica, perché rifiutano 
comportamenti istintuali “ultraconservatori”).

Non riesco ancora a credere al quadretto di PanebiancoRileggiamo: 
Nelle tribù umane accade esattamente ciò che avviene nelle tribù
dei nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé. Dopo che un membro
del gruppo ha sconfitto i rivali al termine di una dura lotta di potere, 
diventando il maschio alfa, o dominante, si mette subito in moto
un processo di bandwagoning : quasi tutti gli altri membri della tribù 
saltano sul carro del vincitore, corrono a rendergli omaggio. .
Non c'è dubbio: nelle tribù umane accade esattamente 
ciò che avviene tra gli scimpanzé.
Ma allora, se l’istinto del maschio scimpanzé nella lotta dura 
del Potere è ancora vivo e vegeto con le sue devastanti 
conseguenze del bandwagoning, se Renzi e Berlusconi
ognuno a suo tempo, sono maschi Alfa, la cultura non potrebbe 
opporre, oggi, a quel selvaggio istinto bestiale la parità di genere 
nel Servizio e Cura del Potere, anche fino a superare 
la forma monocratica, derivante direttamente dagli scimpanzé,  
con una più evoluta, sul piano biologico e politico, forma duale? 
E bicratica?

Forse tutta l’impalcatura istituzionale oggi in discussione,
soprattutto con la nuova legge elettorale, apertamente giustificata
dall’idea forte e maschia di rendere subito visibile
il “vincitore” da omaggiare, s’affida al neoscimpanzismo.
O no?

Severo Laleo

domenica 8 febbraio 2015

Placido Rizzotto Rosso, Stato patriarcale e trasparenza



Non so se il Placido Rizzotto Rosso della Cantina CentoPassi,
l’anima vitivinicola” delle Cooperative Sociali di Libera Terra
-le terre libere dalle mafie-, abbia in sé anche il potere di liberare
da antichi condizionamenti culturali chi abbia la ventura
di gustare il suo bouquet, certo è che l’idea di lasciare,
senza fiato d’opposizione, la definizione di un accordo/patto
per le riforme costituzionali e la legge elettorale a un concistoro
di “patriarchi/capifamiglia”,  a me pare incredibile.
E anche troppo antico il rito, per un paese libero e moderno.

Mentre la famiglia patriarcale di un tempo, grazie al nuovo
(si fa per dire, ora son quarant’anni) diritto di famiglia,
è stata superata dalla famiglia a parità tra i coniugi,
con l’abolizione del “capofamiglia”, il nostro Stato
-ed è questione davvero di Stato quando si tratta di riforme costituzionali 
e di legge elettorale- continua a essere patriarcale
perché restringe la discussione/decisione sui nuovi assetti istituzionali 
a un numero ristrettissimo di “capifamiglia”,
i quali dopo un incontro in “profonda sintonia
danno indicazioni d’obbligo a tutti gli altri, alle donne
e agli uomini del Parlamento, senza alcuna preoccupazione/domanda 
circa il significato reale
di un tale antico modo di procedere. E c’è anche chi apre
al vincolo di mandato, per dare garanzia sicura di buon esito
a ogni tipo di Patto tra “capifamiglia”.

Sarà anche colpa del Placido Rizzotto Rosso, ma questa conduzione 
degli affari di Stato tutto appannaggio
di patriarchi, comunque vecchi, è offensiva per l’intera
nostra società, ormai moderna e pronta a gestire
il Servizio Potere in parità uomini/donne.
Ma il Patto del Nazareno per assioma è solo tra capifamiglia.
E rispetta tutto il suo retaggio culturale. Perché “costituenti
e “saggi” sono solo i “padri”.

Ormai non è più possibile affidare discussioni di portata
così generale e fondamentale a un gruppo di capifamiglia
senza parità di presenza di donne e senza streaming.
Ma qual è dunque l’idea di trasparenza in questo paese,
se anche i fautori a parole della trasparenza si chiudono
in un Patto esclusivo tra Maschi?  La ragione è nota.

