martedì 19 febbraio 2019

Un imbroglio a Cinque Stelle





Il M5S, almeno nei suoi big, è finalmente sollevato e allegro,
ha superato la prova Rousseau,
eppure non sa forse di ridere della sua fine. O almeno di una sua mutazione.

Sì, perché il voto su Salvini (si fa per abbreviare) ha dimostrato l'esistenza
di una frattura profonda, chiara e precisa, immagino irrimediabile,
tra due modi di intendere la politica,
almeno a livello degli attivisti partecipanti al voto online.
E forse anche tra chi ha votato nel 2018 il M5S.

Dei 52.417 votanti, il 59% ha consapevolmente ritenuto corretto
l'operato del Ministro Salvini, che, “per redistribuire i migranti
nei vari paesi europei (parole esatte inserite nel quesito),
ha "ritardato" (eufemismo per non dire “vietato/impedito”) lo sbarco
di 177 migranti, persone migranti.
In parole semplici, il 59% ha ritenuto corretto, giustificabile,
ammissibile usare persone, come mezzi/strumenti, per ottenere
il fine politico di distribuire i migranti nei vari paesi europei.
E ha ritenuto, quel 59%, che l’usar persone come mezzi fosse
per la tutela di un interesse dello Stato”.
Pericoloso stravolgimento di un principio di civiltà!

A quel 59% è bastato il rischio di perdere il governo
per dimenticare d’un colpo il principio etico
di rispetto della persona umana,
tornando a esercitare, arzigogolando, l’arte degli imbroglioni.

Per fortuna, il 59% è solo una parte degli attivisti del M5S;
toccherà all’altro 41% tenere alto l’onore del Movimento.
O no?
Severo Laleo

sabato 9 febbraio 2019

Cazzullo e le donne

Caro il mio Scapece,

per fortuna sei il mio amico mite, così con te posso sfogarmi, scrivendo 

liberamente, anche annoiandoti, lo so, ma senza il timore di beccarmi sbuffi, 

lamentele e mhmm, anche quando uso i testi un po' a mio uso e consumo.

Gran virtù squisita è la mitezza!

Sai, avevo preso il libro di CazzulloLe donne erediteranno la terra

con la personale speranza di impadronirmi di qualche nuova riflessione 

sull’essere donna: non si sa mai, mi son detto, Cazzullo è un giornalista 

serio e preparato. In verità il libro, mischiando storia e cronaca,

offre un’antologia di brevi biografie e curiosità, le più disparate, non poche 

per me nuove, o comunque vestite di nuova luce, tutte utili per comprendere 

meglio l’universo femminile, e per di più di lettura piana, ma non offre riflessioni 

nuove, o comunque non le ho sapute cogliere.

Anche Cazzullo, però, pur spinto da un sincero interesse a scoprire 

le qualità delle donne, quelle qualità appunto che, secondo la sua previsione, 

permetteranno alle donne, sempre più presenti nei posti di “potere”, 

di “ereditare la terra” (espressione non proprio adatta per la sua ineliminabile 

pregnanza religiosa, non facile a aggiornamenti),  in realtà resta legato 

all’antico, classico, ineliminabile schema maschile, cioè questo: 

gli uomini hanno finora dominato il mondo, costruito/modellato il “potere”, 

l’hanno maschilmente gestito e a ogni costo tenuto e conservato,

l'hanno intriso di violenza, e ora questo “dominio” e questo “potere”, 

senza novità e cambiamenti, per “sorpasso”, 

passerà nelle mani delle donne, proprio in questo secolo. 

Eh, no? Possibile non si riesca a uscire dall’idea maschile che il “potere”,

così come è stato inventato e modellato, non può essere “a misura di” donna?

Che molto probabilmente le donne non hanno alcuna intenzione di “sorpassare

gli uomini e semplicemente sostituirli, senza una modifica/cambiamento 

dell’idea stessa di “potere” con tutto il suo armamentario di lotte 

per il predominio tra rivali?

Anzi Cazzullo invoca per le donne “uno spirito di squadra, una vera solidarietà 

femminile, per far crollare l’ultimo diaframma che separa le donne 

dalla meritata conquista del potere.” (sottolineatura mia)

Il problema è dunque sempre lo stesso: prendere il Potere. In breve, se la lotta 

per prendere il potere finora è stata limitata ai maschietti, d’ora in poi, 

in questo secolo, sarà una lotta tra maschi e femmine. 

Fino al sorpasso definitivo. 

Eppure Cazzullo immagina un possibile cambiamento nell’operazione sorpasso

che non sarà solo “un cambio di genere; sarà un modo diverso di fare le cose”,

ma lascia lì cadere l’intuizione. Peccato.

Comunque, caro Scapece, cominciare a divulgare nel grande pubblico 

l’idea di un'inarrestabile “rivoluzione delle donne” è senza dubbio 

opera meritoria.

O no?

Stammi bene e sempre buone cose. Alla prossima. E scrivimi, se vuoi.

