mercoledì 12 giugno 2013

La Costituzione, la cultura del limite e la prepotenza castale



La pretesa di nascondere dietro l’improbabile inadeguatezza della nostra 
Costituzione l’eclatante fallimento della Politica, soprattutto della classe dirigente 
di questa cosiddetta seconda Repubblica, dai Bossi ai Berlusconi con la servile 
appendice calderoliana, è davvero insopportabile. Al limite della sfrontatezza.
Si tende a giustificare l’incapacità di una classe politica ad agire secondo 
una condotta etico-politica ineccepibile nel rispetto della norma costituzionale, 
con la meschina trovata di “aggiustare” la Costituzione alla reale e palese 
inadeguatezza del personale politico, solo per una migliore e più snella 
manovrabilità del Potere. 

La nostra Costituzione non è un freno o peggio un impedimento alla realizzazione 
di una buona pratica di governo, e se l’elettorato distribuisce i voti in misura 
non gradita secondo le attese dei partiti (partiti? si fa per dire!) 
non è la Costituzione a dover cambiare, sono le modalità di proposta e di azione 
politica da parte dei partiti (innanzitutto diventando democratici, cioè con l’obbligo 
di praticare una trasparente e controllabile democrazia interna, 
appunto secondo Costituzione!) a dover cambiare.
.
La riforma dei partiti precede ogni tentativo di modifiche alla Costituzione. 
Un percorso diverso è segno di prepotenza antidemocratica, 
anche se gli artefici si dicono democratici.

La nostra Costituzione impone un limite alla nostra cultura democratica 
e alla nostra responsabilità politica: il rispetto, in caso di modifiche, 
delle procedure da essa previste. Anche per questi motivi aderisco al documento 
dei Comitati Dossetti per la Costituzione, di seguito riportato.

Comitati Dossetti per la Costituzione

La legge grimaldello contro la Costituzione grave errore del Governo e dei partiti