Sarà pure cambiata la famiglia, sarà pure data alla donne,
sebbene solo per graziosa concessione, la possibilità
di affiancare gli uomini nelle sedi delle decisioni,
ma gli affari di Stato, soprattutto quando si toccano i cardini
del Potere, sono e restano affari per “capifamiglia”.
E i capifamiglia, si sa, se non sono in sintonia, temono
sempre una deriva autoritaria. Degli altri.
Forse in una democrazia avanzata esistono altre strade
per accordi di grande importanza.
Oltre il concistoro di capifamiglia.
O no?


Severo Laleo

domenica 1 febbraio 2015

"Trasparenza aumm aumm" e cultura




Noi italiani, si sa, abbiamo nel sangue/dna la creatività.
Abbiamo inventato perfino la 'finanza creativa',
sebbene non si siano mai calcolati i meravigliosi esiti
di tanta creatività.
Insomma quanto a creatività siamo diventati famosi
nel mondo. E invidiati. Forse.

E creativi siamo anche nel dare significato alle parole,
perché abbiamo sempre una sfumatura nascosta,
una curvatura speciale, da tirar fuori al momento opportuno,
a volte senza far rumore.
Prendiamo la parola 'trasparenza'. Dagli anni ottanta almeno
e' presente nel dibattito politico, quando ancora non era a tutti
chiara la sua portata di cambiamento. Da qualche parte nasce
anche qualche Assessorato alla 'Trasparenza', e una legge,
a livello amministrativo, pur se boicottata, comunque  riesce
a definire qualche utilissima norma.

Finalmente ai giorni nostri, grazie anche alle benemerite 
degenerazioni della casta, tutti comprendiamo il gran valore 
e il significato della 'trasparenza', almeno così pare, 
e almeno così si affannano a reclamare/praticare i nuovi adepti 
della nuova rivoluzione. Per il popolo, s'intende.
Nasce di conseguenza la richiesta/esigenza di mettere tutto online, 
soprattutto dati, e nasce anche il tentativo d'apertura a tutti
del discorso politico con la diretta streaming (quest'ultima abortita
sul nascere, grazie anche al colpo mortale del Patto del Nazareno, 
inesorabilmente a-streaming).

Infine un governo  di giovani speranze, dalle felici e grandi ambizioni,
ha scelto la trasparenza quale cifra del nuovo 'verso' di governare.
Ma qualcosa non ha funzionato per il verso giusto, se nel passaggio 
dall'impegno alla pratica il significato di 'trasparenza' ha subìto
una creativa torsione. Perché il problema del significato delle parole
non è affar linguistico, non appartiene alla declamazione,
ma è questione di cultura. E la cultura è l'interiorizzazione
del significato delle parole fino a produrre coerenza di comportamento.
In assenza di cultura, le parole si possono torcere a piacere,
ma non incidono nei comportamenti.

Il nostro governo, ad esempio, nel silenzio acquiescente 
di tutti i ministri, dimezzati ormai per rinuncia a dimissioni di dignità
non ha avuto la minima difficoltà a creare, a sentir Scapece
l'amico napoletano, la trasparenza aumm aumm, se all'insaputa 
di tutti i ministri una 'manina' ha inserito in un decreto un 'combinato
(la parola nel suo richiamar diversi significati in questo caso e' giusta)
ad personam. Sempre la stessa, e in buona compagnia bella!

Ma noi italiani bisogna esser contenti. Perché alla fine
la trasparenza ha vinto: sappiamo di chi e' la manina!

O no?
Severo Laleo

martedì 27 gennaio 2015

27 Gennaio, Obbedienza e Violenza



Se ieri nei campi di concentramento, e fuori, la Violenza
è stata possibile, d’ogni tipo, dalla riduzione
della persona a oggetto fino alla sua fisica eliminazione,
e se ancora oggi la Violenza genera i suoi esecutori di morte,
in tante parti del mondo, è perché gli uomini, per secoli,
sono stati abituati/addestrati più a credere, andar dietro
e obbedire a un Potere di un Altro,
e meno a credere, andar dietro e obbedire al Potere dell’Io.
Sì, Potere dell’Io. Personale. Tribunale dell’Io.
Anzi, ogni concessione al Potere di un Altro è una rinuncia
a sovranità/responsabilità personale. E con la rinuncia
al dovere del libero Tribunale dell’Io, si scivola a schiavo.