Severo

martedì 15 gennaio 2019

La festa di governo per il carcere


In questi giorni di insensata festa di governo all'insegna dell'esaltazione
del carcere per la punizione di un condannato, è toccato a Sofri pronunciare parole chiare e condivisibili sull'assurdità della pena della "cella". Scrive Sofri:
"Capisco, mi pare, il desiderio dei famigliari delle vittime di vedere chiuso in carcere il responsabile provato - o colui che credono il responsabile provato - del loro lutto. Io però ho da tantissimo tempo, e molto prima che mi riguardasse così da vicino, un'obiezione di coscienza radicale alla galera, salvo quando la reclusione sia il solo modo per impedire a qualcuno di fare ancora del male. Un'abitudine pigra, ma niente è più ostinato dell'abitudine, continua a identificare il risarcimento dovuto alla vittima e alla comunità con la cella. Io provo solo disgusto e vergogna per la cella, con tanta forza che non mi succede mai, nemmeno fra me e me, di augurarmi che le persone che detesto e considero nemiche (ce ne sono, infatti, com'è umano) finiscano loro in galera. Perché la galera, chi la conosca da carcerato o da carceriere, e resti umano, nobilita il prigioniero e contagia di ignobiltà chi la augura.
...il carcere è il luogo più disadatto al vero pentimento. Il carcere è così disumano e cattivo e assurdo da attenuare fino a cancellare la stessa differenza fra innocenza e colpevolezza, da insinuare nel detenuto una sensazione di umiliazione e di offesa che prevale sulla ragione che ce l'ha portato. In carcere si può 'pentirsi' solo maledicendo l'accidente che vi ci ha portati: una lezione a delinquere meglio, la volta che ne sarete usciti. Chi attraversi una conversione vera dei propri desideri e della propria vita lo fa non grazie alla galera, ma nonostante la galera. La quale, che lo si voglia oppure si pensi e si proclami di non volerlo, è una vendetta."
Dai, stavolta con Sofri si può davvero essere d'accordo.
O no?
Severo Laleo

sabato 12 gennaio 2019

Roma, Cuarón e l’essere donna





Caro Scapece,

l’hai visto il film Roma? Del messicano Cuarón?
A me è capitato di vederlo ieri sera, grazie a qualche tenera insistenza
di Anna (i figli ormai consigliano i vecchi genitori!).
Vedrai, ti piacerà; ti piacerà!” andava ripetendo. Mah!
E infatti, anche se inizialmente ero sull’annoiato, per via di una lentezza
filmica non usuale (non avendo idea del tipo di racconto),
d’improvviso mi son sentito preso, e ho seguito il film con intensa 
partecipazione.
Lo sai, io sto ai film come l’olio sta all’acqua, quindi non ti aspettare 
un’analisi utile; o discorsi sulla società degli anni 70 in Messico, 
o sulle classi sociali, i ricchi e i poveri, padroni e servi, niente;
vorrei solo dirti il senso della mia partecipazione,
in pratica che cosa ho visto.

Per me Roma è un film, meglio un bel film, sulle “qualità” di genere:
le “qualità” maschili in opposizione alle “qualità” femminili.
Da una parte vedrai immagini penetranti, esemplari, di un mondo maschile
infantile, infedele, irresponsabile, fatuo, irriflessivo, pronto alla violenza,
dall’altro le immagini mirabili, coinvolgenti, di un mondo femminile
sofferente, responsabile, amorevole, pronto ad assumersi ogni responsabilità
nella direzione della cura degli altri.
Gli uomini appaiono o soli, dediti ai propri egoismi, o in bande, ora di parata,
ora di scuola di arti marziali/guerriglia, ora di formazione per l’ordine pubblico.
Anzi, Fermin, il maschio tutto arti marziali, preso a scuola di guerriglia,
viene spogliato d’ogni umanità, ed è mostrato mentre si esibisce
in una danza assurda da duello, tutto nudo, davanti alla “sua”
fidanzata, menando fendenti nell’aria a pene penzolone: vacuità pura;
e quando il guerriero saprà che la “sua” fidanzata aspetta un suo figlio,
scappa via vilmente. Ancora vacuità.
E scappa vilmente dalla sua moglie anche Antonio, maschio acculturato
e benestante, padre di quattro bambini, per inseguire un’amante:
un maschio muto d’egoismo, tutto macchina e viaggi. Vacuo?
Le donne al contrario non sono mai sole, anche quando si trovano
in grosse difficoltà; si cercano e si scambiano solidarietà, in parole e in azioni.
E trovano e vivono un’unità vitale. Ad ogni età. Un abbraccio d’amore.
E' Cleo, ma non solo, il simbolo di questa umanità resistente.
I maschi in truppa, le donne insieme.
Un bel film, una lezione per il futuro, un invito all’amore.
Bravo Cuarón!
O no?
Severo Laleo