I Comitati Dossetti per la Costituzione denunciano come inammissibile il disegno di legge costituzionale approvato dal Consiglio dei ministri il 6 giugno 2013, che detta nuovi modi e tempi per la riforma della Costituzione in violazione dell'art. 138 della Carta.
Violazioni che  consistono, a tacer daltro:
1.      nel riconoscimento al Governo dellinusitato ruolo di proponente delle riforme costituzionali, per giunta coadiuvato da una commissione di esperti nominati dallo stesso Governo;
2.      nellaltrettanto inusitata imposizione di un limite temporale al procedimento di revisione, come se si trattasse dellapprovazione, con caratteri durgenza, di una legge ordinaria;
3.      nella diminuzione da tre mesi ad uno dellintervallo intercorrente tra la prima e la seconda approvazione del testo delle leggi di revisione costituzionale: un intervallo voluto espressamente dai Costituenti perché le eventuali modifiche costituzionali potessero essere adeguatamente discusse nellopinione pubblica prima della delibera definitiva delle Camere (nella quale, com’è noto, non è ammissibile la presentazione di emendamenti) .
Si è eccepito che queste modifiche verrebbero ad essere contenute in una legge costituzionale ad hoc. Questa non è però una valida giustificazione. Da un lato tali modifiche spiegherebbero infatti effetti permanenti con riferimento alla disciplina procedimentale delle future leggi costituzionali, per cui si tratterebbe di deroghe con effetti permanenti e cioè di vere e proprie modifiche surrettizie allart. 138; dallaltro il fatto che tali modifiche siano contenute in una legge costituzionale non significa alcunché perché le leggi costituzionali, non diversamente dalle leggi ordinarie, devono rispettare i limiti formali e sostanziali posti dalla Costituzione.  
Si tratta pertanto di una legge grimaldello che fa saltare le garanzie e le regole che la Costituzione stessa ha eretto a sua difesa, e che finché sono in vigore vanno rispettate. Essa contempla che in diciotto mesi vengano cambiati forma dello Stato, forma di Governo, Parlamento e lintero equilibrio fra i poteri dello Stato su cui riposano i diritti dei cittadini.
I Comitati Dossetti per la Costituzione, richiamandosi alla grande manifestazione di patriottismo costituzionale tenutasi a Bologna il 2 giugno con la partecipazione di popolo e rappresentanti di movimenti di massa, e dando seguito al loro appello del 2 maggio Giuristi contro la Convenzione, fanno presente al Governo ed alla maggioranza parlamentare che con tale disegno di legge, rispecchiante la mozione delle Camere del 29 maggio scorso, viene compiuto un gravissimo errore, a cui, tuttavia, sarebbe ancora possibile non dare corso.
La previsione e lauspicio, formulati da molti e dallo stesso Presidente della Repubblica che da qui a poco più di diciotto mesi si possa concludere l'iter delle riforme, sono tutti basati sul presupposto che il disegno di legge costituzionale, presentato ora al Parlamento, sia subito approvato e poi, nello spirito dellAlleanza manifestatasi il 29 maggio, sia definitivamente varato in seconda lettura alla fine di ottobre, con una maggioranza che superi i due terzi dei voti, in modo tale che sia esclusa la possibilità di indire il referendum confermativo.
In tal caso partirebbe subito la procedura di revisione, prima in un Comitato parlamentare di 40 membri e poi nelle aule parlamentari, dove il dibattito è pensato come rapido e formale.
Quanto al tipo di cambiamento, si va dalla forma di Stato, alla forma di Governo, al numero dei Parlamentari, al bicameralismo, fino alla corrispondente legge elettorale, mentre si affaccia il mito del presidenzialismo. Si tratta di materie in cui le posizioni presenti nel Parlamento e nel Paese sono le più diverse e contrastanti e che il Comitato dei 40 in pochi mesi dovrebbe ricondurre ad unità, in un momento di massima crisi del Paese e di minore corrispondenza, dal punto di vista rappresentativo, tra lelettorato ed il Parlamento eletto con la legge Porcellum. La stessa legge proposta dal governo mostra di avvertire l'anomalia di un cambiamento della democrazia e dello Stato fatto da una rappresentanza che non rispecchia proporzionalmente le componenti dellelettorato e che dunque può risolversi nellimposizione di una minoranza. Infatti la legge stabilisce che il Comitato dei 40 deve essere formato in modo da rispecchiare la proporzione fra i Gruppi, tenendo conto non solo dei loro seggi in Parlamento ma anche dei voti conseguiti alle elezioni politiche: segno che si vede la stortura ma non la si risolve; infatti questa correzione proporzionalistica che per la prima volta misura i rapporti fra i Gruppi parlamentari sulla base dei voti ricevuti e non dei seggi, riguarda solo il momento referente del lavoro del Comitato, ma non riguarda ovviamente il voto d'aula; questo poi avverrà non nella costituzionalmente obbligata doppia lettura a distanza di tre mesi l'una dall'altra, ma con il contingentamento dei tempi e l'arbitraria riduzione di tale intervallo ad un mese. A questo punto rimarrà solo il referendum confermativo, che in ogni caso potrà essere richiesto, ma sarà troppo tardi perché lelettorato, tormentato da una crisi gravissima e oberato da altri pensieri possa decidere con libertà di coscienza sulla sorte della Repubblica e del suo ordinamento democratico, piuttosto che essere trascinato in una sorta di plebiscito.
Tutto ciò dice come i prossimi 18-24 mesi saranno mesi di passione per la Costituzione e forse la sua ultima prova.
Dov’è allora lerrore? A parte lerrore che è nella cosa stessa, esso sta nel fatto che, anziché offrire, come si vorrebbe, una garanzia di durata al Governo Letta ed alla Grande Alleanza, la partita costituzionale così aperta diventa fonte della loro massima debolezza. Agli occhi di molti la questione diventa infatti il caso serio di una Repubblica democratica e rappresentativa che sta o cade, e quindi attinge unassoluta priorità a partire dal momento stesso in cui si comincerà a discutere in Parlamento la legge costituzionale di deroga allart. 138.
Non vi è chi non veda come tra i mezzi per fermare la riforma vi sia la procurata caduta del Governo, la dissoluzione della sua maggioranza e linsorgere di fratture nellambito degli stessi partiti della maggioranza, forse con le inevitabili dimissioni dello stesso Presidente della Repubblica.
I Comitati Dossetti per la Costituzione, per parte loro, si propongono le seguenti azioni:
1) esercitare una moral suasion per indurre i partiti di maggioranza del Parlamento  che tutti si richiamano alla democrazia ed alla libertà  a garantire che in seconda lettura la legge grimaldello non sia votata da una Santa Alleanza che raggiunga i due terzi dei voti, in modo che non sia esclusa la possibilità costituzionale del referendum popolare;
2) presentare o promuovere la presentazione, sin da questi mesi estivi, di singole leggi di revisione costituzionale che, su punti specifici, e senza travolgere lintero ordinamento:
- correggano il sistema bicamerale investendo la sola Camera del rapporto di fiducia col Governo;
- ridefiniscano il rapporto fra Stato, Regioni ed altre autonomie locali, ponendo rimedio alle negative esperienze fatte fin qui;
- ridisegnino il numero dei parlamentari;
- riscrivano lart. 81;
- stabiliscano un tetto di spesa per le spese militari ed un minimo di spesa per le spese scolastiche e formative;
- introducano il principio del reddito minimo di esistenza vitale;
- enuncino un criterio dindirizzo sui rapporti fra Italia ed Unione Europea, sopraggiunti dopo lentrata in vigore della Costituzione del 1948, criterio basato sul perseguimento dellunità vera e non solo economica dellEuropa e sulla salvaguardia della personalità, dei valori supremi e della qualità della vita della comunità di tutti gli abitanti della Penisola.
Altri temi specifici, se urgenti, potranno essere oggetto di singoli progetti di legge di revisione costituzionale, tutti sottoponibili, poi, separatamente a referendum popolare.
I Comitati Dossetti per la Costituzione suggeriscono al Governo ed ai partiti veramente desiderosi di un perfezionamento della nostra Costituzione che questa è la strada meno conflittuale col Paese e con la giovane tradizione costituzionale italiana, nonché la più rapida per raggiungere graduali e sicuri risultati di avanzamento istituzionale nella continuità dellordinamento democratico.
I Comitati Dossetti, infine, invitano tutte le associazioni, enti, sindacati, comunità culturali e religiose a mantenere vigile linteresse e la cura per la Costituzione ed i valori che in essa finalmente hanno raggiunto la soglia del diritto obbligante per tutti, e propongono che fin dora siano raccolti contributi volontari da depositare in un fondo presso la Banca Etica per far fronte alle future spese dei prevedibili referendum in cui si dovrà combattere la battaglia per la Costituzione.