Quando la Costituzione recita “La sovranità appartiene
al Popolo” vuol dire che ogni persona, nella sua singolarità,
ha la sua parte di sovranità. Da gestire in libertà.
Senza obbligo di obbedienza di nessuna specie.
Quando la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani recita
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. 
Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni 
verso gli altri in spirito di fratellanza” vuol dire che ogni persona,
nella sua singolare dignità, è responsabile di ogni sua libera personale 
azione nei confronti di chiunque. In ragione, in coscienza, in fratellanza.
E non potrà nascondersi dietro il dovere dell’obbedienza.

Scriveva don Milani, profeticamente:
Ci presentavano l'Impero [durante il Fascismo] come una gloria 
della Patria! Avevo 13 anni. Mi par oggi. Saltavo di gioia per l'Impero. 
I nostri maestri s'erano dimenticati di dirci che gli etiopici erano migliori 
di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne 
e i loro bambini mentre loro non ci avevano fatto nulla. Quella scuola vile, 
consciamente o inconsciamente non so, preparava gli orrori di tre anni dopo. 
Preparava milioni di soldati obbedienti. Obbedienti agli ordini
di Mussolini. Anzi, per essere più precisi, obbedienti agli ordini di Hitler. 
Cinquanta milioni di morti … A dar retta ai teorici dell'obbedienza
e a certi tribunali tedeschi, dell'assassinio di sei milioni di ebrei 
risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. 
Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore. 
C'è un modo solo per uscire
da questo macabro gioco di parole. Avere il coraggio di dire ai giovani
che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, 
ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo 
né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno 
l'unico responsabile di tutto”.

Scriveva il pastore Walter Hochstadter, nell’estate del 1944, 
seguendo solo il Tribunale della sua coscienza cristiana, 
condannando l’assurda mentalità antisemita dell’intera Germania:
Viviamo in un’epoca dilaniata da idee folli e demoniache, come
nel Medioevo. Invece di immergersi nell’orgia delirante della caccia
alle streghe, la nostra epoca "illuminata" si concede un’orgia 
di maniacale odio per gli ebrei. Oggi questa follia è entrata nella fase acuta.
La chiesa, la comunità di Gesù Cristo, non può non riconoscerlo;
se non lo farà avrà mancato, così come mancò allora, al tempo
della caccia alle streghe. Oggi il sangue di milioni di ebrei massacrati, 
uomini, donne, bambini, grida vendetta al cielo. 
Alla chiesa non è consentito di tacere”.

Eppure uomini e donne ancora obbediscono al Potere di un Altro.
E generano violenza. D'ogni tipo, manifesta e subdola.
O no?

Severo Laleo 

domenica 25 gennaio 2015

Human Factor? Per stare insieme a sinistra leadership duale e sorteggio



Si è chiusa a Milano con Human Factor la Leopolda di Sel,
proprio nel giorno della rinascita, in Grecia,
della Grande Sinistra e del suo significato,
anzi delle ragioni del suo esistere. In verità una necessità.
Sì, è vero, a Milano Sel ha svolto una sua Leopolda,
ma la differenza politica è enorme: mentre la Leopolda
di Firenze è, comunque, il chiudersi, insieme a sincere
persone in cerca di cambiamento, di molti ambiziosi,
interessati e ubbidienti, intorno al proprio “Leader” nazionale
(un giorno, in Italia, si dovrà pur chiarire il significato di leader,
specie se si ritiene lecito, per un leader, il parlare per noi
con condannati e imputati e l’usare di nascosto la manina),
la Leopolda di Milano è stato l’aprirsi di tante persone
di provenienze diverse intorno a un progetto collettivo,
da costruire insieme tra persone alla pari, senza “il leader
(anzi con una leadership collegiale). Bene!

Eppure in Italia una nuova struttura di aggregazione
di una sinistra storicamente sparpagliata, rissosa,
individualista e impotente dovrà sperimentare strumenti
originali per stare insieme. In stabilità di idee e di programmi.
Se non si cambia, si muore, e con noi muore, purtroppo,
anche la democrazia, così come delineata dalla nostra Costituzione, 
democrazia ormai appaltata al leaderismo della neoconservazione.