mercoledì 26 dicembre 2018

S. Stefano, Salvini e la Nutella





Un po’ di memoria religiosa, per restituire a Stefano la sua dignità:
"Stefano (... – Gerusalemme, 36) -si legge su Wikipedia- è stato il primo
dei sette diaconi scelti dalla comunità cristiana perché aiutassero gli apostoli
nel ministero della fede.
Venerato come santo da tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi,
fu il protomartire, cioè il primo cristiano ad aver dato la vita per testimoniare
la propria fede in Cristo e per la diffusione del Vangelo.
Il suo martirio è descritto negli Atti degli Apostoli dove appare evidente
sia la sua chiamata al servizio dei discepoli sia il suo martirio,
avvenuto per lapidazione, alla presenza di Paolo di Tarso
prima della conversione.
La celebrazione liturgica di Stefano è stata da sempre fissata al 26 dicembre,
subito dopo il Natale, perché nei giorni seguenti alla manifestazione 
del Figlio di Dio furono posti nel martirologio i comites Christi
cioè i più vicini nel suo percorso terreno,
i primi a renderne testimonianza con il martirio".

Per Salvini, ministro (davvero!), cattolico confesso (capace di sventolare
il rosario in un comizio), vicepresidente del governo della nostra Repubblica
fondata sul LAVORO, per Salvini S. Stefano è una modalità 
di apertura di giornata.
Per una preghiera? No! Per un ricordo? No! Per un invito a...? No!
Solo per esporsi al gioco “sociale” (e anche il termine sociale, 
una volta pregnante, scivola verso l’evanescenza).
Scrive, infatti, oggi un ammiccante (ma chi sei?) Salvini:

“Il mio Santo Stefano comincia con pane e Nutella😋, il vostro??

Insopportabile!
O no?
Severo Laleo

P.S.
Molto si può perdonare al M5S, ma il fatto di aver dato alla Lega/Salvini 
la possibilità di governare il nostro Paese con sovrana volgarità 
usando malamente i moltissimi voti catturati a persone di sinistra, 
è imperdonabile.
O no?

mercoledì 5 dicembre 2018

"Il" Toscani e Giorgia Meloni





Leggo su HP: "Oliviero Toscani contro Giorgia Meloni. 
Nel corso di La Zanzara, su Radio24, il celebre fotografo attacca 
la leader di Fratelli d'Italia: "Poveretta, lei è una ritardata. 
È brutta e volgare, mi dà fastidio la sua estetica.
È proprio fastidiosa e quindi tutto ne risente, anche l'estetica".

Ecco un altro esempio di violenza. Violenza reale. Quando non si ha idea 
del limite, quando non è stata interiorizzata la cultura del limite
questi sono gli esiti esemplari.
Eppure, anche un "rivoluzionario", in qualunque campo operi, ha da rispettare
sempre un limite, anche se solo "suo", anche se sarà comprensibile 
solo nel futuro. E questo per continuare a essere una "persona".
Ma il "celebre" fotografo sceglie di andare oltre il limite,  
e dimentica il rispetto per la "persona" per esaltare il suo "ego". 
Non è perdonabile. Forse ha ancora molto da leggere, studiare, 
confrontarsi, imparare. E questo per ritrovare la “persona”.

Sempre da HP è giusto riportare la risposta di Giorgia Meloni.
"Il radical chic (con tessera Pd in tasca) Oliviero Toscani,
fotografo di Benetton, dice alla trasmissione "La Zanzara"
che io sono "brutta e volgare", che "gli dà fastidio la mia estetica"
e che "sono ritardata" - ha scritto in un post su Facebook - 
Non risponderei a qualcuno che disistimo così profondamente, 
se non ci fossero in queste poche parole
svariate forme di razzismo viscerale. Razzismo contro le donne, 
costrette - indipendentemente da ciò di cui si occupano - 
a dover rendere conto del loro aspetto fisico. E, molto peggio, 
razzismo verso il dramma di chi soffre di disturbi psichici. 
Voglio dire che sono profondamente fiera che la mia presenza
dia fastidio a una persona così miserabile".

E qui il "miserabile" di Giorgia Melone è davvero perdonabile.
O no?
Severo Laleo

domenica 18 novembre 2018

Il PD, il ticket e la segreteria duale



Condannata da una coazione a ripetere, una gran  parte della nostra classe
politica continua a marcare, anche nel vocabolario, la già immensa distanza
con i bisogni delle persone in carne ed ossa, incaponendosi, ad esempio,
a definire "ticket" la presentazione di una candidatura  doppia, cioè,
nel caso ora del congresso del PD, di un segretario e di un suo vice.
E questo, forse, per apparire moderni e americani, o per pigrizia,
lo si chiama ticket! Mah!
Praticamente è un parlare tra iniziati, perché nella vita quotidiana,
per chi bussa alla sanità pubblica, il termine ticket ha un significato
ben più "pesante"!
Nel Pd, per di più, la richiesta di un ticket appare un'esigenza strumentale,
perché pare servire solo ad ottenere più voti nella competizione interna,
abbinando sì un vice, ma sempre al suo "capo".
Insomma un gioco elettorale, a volte anche con nascosti risvolti.
Infatti, il candidato Minniti ha voluto subito evitare fraintendimenti,
eliminando il ticket "dall'ordine del giorno".