Raniero La Valle, Luigi Ferrajoli, Domenico Gallo, Umberto Allegretti, Gaetano Azzariti, Francesco Bilancia, Nicola Colaianni, Alfonso Di Giovine, Gianni Ferrara, Alessandro Pace, Giovanni Palombarini, Livio Pepino, Alessandro Pizzorusso, Armando Spataro, Francesco Di Matteo, Tommaso Fulfaro, Sandro Baldini, Maurizio Serofilli, Luisa Marchini, Barbara Romagnoli, Beppe Giulietti, Francesca Landini, Associazione “Salviamo la Costituzione: aggiornarla non demolirla”,

Giovanni Battista Baggi, Umberto Andalini, Alfonso Gianni, Francesco Grespan, Stefano Sanchioni, Lidia Campagnano, Aldo Asvero Tropepi, Umberto Musumeci, Anna Biagini, Gabriella  Bentivoglio, Alda Busi, Maria Ricciardi Giannoni, Associazione Liberacitadinanza, Giuseppe Salmè, Forum Cittadini del Mondo R. Amarugi, Maurizio Buzzani, Bronzini Giuseppe, Mauro Bortolani, Ada Pallai, Pietro Galati, Tiziana Valpiana, Gian Carlo Poddine, Vilma Lucia Caon, Antonio Mammi, Comitato Dosseti per la Costituzione di Casalgrande (RE), Marialba Pileggi, Romolo Tamburrini, Innocenza Indelicato, Ilaria Cornetti, Giulia Venia, Gaetano Bonifacio, Umberto Baldocchi, Franco Ronconi, Roberto Riverso, Eleonora Bellini, Gioacchino La Greca, Sebastiano Gulisano, Silvia Maggi, Vittorio Campanelli, Irene Del Prato, Doria Di Caprio, Alfonso Sabin, Matteo Cerutti Soia, Bartolo Angiani, Enrico Peyretti, Franco Borghi, Luisella Basso Ricci, Angelo Ciprari, Teresa Lapis, Ignazio Giovanni Patrone, Stefano Celli, Giulio e Lucia Sica, Nicoletta Gandus, Lanfranco Peyretti, Carlo Ridolfi, Carlo Ferraris, Massimo Torelli, Carlo Cappellari, Pierpaolo Loi, Antonio Porro, Antonio Boncristiano, Dignatici Patrizia, Stocco Giuseppe, Fabio Massimiano, Tonino Venturi, Dora Marucco, Nadia Norcini, Corrado Gregori, Silvia Manderino, Paolo Ferrari, Lorella Amigoni,

Roma, 10 giugno 2013

Il documento è aperto alle firme di altri giuristi associazioni e cittadini; chi voglia sottoscriverlo può farlo al linkhttp://www.economiademocratica.it/ oppure al link  http://www.comitatidossetti.it/ utilizzando lapposito spazio dei commenti, anche semplicemente scrivendo "aderisco".


martedì 11 giugno 2013

Il centrosinistra e la banda degli irriducibili



Se il Pd, asse portante del centrosinistra, ha vinto questa tornata
elettorale amministrativa, dappertutto e nonostante tutto,
è per una ragione semplicissima: l’esistenza nel corpo elettorale, 
a prescindere, e nonostante tutto, di una banda di irriducibili. 
Antropologicamente irriducibili.

Non valgono i discorsi politici, le analisi dei sondaggisti,
gli studi intorno ai flussi elettorali: sono tutte chiacchiere morte.
Sì, perché al di là del voto minimale d’obbligo dei tanti clienti controllabili, 
e al di là del voto minimale d’obbligo dei tanti attivi
nella macchina elettorale, valgono solo gli irriducibili.
Sì, gli irriducibili, ossia tutte quelle persone educate al senso
del dovere e della responsabilità personale, sia in famiglia,
sia a scuola, sia in parrocchia, sia in qualche sezione/circolo di partito,
sia in qualche associazione di solidarietà.
Si tratta, in breve, di tutte quelle persone disponibili a “donare”
il proprio tempo per recarsi alle urne, e votare, non tanto per conquistare 
un “beneficio” immediato e diretto (ad esempio, rimborso IMU, condono edilizio), 
ma solo per non venir meno a un dovere civico e politico. 
Persone dunque con un’idea indefettibile della partecipazione. 
A prescindere. E nonostante tutto.