Ma se i metodi e gli strumenti per stare dentro il partito
della sinistra sono sempre gli stessi, ora legati a vincoli
di provenienze ora caratterizzati da lotte per conquistare posizioni, 
sarà difficile offrire una reale apertura a nuovi accoglimenti.
Forse bisogna sperimentare qualcosa di “nuovo”.  

Le persone, specie se giovani e interessate a intraprendere
un nuovo impegno in politica a servizio del bene comune,
devono sapere che nel nuovo partito:

1. non esiste un leader decisore, un leader capo, un monocrate, 
ma una leadership di servizio, senza alcun “affidamento totale
al ‘capo’”, che è sempre un/a singolo/a;
2. anzi la leadership di servizio è affidata a una coppia, un uomo, 
un Carlo, e una donna, una Rosa; una leadership duale;
3. la dirigenza non è scelta con la ricerca del voto comunque,
con le intese tra gruppi/cordate, con passaggi a volo tra correnti,
ma per sorteggio, sempre garantendo parità uomini/donne,
da un elenco di persone disponibili a candidarsi approvato
a grande maggioranza, secondo criteri definiti in trasparenza piena, 
nelle sedi di competenza dagli organismi dirigenti;
4. l’autofinanziamento è obbligatorio e riservato solo a persone iscritte, 
con quote definite o libere, ma mensili, in continuità nell’anno;
5. la battaglia per il finanziamento pubblico dei partiti è principio
di democrazia egualitaria;
6. la democrazia non può abbandonare nei sistemi elettorali il diritto 
di proporzionale rappresentanza per garantire il dovere della governabilità; 
7. la visibilità è da trasferire dai talk show, dai format dall’alto,
dalle manifestazioni “centrali”, ai luoghi aperti, in ogni territorio 
dove operi un circolo, per incontrare nuove persone
attraverso la nostra presenza di discussione, magari organizzando 
su un tema forte (lavoro, legge elettorale, solidarietà, diritti)
tanti sit in di discussione in tanti luoghi diversi
ma in contemporanea;  la visibilità delle persone nella pratica
della politica e non del semplice ascolto. 

Con altre parole, il nuovo partito della sinistra sarà un partito/comunità, 
un partito/convivio, un partito/essere insieme, un  partito/solidarietà, 
un partito/mutuosoccorso, un “luogo reale”, fisico, dove regole nuove 
e trasparenti rendono possibile una relazione “alla pari” tra le persone, 
dove la dirigenza sarà scelta anche per “sorteggio”, dove uomini e donne, 
in spirito di servizio, siederanno “in pari numero” nei posti
di guida, dove non si eleggerà a “capo” un “singolo”, spesso
un maschio, ma una “coppia”,  un uomo e una donna 
(si tratta di passare dal monocratismo di sempre, forma di potere erede 
storica del maschilismo, al “governo duale”, al bicratismo del futuro). 
Il cambiamento non è un desiderio, è un progetto
e ha bisogno di sperimentazioni.
O no?

Severo Laleo


martedì 20 gennaio 2015

O il 'capo' o la libertà. La democrazia del sorteggio




E'  stato detto da un Segretario di Partito (il nome è irrilevante,
perché non è un discorso contra personam, ma vale per tutti e per sempre):
"Cofferati è in Europa con i voti del Partito democratico…
Io rispetto la scelta, quando si perde fa male ma non si va via.
Se aveva problemi sui valori poteva dirlo sei mesi prima
quando sempre io l'ho candidato alle europee."
C'e' troppo di vecchio in questo modo di ragionare.
Troppo, e sa anche di muffigno medievale. Premoderno.
In una democrazia nuova, aperta, moderna, ricca di idee,
e di persone alla pari, non deve mai essere possibile che un 'Io',
sia pure un Segretario, possa dire "Ti ho candidato",
lasciando presagire una condizione, per il candidato,
di dipendenza assoluta e/o di gratitudine servizievole e ubbidiente.
La scelta dei candidati non deve, in una democrazia libera
di persone alla pari, essere affidata a 'Uno', ma deve scaturire
da altri metodi di selezione non vincolanti per nessuno.