Eppure, se nel Pd si riflettesse, proprio a partire dall'idea strumentale di ticket,
cioè dell'elezione di un "capo" e di un suo vice,  sull'importanza
di una guida duale, di due persone con pari facoltà, in particolare di un uomo
e una donna, forse si scoprirebbe una nuova strada per uscire dal leaderismo 
monocratico, figlio storico del maschilismo, reo di tanti guasti.

Non si riesce a comprendere perché un'idea così semplice, normale,
di buon senso, evidente in sé, l'idea cioè di una segreteria a due, alla pari,
di un uomo e una donna, non possa trovare spazio in un campo, la politica,
dove le decisioni e gli interessi pubblici sono predominanti.

Forse perché le abitudini, quando non si pongono al vaglio critico,
diventano "sacrosante". E il cambiamento, anche in via sperimentale,
diventa difficile.
O no?
Severo Laleo

mercoledì 14 novembre 2018

Il PD e le donne



In parecchi ora s'accorgono, nel Pd e fuori, della totale assenza di voci
e presenze di donne nella corsa verso la segreteria (in verità Livia Turco
recentemente ha con chiarezza e lungimiranza espresso una sua idea
per il futuro del PD, in piena autonomia, senza sentire la necessità,
prima di prendere posizione, di scegliersi un suo "capo"  maschio).

La presenza di donne in politica, soprattutto nelle sedi decisionali,
a ogni livello,  non può essere affidata al buon cuore del leader maschio
di turno, non può essere una concessione dal sapore strumentale
(è già successo nel Pd), deve solo diventare norma, regola.

In verità, ad aprire la strada verso una nuova esperienza di dirigenza
politica con parità di presenza tra uomini e donne è oggi Potere al Popolo.

I "portavoce" di Potete al Popolo, per Statuto, quindi nel rispetto di una norma,
anche se per ora solo sperimentalmente, sono due, un uomo e una donna
(un inizio timido di bicratismo, contro la tradizionale figura monocratica
del leader solo al comando, sciaguratamente imperante negli ultimi decenni).

Chissà, al PD basterebbe forse imitare PaP  per superare il suo maschilismo
incrollabile.
O no?
Severo Laleo

mercoledì 17 ottobre 2018

Un Barone per le donne





A sentire la denuncia di Barone, Rettore della Scuola Normale di Pisa,
quando si tenta di “promuovere” in carriera una donna all’Università,
si scatena il finimondo (almeno per i tanti estensori di lettere anonime
usi a distruggere, con espliciti riferimenti sessuali, volgari e diffamatori,
soprattutto la personalità della “fortunata”.)
E sempre a dire del Rettore -e la sua parola è degna di fede sino 
a prova contraria-, per le donne c'è l'aggiunta di risvolti volgari 
e riferimenti alla vita privata, del tutto inaccettabili”.
In breve si va giù picchiando forte.
Ora, chiunque sia, uomo o donna, a scrivere tali lettere anonime,
una cosa è certa: il retroterra culturale (si fa per dire!) delle manine 
anonime è di diretta, spiccata derivazione maschilista.
Per qualche maschio (o di più?) deve suonare insopportabile l’idea
di essere superato da una donna, soprattutto in campo “scientifico”.
E questo preoccupa molto, molto.
Molto, specie se la conclusione del Rettore è “promuovere le donne 
è impossibile”. Certo dal Rettore, oltre alla denuncia, ci si aspetta 
comunque interventi di altra natura.
Ma a noi tocca solo registrare quanto sia difficile, pur in un ambiente colto,
quanto sia difficile per una donna ottenere “posizioni” di punta.
Scrive Gualmini -e per una volta si può condividere pienamente- 
donne e potere non stanno bene insieme. Le donne non devono 
neanche avvicinarsi ai posti di comando, perché ritenute inadatte. 
Al massimo, possono essere destinate
dal capo-uomo a qualche ruolo ancillare o sussidiario, "al servizio di".*
Quando si tratta di decidere, organizzare e coordinare 
(magari team di uomini), le donne non sono mai considerate adeguate 
fino in fondo. Riecheggia ancora il mito dei ruoli di accudimento 
e di cura, assai diversi da quelli di comando e direzione. 
Spesso sono le stesse donne ad opporsi alla scalata delle colleghe, 
in base al retropensiero che vede le lavoratrici "troppo in carriera" 
come "traditrici" del loro mandato sociale, cioè colpevoli 
di aver trascurato famiglia e figli”.
D'accordo. Ma se quel capo-uomo, incarnazione del monocratismo 
maschilista, fosse sostituito da una guida duale, un uomo e una donna 
insieme, forse si potrebbe sperare in un qualche superamento 
di tanti insulsi pregiudizi.