Ora, è abbastanza facile, soprattutto in questi tempi
di crisi economica e di sfiducia generale, contare le persone
con un forte senso del dovere e della responsabilità
in maggior numero, se Pagnoncelli è d'accordo, tra gli cosiddetti “perdenti”, 
tra i difensori della legalità, tra i difensori dell’ambiente, tra i difensori dei beni 
comuni, tra i difensori della dignità della persona, dovunque e comunque, 
tra i difensori della libertà di tutti dal bisogno. In altre parole,
tra quanti, da Treviso a Roma, hanno una grossa difficoltà culturale
a pronunciare dinanzi al generale disastro: “me ne frego

A questi irriducibili dell’”I care” deve il successo elettorale il Pd.
E a questi irriducibili deve dare risposte, perché solo questi irriducibili,
e molti sono di sinistra, meritano ora ascolto. Almeno per ora.
Forse Bersani, il mite Bersani, non aveva tutti i torti.
Per governare il Pd non ha bisogno di altri voti, non è necessario andare 
a scomodare nuovi leader, magari alla Renzi, solo per andare a catturare 
qualche voto nell'elettorato del centrodestra. Per vincere, non conviene. 
Del centrodestra torna utile l'astensionismo. Al centrosinistra conviene 
amministrare bene, nell'interesse generale, di tutti, in silenzio. 
Senza sbrodolamenti ambiziosi. Perché al centrosinistra bastano gli irriducibili.
O no?
Severo Laleo



mercoledì 5 giugno 2013

Ancora chiacchiere imbroglio tra i padroni della Politica

    
Ancora una volta chiacchiere imbroglio, tra i soliti padroni della Politica,
padroni comunque, sia se scelti per competizione democratica,
sia se osannati dai servi liberi per il carisma dei soldi,
sia se acclamati dal tifo dei fans per telemediatica fortuna,
sia se seguiti, nelle piazze e nel web, per rabbia di protesta.
E da padroni decidono sempre per noi e in nostro nome.
E per giunta contro di noi. Ormai quel leale legame tra esito
delle elezioni e tipo di governo è completamente ignorato,
anzi stravolto. E, peggio, d'accordo con Napolitano,chiamano responsabilità
il tradimento di impegni e valori per inseguire altro:
Il Potere e, insieme, le possibilità di arraffare il Potere domani.

Per questo ora le chiacchiere imbroglio hanno nomi importanti, e sono:
il presidenzialismo, il semipresidenzialismo, l’elezione diretta
del Presidente della Repubblica, sì, un po’ di roba insomma,
per stravolgere definitivamente la nostra Costituzione.
Quando Letta il suo governo l’ha definitivo di servizio, forse
s’è dimenticato di chiarire di chi? Oggi, è chiaro, è al servizio
di Berlusconi, scopertosi statista per imporre il presidenzialismo. 
Per sé, of course. Anche perché è una fatica, spesso onerosa, 
garantire posti ai “clienti”.

Lasciamo ai Saggi il compito di lavorare sul presidenzialismo, 
ma concediamo all’Elettore, in questo campo istituzionale,  
il dovere di pretendere, prima di ogni scelta in senso presidenzialista,
nell’ordine: 

una riforma dei partiti, con obbligo di democrazia interna
e trasparenza assoluta nei bilanci e nella selezione della dirigenza;

una riforma del finanziamento pubblico, da legare esclusivamente alla libera scelta di ogni elettore nel destinare il suo 1 x mille;

una riforma del finanziamento privato, da consentire solo a iscritti
(non è ammissibile –spesso è un privilegio da ricco signore-
il finanziamento privato senza condivisione del progetto politico);

una riforma per la parità di genere, in ogni assemblea elettiva,
in ogni commissione di assemblee elettive, in ogni organo
di governo (con invito a riflettere sull’opportunità di sostituire
ogni potere monocratico -troppo spesso maschile-
con una struttura bicratica -sempre un uomo e una donna-);

una riforma elettorale secondo costituzione, per consentire
all’elettore di scegliere il suo candidato e la sua candidata.

Ma se, per un caso di collettiva insania nel governo, dovesse passare una riforma in senso presidenzialista con elezione diretta del Presidente della Repubblica, si abbia almeno il pudore di introdurre una semplice norma transitoria. Questa:
Può essere eletto Presidente della Repubblica, per i prossimi venticinque anni, esclusivamente ogni cittadina che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici”.
E sarebbe una norma liberatoria. Ad personam.

O no?

Severo Laleo

mercoledì 29 maggio 2013

La Convenzione di Istanbul e la “presenza/parola” degli uomini



La discussione alla Camera sulla Convezione di Istanbul
è avvenuta in un clima d'aula di generale assenza delle persone,
un’assenza strillante e ingiustificabile, mentre auspicabile
sarebbe stata una composta presenza totale di persone attente,
vive, preoccupate, partecipanti, convinte, a una comune riflessione.
Ed eloquente sarebbe stata la presenza/parola degli uomini.

Purtroppo, a causa delle assenze, la discussione è avvenuta
in un clima sociale e culturale di indifferenza generale, colpevole, 
di cattivo esempio, irrecuperabile ex post con altre parole.

La "presenza e le parole", dovunque, soprattutto delle persone
degli uomini, quando si discute di violenza nei confronti
delle persone donne, sono fondamentali per una nuova cultura
dei diritti delle persone e segnano una presa di coscienza utile
per trovare le giuste misure per ogni azione di prevenzione,
a partire da un’educazione all'amore.