Al Partito certo dovrà toccare l'approvazione dell’elenco di candidati,
secondo criteri definiti in anticipo e in trasparenza assoluta,
ma solo al sorteggio deve toccare la scelta delle persone.
Perché solo il sorteggio rende liberi, ostacola e frena il malaffare,
e può costruire una comunità politica tra pari.

O no?
Severo Laleo


venerdì 16 gennaio 2015

La leggerezza del Pd e il dovere della sinistra. Genova risvegli il Cofferati del Circo Massimo



Se Andrea Ranieri, una vita a sinistra, alla direzione del Pd svolge un’analisi politica impietosa e documentata delle scorrettezze 
del Pd in occasione delle primarie in Liguria, e se il suo Segretario, senza entrare mai nel merito politico della denuncia, chiude, 
senza generare sussulti di critica, burocraticamente la questione, scoprendo, in zona cesarini, il valore fondamentale ed esclusivo 
del controllo burocratico, addirittura attribuendo valore politico esclusivamente al rifiuto del tafazzismo, vuol dire che il Pd ha già consumato, forse anche in giovanile buona fede, la sua mutazione genetica. E’ presto detto: l’ossessione del vincere per amministrare comunque dà al Pd una nuova natura politica. Un nuovo verso. 

Ora, di fronte alla denuncia di Andrea Ranieri, non smentita 
da nessuno in Direzione Pd, la sinistra, dal Pd a ogni suo frammento disperso, non può non sentire il dovere 
di offrire/presentare alle persone della Liguria un altro modo 
di intendere la politica. Alla Syriza, alla Podemos.
Di fronte alla “tranquilla” leggerezza politica del Pd, una sinistra 
a democrazia trasparente , una sinistra per una democrazia 
dei diritti e degli ultimi, non può cedere, anzi, se non vorrà cambiare natura politica, dovrà, vestendosi semplicemente 
di “serietà”, magari gobettianamente, presentarsi alle elezioni
con il suo progetto unitario (ha senso solo se unitario) per separare il pragmatismo del vincere a tutti i costi di questo Pd leggero
dall’impegno politico serio della sinistra a ricostruire una visione politica di bene comune.  
Perché, a essere semplici, la questione morale è una questione politica di prim’ordine.

O no?
Severo Laleo

martedì 6 gennaio 2015

La democrazia ad personam nell’era Renzi-Berlusconi





Scrive Gad Lerner nel suo blog: “Se davvero Renzi vuol dissipare
il sospetto di una contropartita surrettizia pro-evasori (Berlusconi
in testa), conseguenza indicibile del patto del Nazareno, può ricorrere
a un rimedio semplicissimo: ripristinare il testo originario del decreto fiscale, 
espungendo le manipolazioni successive che lo fanno somigliare piuttosto
a un condono per elusori e evasori, così da approvarlo subito
nel prossimo consiglio dei ministri.
E’ stata infatti unanimemente riconosciuta come pessima la sua idea
di “post-datare” il decreto, rinviandolo a dopo l’elezione del presidente 
della Repubblica. Da destra gli fanno notare che ciò suona ricattatorio.
Da sinistra osservano che il decreto graverebbe come una spada
di Damocle sulla scelta del candidato per il Quirinale.
Dunque Renzi può levarsi d’impaccio da par suo, cioè da velocista, 
approvando subito una versione riveduta e corretta del decreto.
Glielo prospetta oggi Gianni Cuperlo su “La Repubblica”.
Al posto del premier coglierei subito al volo questo ragionevole suggerimento.