O no?
Severo Laleo

*Comunque ci si può consolare con l'ottimismo di Cazzullo,
in "Le donne erediteranno la terra": il nostro secolo sarà il secolo 
del sorpasso della donna sull'uomo!
Il problema è forse il sorpasso o la donna-capo?

lunedì 15 ottobre 2018

Femminismo e bicratismo

La fine della democrazia può davvero esser vicina
se non si strappa il potere a maschietti incompetenti,
e solo pieni di sé. E' (stata) la sciagura nostra, e non solo,
di questi decenni di arretramento sul piano dei diritti sociali:
l'uomo forte!
Eppure tutti sappiamo che l'uomo forte non esiste,
anche se continua a esistere una propensione di persone spaventate,
forse disperate, a inventare il "proprio" uomo forte,
un chiunque gli capiti a tiro che sappia parlar loro,
e quasi sempre è un maschio dal fare spiccio.

Sarà il femminismo a produrre cambiamenti significativi
nel campo politico-istituzionale, e nelle conseguenti politiche,
anche a prescindere dagli schieramenti,
se proporrà di sperimentare strutture di "potere" e di "governo"
alternative a tutto quanto è (stato) segnato dal maschilismo.
Ad esempio un passaggio dal monocratismo al bicratismo,
dalle quote rosa alla parità assoluta nelle istituzioni di rappresentanza.
O no?
Severo Laleo

giovedì 11 ottobre 2018

Maxim, i maschi di successo e Boschi



Non sembra, ma una relazione tra i maschi di successo e la politica esiste.
Un esempio? La rivista Maxim, per maschi di successo, attira nel suo giro,
in Italia, una ex ministra, donna in Parlamento e nel Pd: M.E. Boschi.
E tenta, attraverso le foto dell’ex ministra, a suo modo, di “conquistare”
la politica, sempre comunque nel rispetto del ruolo di maschio occhio attento.

Infatti chi compra e paga è Maxim, appunto, l'uomo di successo (mah!),
il maschio; M.E. Boschi, nonostante il suo forte potere di negoziazione,
è stata comunque comprata e pagata per dare spettacolo con il suo corpo 
teso in soffici messaggi, per offrire una prestazione ad uso esclusivo 
di uomini di successo (ormai ci si intende!): e questo 
per una rappresentante del popolo, non già del mestiere, 
forse è grave e riprovevole. 
E non per la scelta in sé, ma perché è grave e riprovevole 
che a decidere gli impegni, pur eseguiti nel rispetto di un contratto/accordo, 
di Boschirappresentante libera di una forza politica,
siano sempre i maschi, oggi Maxim (il mondo maschio di successo),
ieri altri (il mondo maschio del potere).
I maschi di successo e di potere sono sempre gli stessi, 
decidono e chiamano.
Forse son tante le donne, anche quando militano, in Italia,
in partiti socialisti, anche quando hanno ruoli di primo piano,
anche quando sono impegnate in un lavoro di “pari opportunità”,
a non resistere alla chiamata del maschio e a quel mondo.

O no? 
Severo Laleo
P.S. Una mia amica è convinta che Boschi, ed altri come lei,
diventati “famosi” grazie al lavoro in un partito politico,
abbiano deciso di rimpinguare le casse del partito con il ricavato delle loro nuove prestazioni,
proprio in quanto remunerate direttamente in proporzione alla notorietà
conquistata attraverso il palco/vetrina del Partito.
Secondo la mia amica infatti una persona di sinistra non immaginerebbe
mai di sfruttare la notorietà derivatale esclusivamente da un impegno politico,
per un guadagno personale.
Forse è troppo antica la mia amica. O no?

venerdì 5 ottobre 2018

Potere al Popolo e bicratismo

Finalmente
nella proposta di statuto di Potere
al Popolo prende corpo il bicratismo,
il superamento cioè della figura monocratica del capo, quasi sempre
un maschio, con la coppia un uomo
e una donna. Il cambiamento ha un suo valore culturale e insieme strutturale,
in quanto supera il monocratismo che è l'esito storico nelle istituzioni del maschilismo.

Ecco la proposta di statuto nella tesi A.
" TESI A: I due portavoce esercitano la rappresentanza politica esterna e istituzionale dell’Associazione sulla base dei mandati politici degli aderenti, dell’Assemblea Nazionale e del Coordinamento Nazionale. I Portavoce sono eletti dal coordinamento nazionale al suo interno. Ogni nome viene votato singolarmente e vengono eletti, rispettando la parità di genere, coloro che ottengono più voti. Restano in carica un anno e possono svolgere al massimo due mandati consecutivi.  al suo interno. Ogni nome viene votato singolarmente e vengono eletti, rispettando la parità di genere, coloro che ottengono più voti. Restano in carica un anno e possono svolgere al massimo due mandati consecutivi."
Un primo passo è compiuto!
O no?
Severo Laleo

venerdì 28 settembre 2018

Basta diventare un "peso" per uscir di vita?


Caro Scapece,

questa volta ti propongo una riflessione pesante: riguarda il suicidio.
Già so la tua reazione. Non ti preoccupare, puoi anche non rispondermi,
rispetto molto il tuo sforzo di voler gestire le tue letture e i tuoi pensieri
senza inutili turbamenti e con animo sereno e leggero.
Perciò leggi pure con un distacco a tua misura questa mia lettera.