Sì, all'amore. Nelle scuole è arrivato, per fortuna, direi, 
nonostante un'ampia confusione di ruoli e di competenze,  
ogni tipo di educazione: alla cittadinanza, alimentare, alla sicurezza 
stradale, alla legalità, alla lotta al bullismo, alla pace, alla dimensione 
europea … ma mai un’educazione all'amore. 
E a volte, si è preferita un’educazione sessuale fine a sé stessa, 
senza ampliare il discorso ai diritti di ciascuna persona nella relazione
affettiva d’amore.

Questo blog di “parole per una cultura del limite” non vuole
alimentare l’indifferenza, e suggerisce un link sia per il testo
della Convenzione sia per una scheda di sintesi .

Questa volta l’indifferenza è colpa grave.

O no?
Severo Laleo


martedì 28 maggio 2013

Antistatista per sentenza: l’arte dell’occultamento





La sentenza della Corte d’Appello di Milano, Presidente la dott.ssa Alessandra 
Galli, merita una lettura integrale, o quasi, sia perché l’imputato è stato
Presidente del Consiglio, ed è ancora il leader di un partito, sia perché
l’eccellente imputato, spesso per difendersi, attacca e insulta, a volte anche oltre
ogni limite, e non da solo, ma con tutte le sue risorse, di persone e di attrezzature,
la Magistratura.
Un cittadino responsabile, attento alla dignità del suo Paese,
dovrebbe aver cura di conoscere i fatti processuali dell’ex Presidente del Consiglio,
e farsi una sua idea, senza tifare per o contro la Magistratura (in realtà, chi tifa,
insieme a chi alimenta il tifo, non intende seguire la fatica dei ragionamenti:
e l’Italia è purtroppo ricca di tifosi).
Per questo ho letto la sentenza a firma della dott.ssa Alessandra Galli, giudice 
rigorosa che ha fatto “della legge e della sua applicazione un culto 
e una ragione di vita (del resto, quando si ha un padre Magistrato  
di “altissima qualità”, ucciso dai terroristi di Prima Linea, serietà 
e rigore ti restano nella carne quasi a tener vivo ricordo e dolore). 
E dalla sentenza ho ricavato chiaro un monito:
se anche questa volta, noti i fatti esposti in sentenza, nulla cambia nella Politica, 
vorrà dire che questo Paese è irrimediabilmente stordito e confuso e non riuscirà 
più a trovare la forza necessaria per difendere la sua integrità politica di fronte 
al mondo. Anzi rischia di nuovo di cadere, ignorante, in una rissa tra tifosi.
Sì, perché Berlusconi coltiva da sempre una sua strategia nell'intraprendere 
un’azione. Egli sa, da buon utilizzatore finale, che la maggior parte dei suoi amici, 
collaboratori, dipendenti, elettori e interlocutori è sempre pronta a trovare 
un accordo di convenienza, nella logica del do ut des, sempre pronta 
a trattare sul “prezzo”, e molto spesso disponibile a chiudere un occhio 
e forse due, fin quasi a vendersi: i soldi, le prebende e i lasciapassare 
sono lì davanti a te, a portata di mano, irresistibili nel richiamo.
La “ditta” Berlusconi –a leggere la sentenza- ha dimostrato una grande abilità
nel compiere un’ “operazione di occultamento del reale risultato di imposta, 
attuato con la costituzione di un meccanismo di notevole accuratezza 
ed insidiosità, facendo larga profusione di società e conti esteri, 
così grandemente difficultando indagini e accertamenti
e costringendo pertanto l’organo accertatore –Agenzia delle Entrate
a un difficilissimo e dispendiosissimo compito…Si tratta di un’operazione 
illecita organizzata e portata a termine costituendo società e conti esteri 
a ciò dedicati, un sistema portato avanti per molti anni. Parallelo 
alla ordinaria gestione delle società del gruppo, sfruttando complicità 
interne ed esterne ad esso. 
Proseguito nonostante i ruoli pubblici asssunti”. Un “imprendere”,
quindi, continuo e senza scrupoli ai danni dello Stato. Pur nel ruolo 
di “uomo delle istituzioni”. Da vero antistatista, verrebbe da dire.