Qualcosa non funziona nel suggerimento, che in sé
sa già molto di rito antico, di stantìo: in un Paese normale,
a democrazia reale, dove le persone non sono sudditi,
non può mai meritare nuova fiducia, e non può meritare
quindi suggerimenti di sorta, chi occupando
una qualsiasi carica pubblica abusa proprio della fiducia,
seguendo, in piena e consapevole contraddizione,
il verso di metodi vecchi e persino oscuri.
E il tutto confermato da dichiarazioni ufficiali.
Non solo. Si usano i tempi di approvazione di una legge
senza una logica motivazione sociale, anzi strumentalmente
per inseguire altri fini, altri patti, altri giochi, altro.
Non è, quindi, più il problema di una norma ad personam.
E’ proprio una nuova idea della politica,
con un uso della democrazia ad personam,
pericolosa e primitiva dell’era Berlusconi-Renzi.
E l’assenza di un’indignazione generale, nella stampa
e nelle piazze, pone l’Italia fuori dal novero
delle democrazie civili. 
Nell'attesa degli indignados, forse tocca innanzitutto al Pd trovare 
l’orgoglio della legalità con scelte consequenziali 
e alle opposizioni chiedere le dimissioni di un governo non solo pasticcione
e basta, ma davvero inaffidabile.
E forse tocca al Presidente Napolitano, prima di presentare
le sue dimissioni, di fronte all’esplosione di questa democrazia
ad personam, tutta chiusa nel Patto del Nazareno, sciogliere,
obbedendo a un ultimo dovere costituzionale, un Parlamento
in qualche modo illegittimo e prigioniero di troppi ricatti,
e restituire agli elettori il diritto di scegliere, con il legittimo Consultellum, 
un nuovo Parlamento e nuovi programmi.
Per il bene comune e per la serenità di tutti.

O no?

Severo Laleo

Il Salva-Berlusconi, la trasparenza e il bicratismo




L'affidabilità delle istituzioni in democrazia
non può dipendere/appartenere alla sensibilità,
alla bontà, alla “graziosità” delle persone,
anche quando si chiamano Berlusconi o Renzi,
e siano di destra o di sinistra,
ma deve essere definita con chiarezza e garantita
da regole da rispettare senza eccezioni.
E chi salta le regole per sua responsabilità,
diretta o indiretta, salta egli stesso,
in quanto ha governato con l’imbroglio.
Non esiste giustificazione per la doppiezza
nell’esercizio di una funzione pubblica.

La storia del salva-Berlusconi è figlia di questa antica
-il nuovo non è ancora giunto nei paraggi-
visione italiana della democrazia, tutta chiusa,
al momento opportuno, nel cerchio di oscuri decisori
- il Consiglio dei Ministri è apparso in questo caso
un paravento- e tutta affidata a un decisore/capo unico,
un monocrate, al di là del nome pro tempore del decisore/capo,
e purtroppo non indigna più nessuno ormai
-anche se per fortuna gli indignados esistono e in Spagna 
diventeranno forza di governo, almeno si spera-.
Siamo troppo abituati, da sempre in Italia, a seguire un leader,
solo perché bravo a tener banco, a vincere –è questa oggi
la parola tanto magica, quanto vuota- , a prescindere
dal reale progetto/disegno politico; anzi a troppi, a destra,
a sinistra, a centro, proprio la figura del leader “decisionista” 
sembra di nuovo essere il giusto strumento per rendere
moderno il Paese.

Non è così. Moderno forse, ma non a democrazia reale.
Un paese moderno e a democrazia estesa si dà altre regole
per tutelare e estendere la democrazia “totale” e “conviviale”,
la democrazia cioè delle persone, tutte titolate, alla pari,
passaggio per passaggio, attraverso un reale esercizio
di condivisione (dibattiti nei partiti a struttura democratica, 
scioperi, referendum, manifestazioni, consultazioni rapide
via rete), a contare nelle decisioni del Paese, e non solo
con il voto ogni tanto e pure truccato.
L’indignazione appunto è il primo gradino per il passaggio
da suddito con diritto al voto a persona libera con diritto
di intervento per ogni decisione non concordata
nel programma di governo presentato alle elezioni.

Una democrazia moderna deve pretendere, per evitare
i “salva-Berlusconi” e le “originali” procedure  per chiudere
i “salva-Berlusconi”, oggi, e chissà quali altri furbastri
provvedimenti, domani, il rispetto di qualche semplice regola:

1. Una persona con condanna definitiva, anche se rappresenta 
milioni di elettori, non ha titolo a incontrare una qualsiasi carica 
istituzionale per concordare, pubblicamente o in segreto,
una qualsiasi decisione pubblica da prendere nell’interesse
del Paese: in democrazia non esistono persone insostituibili.
Il contrario è un invito a cancellare il limite fondamentale
tra chi rispetta le leggi e chi le leggi ha violato. Ed è questa
una prassi possibile sono in Italia e senza vergogna.