In particolare, la mia riflessione riguarda il suicidio premeditato,
il suicidio cioè che non scaturisce da situazioni di insopportabile sofferenza
e disagio, ma, come dire, da una scelta di vita. Una scelta di “riduzione” della vita.
Sì, perché Paul Lafargue, il suicida, non è un malinconico lagnoso
e depresso, pieno di tutti i mali, ma un giovanotto di sessantanove anni
ancora arzillo, pieno di vita e di progetti e corrisposto in amore
da un’intelligente donna, di sessantasei anni, Laura, figlia di Karl Marx.

Anche Laura muore suicida, ma di lei non si parla quasi mai;
Lafargue stesso, nella biglietto lasciato a giustificazione del suo gesto,
non ha una parola per la sua compagna di una vita: mistero,
o semplicemente il solito ego “eroico” maschilista. (Lafargue muore
per seguire una “sua teoria”, Laura, forse, per seguire il “suo uomo”
anche nella morte.) La differenza è da registrare, anche al fine di comprendere
i diversi “eroismi”.
E leggiamo questo biglietto. Scrive Lafargue:
Sano di corpo e di mente, mi uccido prima che la vecchiaia impietosa,
che mi tolse a uno a uno i piaceri e le gioie dell'esistenza
e che mi spogliò delle risorse fisiche e intellettuali,
non paralizzi la mia energia e non spezzi la mia volontà
facendomi divenire un peso per me stesso e per gli altri.
Da molto tempo mi sono ripromesso di non superare i settanta anni.”
Ecco il lucido timore (e insieme constatazione) di Lafargue
diventare un “peso” per sé e per gli altri, 
per colpa dell'impietosa devastante vecchiaia.

Ora se la scelta personale non può essere giudicata,
al contrario il ragionamento merita una risposta.
Basta, per chiudere con la vita, per uscir di vita,
il semplice diventare un “peso” per sé e per gli altri?
O forse ai vecchi incombe un altro dovere, 
quello di saper “fare il vecchio”, 
di "saper essere vecchio” sul serio?*

Il biglietto comunque si chiude con un grido di gioia e vitalità:
Muoio con la suprema gioia della certezza che, in un prossimo futuro,
la causa alla quale mi sono votato da quarantacinque anni trionferà.
Viva il Comunismo.
Viva il Socialismo Internazionale!”
Vabbuò, ja!

O no?
Severo Laleo

*R. Simone, La mente al punto

mercoledì 26 settembre 2018

Dovremmo essere tutti femministi … ma insieme

Dovremmo essere tutti femministi è il titolo di un volumetto
-in realtà si tratta di una versione rivista di un intervento preparato
per una conferenza del 2012- di Chimamanda Ngozi Adichie,
una scrittrice nigeriana, nota anche, e non solo, per il fortunato
romanzo L’ibisco viola.

La scrittrice, in questo suo intervento, racconta personali esperienze
della sua vita, significative sul piano della comprensione delle differenze
tra generi, a partire da un episodio, gradevole a leggersi,
capitatole negli anni della scuola elementare in Nigeria.
(Scoprì allora bambina, con gran disappunto, che il capoclasse doveva
per forza essere un maschio, nonostante la sua prova, per la promozione
a capoclasse, secondo le indicazioni della maestra, avesse ottenuto
il miglior risultato!)
Uomini e donne -scrive Chimamandasono diversi...Le donne
sono leggermente più numerose degli uomini (il 52% della popolazione
mondiale è femminile), ma la maggior parte dei posti di potere
e di prestigio è occupata da uomini. Wangari Maathai, attivista keniana
e Nobel per la Pace morta nel 2011, l’ha sintetizzato perfettamente così:
più sali e meno donne trovi.” Vero!

E a conclusione del suo discorso giunge a una sua definizione
di femminista: “la mia definizione di ‘femminista’ è questa:
un uomo e una donna che dice sì, esiste un problema con il genere
così com’è concepito oggi e dobbiamo risolverlo, dobbiamo fare meglio.
Tutti noi, uomini e donne, dobbiamo fare meglio.”

Si può essere d’accordo. Il problema della disuguaglianza reale
di condizioni tra il vivere da uomo e il vivere da donna è innegabile
(è facile dire, soprattutto dalle nostre parti, i tempi sono cambiati!)
in ogni civiltà e paese sia pure in gradazioni molto diverse tra loro,
ed è anche innegabile che potrà essere superato solo con l’impegno
partecipe di uomini e donne insieme.
La parola d’ordine è “insieme”!