Ma oggi, Berlusconi, più di ieri, da antistatista, già peritissimo esperto di evasione 
fiscale, si scopre statista (e ci vuole coraggio a dare una patente di statista 
a chi è nemico giurato dello Stato!), e, dopo aver ridotto il suo “popolo” 
a clienti paladini della sua innocenza, tenta ora di attrarre nel vischio
della sua logica di conquistar connivenze, o almeno il silenzio, anche la classe
dirigente di questo disastroso Pd (ma non le persone del Pd, che sono già
da un’altra parte, per fortuna, a tenere alto l’onore dell’Italia), sia con la scusa
del suo “responsabile” appoggio al governo, sia spargendo, e inoculando
nei novelli interpreti dell’agire politico, tipo Renzi,  l’idea che non può essere
squalificato” dall'arbitro per le sue “scorrettezze”, ma deve essere “battuto
nel campo. Ma dov'è scritto?
Non sanno quei politici che si pur divertono a usare le parole del calcio per essere 
chiari nel discorso politico (in verità, impoverendolo alla grande), 
che se un giocatore semplicemente si permette di rivolgersi senza rispetto 
all'arbitro rischia l’espulsione e la squalifica? Che altro deve ancora fare
il giocatore Berlusconi per meritare la squalifica e perdere così il diritto 
di essere battuto sul campo?
Se la strategia continua, Berlusconi pare destinato a vincere ancora una volta, 
perché, se è riuscito a ridurre la “sua” maggioranza della Camera a sostenere 
plaudente la “Ruby nipote di Mubarack” (un imperituro primato, questo sì, a nome 
di Berlusconi, ineguagliato e ineguagliabile nel mondo), in un modo o nell’altro, 
ora con la propaganda del suo senso di responsabilità governativa, 
ora con la propaganda della sua persecuzione giudiziaria,  non faticherà molto 
a ridurre la classe dirigente del Pd (escludo con sicurezza solo Civati e Puppato),
a sorvolare, tanto che sarà mai!, sulla sua condanna, confermata in appello, 
a quattro anni di reclusione e cinque di interdizione dai pubblici uffici per frode fiscale.

In qualsiasi altro Paese sarebbe già obbligato, dai suoi (ma qui i suoi sono “suoi”!)  
a dare le dimissioni. A lasciare la politica, senza diritto di battersi, partecipando 
a nuove elezioni. Ma in Italia, dove le dimissioni sono di per sé rare, Berlusconi,
con la sua abilità di attrazione e con la sua immarcescibile resistenza, è riuscito 
a svuotare anche il gesto delle dimissioni del suo significato profondo, di recupero 
di dignità. E ha trasformato tutti i suoi elettori, i suoi alleati, i suoi interlocutori
in complici.
O no?

Severo Laleo

lunedì 20 maggio 2013

Riprendiamoci la parola per una sovranità conviviale




Dichiara il sindaco di Firenze Matteo Renzi,
con la solita mediatica sicurezza, a proposito del disegno 
di legge Finocchiaro-Zanda, presentato al Senato,
per la riforma dei partiti, nel rispetto dell’art. 49 della nostra 
Costituzione (in pratica, la fine per ogni partito e movimento 
senza democrazia interna):

Non sono d'accordo: è un modo per far vincere le elezioni
a Grillo e ai grillini. Quando si alimenta il vessillo dell'ineleggibilità 
per Berlusconi - te ne accorgi ora che fa politica da 19 anni? - 
e dici ‘non facciamo candidare Grillo’
fai un regalo a Berlusconi e Grillo.
Se vuoi vincere le elezioni non puoi squalificare gli altri.
Devi prendere il loro voto o gli italiani ti beccano”.

E ti accorgi sì, tu elettrice/elettore consapevole
sempre disponibile ad ascoltare, ti accorgi,
solo se rifletti appena un po’ [se vuoi, rileggi],
quanto sia lontano dal dolore delle persone,
per squallore di parole e di idee,
il “nuovo” discorso politico.

Non se ne può più. Basta. Prepariamo tra noi
un “convivio”, lungo, in ogni paese, sobrio
e mite, discorriamo delle nostre passioni e sofferenze,  
e riprendiamoci la parola. Sempre tra noi. Alla pari.
E sarà rivoluzione.

O no?
Severo Laleo





domenica 19 maggio 2013

Da Crisostomo a Papa Francesco: qualcosa non funziona




Di recente,  Papa Francesco, in un suo rituale saluto a nuovi ambasciatori 
presso la Santa Sede, ha voluto svolgere un breve quanto efficace discorso 
sulla condizione, oggi, dell’ “umanità”. Che avrebbe meritato più di qualche 
semplice titolo solo ad effetto. In questo blog di “parole per una cultura 
del limite” è d’obbligo un più ampio spazio (con nostri paragrafi).

La situazione: la precarietà quotidiana
“La maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo continuano 
a vivere in una precarietà quotidiana con conseguenze funeste...; la povertà 
diventa più evidente. Si deve lottare per vivere, e spesso per vivere in modo 
non dignitoso”.

La causa: il feticismo del denaro
Una delle cause di questa situazione, a mio parere, sta nel rapporto
che abbiamo con il denaro, nell’accettare il suo dominio su di noi
e sulle nostre società. Così la crisi finanziaria che stiamo attraversando
ci fa dimenticare la sua prima origine, situata in una profonda crisi 
antropologica. Nella negazione del primato dell’uomo! Abbiamo creato 
nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr Es 32,15-34)
ha trovato una nuova e spietata immagine nel feticismo del denaro
e nella dittatura dell’economia senza volto né scopo realmente umano.

L’effetto: la riduzione dell’uomo a “scarto
La crisi mondiale che tocca la finanza e l’economia sembra mettere in luce 
le loro deformità e soprattutto la grave carenza della loro prospettiva 
antropologica, che riduce l’uomo a una sola delle sue esigenze: il consumo. 
E peggio ancora, oggi l’essere umano è considerato egli stesso come un bene 
di consumo che si può usare e poi gettare. Abbiamo incominciato 
questa cultura dello scarto”.