2. Ogni riunione del CdM deve essere pubblica, sempre
in streaming, aperta quindi a chiunque voglia seguirla,
e questo per stabilire una parità di presenza,
pur a seconda del ruolo, tra le persone deputate a decidere
e le persone deputate a seguire/controllare le decisioni.

3. Infine, noti ormai i mali storici e presenti del “leaderismo”,
 è ora di sostituire il Premier unico, salvatore o distruttore
di “Nazioni”, a seconda dei punti di vista, in una parola,
a sostituire il monocratismo (che anche nelle democrazie
moderne altro non è se non l’esito storico del maschilismo),
con il premierato duale, di coppia, un uomo e una donna,
in una parola, il bicratismo.
Il potere decisionale nelle mani di un “singolo
tende a perpetuare l’idea di un potere per “potenti”
tra “potenti”, mentre in una democrazia tra persone alla pari,
in una democrazia conviviale e totale, il potere
è un servizio a tempo per il bene comune,
in trasparenza piena. E il pasticcio arruffone e furbo, a responsabilità 
unica di un Presidente del Consiglio,
è una prova gigante di un potere nelle mani di un “singolo
ad uso dei “potenti”.
E vien da chiedere come è stato possibile giungere a tanto!

O no?

Severo Laleo

martedì 30 dicembre 2014

Il nuovo cuore dell’Europa e le nuove sfide



I giornali riportano oggi –sul finire dell’anno- brani di discorsi
di scambio di saluti tra il Premier d’Italia e il Premier d’Albania.
Entrambi i discorsi meritano spezzoni di citazione.
A futura memoria.

Il primo, l’italiano, dichiara, anche a nome del suo collega: 
"Vogliamo cambiare i nostri paesi e far sì che siano sempre più capaci
di costruire l'ideale europeo … l'Albania è già in Europa: si tratta
di allargare le porte della grande casa europea, perché è giusto e utile.
Siamo molto felici per lo status di candidato dell'Albania, ora bisogna 
correre e far sì che i negoziati siano veloci. Abbiamo deciso di concludere
a Tirana il semestre europeo perché c'è un pezzo di futuro dell'Europa
che verrà e anche di Europa che c'è stata ….Quando qualcuno mette
in discussione l'ingresso dell'Albania e di altri Paesi dei Balcani nell'Ue 
sta sbagliando tutto perché abbiamo bisogno che quest'area non sia solo 
parte, ma sia il cuore dell'Ue, di fronte alle sfide che ci attendono … 
un’Europa come casa della speranza e non solo di vincoli, un luogo
in cui ritrovare il sogno europeo. Che l’Europa sia di casa tra i cittadini, 
non più solo luogo della burocrazia. C’è tanta voglia di un futuro insieme”. 
Nulla da aggiungere: discorso chiarissimo, denso, informato,
da statista del cambiamento, moderno, rapido. E tocca il cuore.

Il secondo, l’albanese, amichevole e concreto, quasi a riempire
di contenuti l’”ideale europeo”, pronto a illustrare “un pezzo di futuro 
dell'Europa che verrà”, anzi il “suo cuore”, deciso a implementare 
il “sogno europeo” e la “voglia di futuro”, tra il sornione e il dritto, 
chiarisce e, a suo agio con l'ironia, puntualizza: "Non vorrei mettere in difficoltà 
Matteo dicendo agli imprenditori venite in Albania perché non ci sono 
i sindacati o venite in Albania perché le tasse sono al 15 per cento
Non voglio mettere in difficoltà il mio amico, dicendo di venire qui 
perché i sindacati ci sono in Italia ma non in Albania". 
Nulla da aggiungere: discorso chiarissimo, denso, informato,
da statista del cambiamento, moderno, con ritmo. E tocca i soldi.
Il primo è un socialista italiano. Gioioso.
Il secondo è un socialista albanese. Allegro.
Insieme sono socialisti in Europa. E “scherzano” insieme. Tra "amici".

Forse un cambiamento serio verrà nell’Occidente, in Europa,
di nuovo dalla Grecia. Il 25 Gennaio.

O no?

Severo Laleo