Eppure, nonostante l’impegno a superare insieme i condizionamenti culturali
ancora sfavorevoli per le donne, in realtà il fine resta sempre quello
di poter sostituire l’uomo con la donna là dove si esercita il potere, senza
modificare di un millimetro l’attuale struttura dei poteri, tutti o quasi
di struttura monocratica, almeno all’apice, struttura derivante direttamente
dal millenario dominio maschile.
“...gli uomini -continua Chimamanda- governano, nel vero senso della parola,
il mondo. La cosa poteva avere senso mille anni fa, quando gli esseri umani
vivevano in un mondo in cui la forza fisica era la qualità più importante
per sopravvivere. La persona fisicamente più forte aveva più probabilità
di diventare il capo...Oggi viviamo in un mondo profondamente diverso.
La persona più qualificata per comandare non è quella più forte.
E la più intelligente, la più perspicace, la più creativa, la più innovativa…
Un uomo ha le stesse probabilità di una donna di essere intelligente, innovativo,
creativo..”
Forse la soluzione non è chi, da solo, uomo o donna che sia, 
ma chi, insieme, un uomo e una donna. Non il monocratismo, ma il bicratismo.

O no?
Severo Laleo

mercoledì 19 settembre 2018

Lavoro domenicale, Napoleone e la sinistra




A proposito del dibattito sul lavoro domenicale/festivo,
per ora limitato al settore del commercio, intervenne, a suo tempo,
in linea generale, anche Napoleone, esprimendo 
-l’uomo, si sa, ha una sua grandezza!-
la sua visione etico-politica della società.

Così scriveva nel maggio 1807:
Più i miei popoli (ah, quanti leader ancora oggi gridano: il “mio popolo”!)
lavoreranno, meno ci saranno vizi.
(la salute morale dei popoli è sempre stato un vizio dei dittatori!)
Io sono l’autorità [...] e sarei disposto a ordinare che la domenica,
dopo le funzioni religiose, si riaprano le botteghe e le fabbriche,
e gli operai tornino al loro lavoro”.*

Forse, comunque giunga, una riduzione dell’orario di lavoro, 
con la sua conseguente idea politica di stabilire un limite 
all'attuale carico di lavoro, sempre più oppressivo,
a favore di un più ampio esercizio della libertà personale, 
senza dubbio, ha un’anima di sinistra.

O no?
Severo Laleo

* Ho trovato la citazione in Paul Lafargue, Diritto all’ozio; ovviamente
il testo tra parentesi è mio.

venerdì 14 settembre 2018

Lafargue, un rivoluzionario contro gli eccessi a difesa del limite





Paul Lafargue, “di formazione proudhoniana, marxista dagli anni sessanta,
organizzatore delle prime formazioni socialiste in Francia e Spagna,
intellettuale militante e polemista” (il giudizio è di Lanfranco Binni,
curatore del volume “Il diritto all’ozio”, appunto di Paul Lafargue),
così scrive ad inizio d’opera nella Dedica ai suoi collaboratori
del periodico parigino «L’Égalité»: “Cari compagni, con occhi attenti
e la passione in cuore siamo partiti in guerra contro la società capitalista
che schiaccia l’operaio come la mola il grano. I borghesi, nostri padroni,
questi figli degeneri dei Rabelais e dei Diderot, predicano l’astinenza.
La loro morale capitalista, penosa parodia della morale divina,
ha sommerso di anatemi le passioni umane; il loro ideale
è la trasformazione del produttore in una macchina che fornisca lavoro
senza tregua né pietà. Rialziamo la bandiera dei materialisti
del Rinascimento e del XVIII secolo, proclamiamo alla faccia di tutti i bigotti,
di tutti i collitorti della chiesa economica e della chiesa cristiana,
che la terra non deve essere più una valle di lacrime per la classe operaia,
che nella società che costruiremo, «pacificamente se sarà possibile,
altrimenti con la violenza», ogni passione umana sarà libera di esprimersi
perché «tutte sono buone per loro natura, dobbiamo solo evitarne il cattivo uso
e gli eccessi» (Descartes, Le passioni dell’anima). E per evitarne il cattivo uso
e gli eccessi bisogna che trovino un reciproco equilibrio liberandosi tutte.

A volte anche un libertario ateo può trovare sostegno in un filosofo
saggio e (pare) buon cristiano.
O no?

Severo Laleo



giovedì 23 agosto 2018

Kierkegaard, l'amore del prossimo e il commerciante Nathanson



Caro prof. Scapece,
mi capita raramente di essere triste dopo aver letto un libro. Sì, uso per brevità il termine triste, ma la sensazione  di disagio emotivo e intellettuale è più complessa. Forse è solo disturbante.  E questa volta ho voglia di sfogarmi, perciò scusami se ti coinvolgo. Lo so, è solo un mio bisogno, ma sopportami. Almeno avrò la tua comprensione benevola (è la tua specialità!).
Ascolta. Ho letto, sia pure con qualche salto, ma con una motivata curiosità, l'opera di S. Kierkegaard, Atti dell'amore, e vi ho trovato con sincera partecipazione riflessioni profonde soprattutto per chi vuole capire la portata ampia e travolgente dell'amore dal punto di vista cristiano. E mentre leggi, sai, ti viene cara e ammirevole la figura dell'autore, quasi vorresti imparare a sentire e a praticare se non altro il suo rigore etico, specie se hai qualche problema con  la dimensione religiosa. Le pagine sull'amore del prossimo sono convincenti; Kierkegaard pare prenderti per mano e condurti con le sue illuminanti e chiare parole ad amare il prossimo, non quello invisibile, ma il prossimo così come lo si vede nella realtà. E riesce a convincerti. E qui la grandezza dell'uomo ti appare in tutta la sua benignità, in tutta la sua mitezza e ti viene di immaginarlo pieno di umana comprensione ed empatia. In breve incapace di cattiverie. Un uomo buono, aperto, civile. Un uomo di carità.