L’ideologia: “volontà di potenza senza limiti
Mentre il reddito di una minoranza cresce in maniera esponenziale, 
quello della maggioranza si indebolisce. Questo squilibrio deriva
da ideologie che promuovono l’autonomia assoluta dei mercati
e la speculazione finanziaria, negando così il diritto di controllo
agli Stati pur incaricati di provvedere al bene comune. Si instaura
una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone unilateralmente 
e senza rimedio possibile le sue leggi e le sue regole. Inoltre, l’indebitamento 
e il credito allontanano i Paesi dalla loro economia reale ed i cittadini 
dal loro potere d’acquisto reale. A ciò si aggiungono, oltretutto, una corruzione 
tentacolare e un’evasione fiscale egoista che hanno assunto dimensioni mondiali. 
La volontà di potenza e di possesso è diventata senza limiti”.

La proposta: la condivisione dei beni
l’etica dà fastidio! È considerata controproducente: come troppo umana, 
perché relativizza il denaro e il potere; come una minaccia, perché rifiuta
la manipolazione e la sottomissione della persona … L’etica – un’etica
non ideologica naturalmente – permette, a mio parere, di creare un equilibrio  
e un ordine sociale più umani. In questo senso, incoraggio gli esperti di finanza 
e i governanti dei vostri Paesi a considerare le parole di san Giovanni Crisostomo
«Non condividere con i poveri i propri beni è derubarli e togliere loro la vita. 
Non sono i nostri beni che noi possediamo, ma i loro»"     

Senza dubbio a guidare/illuminare il discorso di Papa Francesco
è la presenza centrale di Dio, eppure il discorso sta bene anche
a tutti quei senza Dio contrari a ridurre la persona a “scarto
e pronti a definire i “limiti” della ricchezza e i “limiti” della povertà.
O no?
Severo Laleo

mercoledì 15 maggio 2013

Ruby, Ferrara e il danarismo avvilente





I quattro milioni e mezzo di euro, secondo l’accusa,
dazione di Berlusconi a Ruby a garanzia di silenzio
e complicità, confermano l’interpretazione dell’ampia diffusione nella nostra società del berlusconismo,
con conseguente successo elettorale,
in virtù, quasi esclusivamente,
di quel manovrar danaro, all’inizio, per Berlusconi,
lecito oggetto di ogni “ragione”, e, successivamente,
agitato strumento di ogni “carisma” e di ogni “libertà”,
almeno in un “povero” Paese, qual è l’Italia.

E’ stato l’imprenditore Berlusconi il promotore principe,
ineguagliato, non della corruzione, sempre florida,
a prescindere, ma della pratica, nelle relazioni personali,
e nel nostro, culturalmente fragile, e illiberale, costume politico,
del danarismo avvilente.
Avvilente, perché il denaro, una volta segno tangibile
di un personale "successo", e frutto di un “guadagno
con rigore costruito, meritato, riconosciuto, ammirato,
è diventato il caldo strumento dell’asservimento,
il metodo di conquista/tenuta di un potere fine a sé stesso,
il dispositivo formidabile, tra la folla dei postulanti, 
per rendere vile l'asservito e più vile il suo padrone, 
nel cancellare ogni responsabilità soggettiva e oggettiva, 
pubblica e privata, anche per persone, almeno per definizione 
e funzione,  con il "doveredella "disciplina e dell'onore"
(e il Presidente del Consiglio è tra queste!).
E il tutto con una convinzione puerile, soggettivamente giustificante: solo opere di bene! E chi non salta è il “male”.

A proposito del potere stravolgente del denaro,
persino nei confronti di spiriti forti, è utile leggere le parole
di un umanista del 500 (L. Vives). Queste: "...il denaro, 
all’inizio semplice strumento per procurarsi il necessario 
per vivere, divenne strumento di onore, di dignità, di superbia, 
di iracondia, di arroganza, di vendetta, di vita e di morte, 
di potere... E una volta attribuito al denaro un così grande valore, 
non si troverà alcuno che non giudichi suo dovere, per qualunque 
via e maniera, accumularlo, abbracciarlo, conservarlo, a ragione, 
a torto, giustamente e ingiustamente, senza distinzione tra sacro 
e profano, tra lecito e illecito. Chi è riuscito ad accumulare denaro 
è un sapiente, un signore, un re, un uomo di grande e ammirevole 
giudizio; al contrario chi non ha denaro, l’uomo povero, 
è un idiota, da disprezzare, a stento un uomo. Questa opinione, 
così profondamente da tutti accettata, spinge anche l'uomo, 
per natura noncurante della fortuna, a farsi suo schiavo".

L’Italia è sempre il paese, al mondo un altro non c’è,
nel quale un intellettuale, giornalista collaterale di mestiere, 
vispo e urlante, da ieri anche fulvo cantante lirico, con sicura 
intelligenza e onestà, ha avuto l’ardire, superato il pudore
dei tanti “succubi” dell’etica gobettiana, di coniare, 
icasticamente, per i berlusconiani doc, l’epiteto più felice 
nell’ossimoro: servi liberi”. E’ vero: la conseguenza diretta 
del danarismo avvilente è la libera servitù
Almeno dell’universo berlusconiano.

