martedì 17 dicembre 2013

Lavoro, verso, limite: è compito della sinistra (con SEL)



Si torna a parlare di riforma del mercato del lavoro.
Pare il PD abbia impresso un’accelerazione.
E subito torna principale, al centro di ogni discorso, il mercato.
Appunto. Il lavoro, dunque,  è da riformare, nelle sue regole,
per “liberare” il mercato da complicate pastoie,
perché l’impresa, agile, possa correre senza troppi freni.
E, si aggiunge, nell’interesse di tutti. A giustificazione.
Ma assente, o secondaria, è la preoccupazione per il benessere
di ogni lavoratore/lavoratrice, ovvero per le persone in carne e ossa.
Assente, comunque, è ogni idea civile di “liberazione” delle persone 
dai vincoli opprimenti del mercato, è assente, purtroppo,
nei responsabili dell’azione di governo,  la passione politica
per la costruzione di una società della “sollecitudine”,
del “care”, dove sia possibile praticare la cooperazione
e la solidarietà. Resiste solo la passione per il potere,
a prescindere dalle differenti, nel bene e nel male, visioni soggettive. 
Bisogna cambiare verso, si dice in giro, ma, attraverso pratici, in stile 
anglosassone, progetti di semplificazione normativa, a dominare è solo
la conservazione e non il cambiamento. Perché, se non si parte 
da una visione umanistica del problema lavoro, il verso resta sempre 
lo stesso; anzi è soltanto un’offerta di velocità, senza limiti,
per il neoliberismo. Cambia la velocità ma non il verso.
Eppure il verso è giusto, solo se torna a significare misura, limite.


E’ compito della sinistra (con SEL), con una lotta politica permanente, 
con mobilitazione sul territorio, circolo per circolo,  
imporre, con forza, per ogni discorso di riforma del lavoro, 
la realizzazione di quanto indicato nella Dichiarazione di Filadelfia
tutti gli esseri umani, quali che siano la loro razza,
la loro fede o il loro sesso, hanno il diritto di perseguire,
con eguali possibilità, il loro progresso materiale e il loro sviluppo 
spirituale, nella libertà, nella dignità e nella sicurezza economica”.
Nessuna politica è buona senza una politica della dignità.

Per questo è necessario, scrivono gli estensori (tra i quali Susan Georg
Serge Latouche, Edgar Morin) del Manifesto del Convivialismo
definire qualche limite: “Les États légitimes garantissent à tous leurs 
citoyens les plus paure un minimum de resources, un revenu de base
quelle que soit sa forme, qui les tienne à l’abri de l’abjiection de la misère, 
et interdisent progressivament aux plus riches, via l’instauration
d’un revenu maximum, de basculer dans  l’abjection de l’extrême 
richesse en dépassant un niveau qui rendrait inopérants les principes 
de commune humanité et de commune socialité. Ce niveau peut être 
relativement élevé, mais pas au-delà de ce qu’implique
le sens de la décence commune (common decency)”.

Porre un limite alla povertà, porre un limite alla ricchezza
ogni Stato a suo modo, è, almeno per la sinistra, un imperativo politico 
ed economico per salvare la dignità delle persone e insieme
la democrazia. La democrazia conviviale. Tra persone, alla pari.

O no?

Severo Laleo

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