Macché! Leggendo in appendice una sua polemica verso un suo recensore dilettante, il commerciante Nathanson, "che aveva mostrato di aver letto il libro con simpatia" (a dar ragione a Cornelio Fabro, curatore del volume), t'accorgi di quanto sarcasmo e disprezzo ad personam sia capace il grande filosofo dell'amore cristiano. E senza motivo!
Sono triste, caro Scapece. Sono triste. Non riesco a immaginare come possa tanta  cultura e dottrina d'amore diventar nulla, sparire d'un tratto, a causa di quell'insopprimibile vanità propria del maschio di voler distruggere l'altro in duello, azzerandolo: per Kierkegaard, il commerciante Nathanson, per la sua attività letteraria,  è  uno 0/zero. E il giudizio si estende a toccare la persona.
Altro che amor del prossimo!
Per fortuna, caro Scapece, grazie al dono gratuito della tua mitezza, d'istinto e colta, posso comprendere anche Kierkegaard e insieme prendere qualche distanza.
È difficile praticare l'amore paolino (se non hai l'amore...).
O no?
Severo Laleo

domenica 24 giugno 2018

Macron l'autocrate e il bicratismo



Dichiara a Huffpost la scrittrice francese Annie Ernaux:
"Emmanuel Macron? È un autocrate con il desiderio 
di restaurare la monarchia, c'è qualcosa di molto violento che non viene percepito dagli osservatori e che si sta producendo durante la sua presidenza".

"Qualcosa di molto violento...".
È un  giudizio, per quanto possa capire, convincente.
Una violenza politica non sempre
percepibile/percepita è stata anche ed è ancora la cifra di nostrane recenti leadership, a sinistra (si fa per dire!) e a destra,  tutte segnate, al pari dell'autocrate Macron,  da un monocratismo maschilista.
Se si analizzano i caratteri di fondo di queste leadership, balza agli occhi il tratto del maschilismo: l'ipertrofia dell'io! E insieme un'arrogante, inutile attitudine al duello tipica del maschio Alfa, pur in assenza di un antagonista reale. A prescindere.

Basta. Se a questa riduzione della Politica a braccio di ferro, a urla scomposte, a prove di forza dell'autocrate di turno, non si risponde, almeno a sinistra, in opposizione e a mo' di esempio,
con una guida politica duale, di un uomo e una donna insieme, mite, perché ragionata e condivisa, la democrazia continuerà a soffrire. E molto.
O no?
Severo Laleo



domenica 17 giugno 2018

La libertà è sempre indivisibile



A leggere i sondaggi, oggi in giro, riguardanti l'orientamento 
della "gente" nei confronti della decisione del governo 
di sbarrare la strada a chi fugge da guerre e fame, 
la stragrande maggioranza, oltre il 60%, si dichiara 
favorevole a questa politica di bloccare ogni nuovo arrivo. 
A prescindere.
Per la precisione il 64%!
Praticamente, per il 64% della 'gente' d'Italia, 
è giusto che i paesi civili, e noi tra questi (mah!), si possa 
decidere secondo il nostro volere e interesse 
del destino dei poveri del mondo.
Voglio scrivere subito, anche se solo per poche persone amiche, 
che non sarò mai in quel 64%.
E non perché sono buonista, 
non perché ho una antica formazione cristiana, 
non perché all'origine della nostra cultura occidentale 
è scritto anche il rispetto per ogni straniero, 
non perché sono di sinistra, 
non perché ho letto Bauman, 
non perché sono convivialista, 
non perché per l'estensione dei diritti 
ha speso una vita Stefano Rodotà, 
non perché voglio negare la gravità del problema,
semplicemente perché ritengo che ogni persona, 
per il semplice fatto di essere in vita, 
dovunque sia nato nel mondo, 
qualunque sia il colore della sua pelle, 
qualunque sia la quantità di beni in suo possesso, 
abbia il diritto di scegliere, in sua libertà, 
dove andare, che fare, che pensare, 
con un solo limite: il rispetto della libertà del suo simile, 
della persona dell'altro.
Se il principio è in sé valido, ed è riconosciuto valido, 
ogni organizzazione sociale e stato, singolarmente 
o in "federazione/associazione", ha il dovere 
di predisporre ogni strumento e misura per la realizzazione 
di tanto diritto. 
Per una nuova politica universale dei diritti.
O no?
Severo Laleo