O no?
Severo Laleo


lunedì 13 maggio 2013

L’epilogo del berlusconismo nel flop di Canale 5






Domenica 12 Maggio, mentre su Rai Tre la Gabbanelli,
dipendente Rai, con il suo Report, cercava di portare,
tra le poltrone sveglie e indignate dei telespettatori italiani, 
la realtà drammatica della mancanza di lavoro,
su Canale 5, più giornalisti dipendenti di Berlusconi
con La guerra dei vent’anni, Ruby ultimo atto
cercavano di confezionare, per le poltrone addormentate 
e docili dei telespettatori del  Grande Fratello,  
l’assoluzione, del Cav. Berlusconi, nel processo Ruby
spiegando, a chiare lettere e senza timori, anzi, quasi rischiando
di persona che

·       Ruby –per parola di Berlusconi- è la nipote di Mubarack;
·       il conflitto di interessi del Cav. Berlusconi è un’invenzione dei comunisti;
·       i “processi non si fanno in televisione”, ma a Canale 5;
·       la verità processuale non esiste fuori della TV
del Cav. Berlusconi;
·       Berlusconi vittima, a guardar bene, come Tortora.

E’ troppo. Si legge che il programma non ha avuto successo. 
E’ stato un flop. Per decisione
dei telespettatori, liberi nel mercato libero della Tv.
Per fortuna. Il “dominio proprietario sui media e su pezzi interi 
di società politica –per usare parole e immagine
di Ezio Mauro- non consente più “alla realtà virtuale 
del berlusconismo di galoppare all'apparenza indisturbata.

Forse, anche se il Paese è sempre pieno di  “maup”  
(creduloni a Vico del Gargano), di troppi servi liberi,
di molti fautori del danarismo avvilente, e, purtroppo,
di incredibilmente tanti, nel Pd, larghintesisti, sempre benevoli 
e compiacenti, la normalità è ora a portata di mano.

O no?
Severo Laleo

sabato 11 maggio 2013

Da “scendo in campo” a “fare spogliatoio”: una partita da chiudere




Il calcio, in questi ultimi vent’anni, è stato il protagonista
indiscusso (bel segno dei tempi!) della lotta politica in Italia,
da quando, cioè, Berlusconi ha prima buttato a mare
il “teatrino della politica”, per  introdurre, appunto,
il “campo di calcio”, e, in seguito, da attore di un suo copione
in un suo teatro, ha fatto fuori (ma solo a parole,
giusto per correre libero nel campo), i “politici di professione”,
per fare della politica la sua professione a protezione esclusiva
e diretta dei suoi interessi e della sua fedina penale,
con una personale lotta contro la magistratura.
Per una democrazia (si fa per dire!) plebiscitaria,
oltre la legge, oltre la divisione dei poteri.
Il suo impegno di guerra nacque dal mondo del calcio,
con il proclama solenne: “scendo in campo”.

Una volta preparato, da Berlusconi, il campo, tutti si son
trovati a giocare, in una partita truccata e fuori campionato,
senza arbitri e senza regole, solo con un vociante pubblico interessato e tifoso. 
E il Porcellum.
Per vent’anni, partiti e leader (solo Bersani, forse, non ha mai indossato 
una maglietta), hanno aizzato, anche con colpi bassi,
a turno, i tifosi, spettatori non paganti a trasferta rimborsata.
Campo, partita e tifosi. Chi non è della partita è fuori.
E così il nuovo Renzi non abbandona il vecchio campo,
ma si diverte con il suo calcio di rigore”, imbrigliato, nonostante un’alta ambizione, nella logica miserrima e perdente della partita.
E Vendola, addirittura, rifiuta il Partito per “riaprire la partita.
Anche Monti, il professore colto e preparato,
per tentare di introdurre la novità di un suo linguaggio,
inventa, malamente scimmiottando, un fragile e dipendente
salgo in politica”, ma solo ed esclusivamente
per “scendere in campo”. Un delirio diffuso.

Ora l’inventore della partita cambia gioco: basta sbaragliare
il campo, la guerra è finita - almeno per gli altri, la sua continua contro la magistratura-, e puntuale arriva Letta, con il suo ardente “fare spogliatoio”, confortato, in questo, dai suggerimenti di Renzi,
a dare “un’impronta di sinistra” e a non sbagliare un’altra volta
il rigore”. La sopportabilità è ormai al limite.

Per fortuna, almeno per chi non vuole essere solo spettatore,
e tifoso, fuori del campo e fuori spogliatoio, da una parte, a gridare, c’è Grillo
con il suo linguaggio diverso, aggressivo, brutale e chiaro del “fuori tutti”, 
e, dall’altra, a proporre soluzioni nuove, c’è la Puppato, con il suo linguaggio 
partecipativo, responsabile, aperto al futuro e di più alto senso politico,
del tutti dentro”. Eppure sono i soli a poter chiudere definitivamente la partita.

O no?
Severo Laleo