lunedì 13 maggio 2013

L’epilogo del berlusconismo nel flop di Canale 5






Domenica 12 Maggio, mentre su Rai Tre la Gabbanelli,
dipendente Rai, con il suo Report, cercava di portare,
tra le poltrone sveglie e indignate dei telespettatori italiani, 
la realtà drammatica della mancanza di lavoro,
su Canale 5, più giornalisti dipendenti di Berlusconi
con La guerra dei vent’anni, Ruby ultimo atto
cercavano di confezionare, per le poltrone addormentate 
e docili dei telespettatori del  Grande Fratello,  
l’assoluzione, del Cav. Berlusconi, nel processo Ruby
spiegando, a chiare lettere e senza timori, anzi, quasi rischiando
di persona che

·       Ruby –per parola di Berlusconi- è la nipote di Mubarack;
·       il conflitto di interessi del Cav. Berlusconi è un’invenzione dei comunisti;
·       i “processi non si fanno in televisione”, ma a Canale 5;
·       la verità processuale non esiste fuori della TV
del Cav. Berlusconi;
·       Berlusconi vittima, a guardar bene, come Tortora.

E’ troppo. Si legge che il programma non ha avuto successo. 
E’ stato un flop. Per decisione
dei telespettatori, liberi nel mercato libero della Tv.
Per fortuna. Il “dominio proprietario sui media e su pezzi interi 
di società politica –per usare parole e immagine
di Ezio Mauro- non consente più “alla realtà virtuale 
del berlusconismo di galoppare all'apparenza indisturbata.

Forse, anche se il Paese è sempre pieno di  “maup”  
(creduloni a Vico del Gargano), di troppi servi liberi,
di molti fautori del danarismo avvilente, e, purtroppo,
di incredibilmente tanti, nel Pd, larghintesisti, sempre benevoli 
e compiacenti, la normalità è ora a portata di mano.

O no?
Severo Laleo

sabato 11 maggio 2013

Da “scendo in campo” a “fare spogliatoio”: una partita da chiudere




Il calcio, in questi ultimi vent’anni, è stato il protagonista
indiscusso (bel segno dei tempi!) della lotta politica in Italia,
da quando, cioè, Berlusconi ha prima buttato a mare
il “teatrino della politica”, per  introdurre, appunto,
il “campo di calcio”, e, in seguito, da attore di un suo copione
in un suo teatro, ha fatto fuori (ma solo a parole,
giusto per correre libero nel campo), i “politici di professione”,
per fare della politica la sua professione a protezione esclusiva
e diretta dei suoi interessi e della sua fedina penale,
con una personale lotta contro la magistratura.
Per una democrazia (si fa per dire!) plebiscitaria,
oltre la legge, oltre la divisione dei poteri.
Il suo impegno di guerra nacque dal mondo del calcio,
con il proclama solenne: “scendo in campo”.

Una volta preparato, da Berlusconi, il campo, tutti si son
trovati a giocare, in una partita truccata e fuori campionato,
senza arbitri e senza regole, solo con un vociante pubblico interessato e tifoso. 
E il Porcellum.
Per vent’anni, partiti e leader (solo Bersani, forse, non ha mai indossato 
una maglietta), hanno aizzato, anche con colpi bassi,
a turno, i tifosi, spettatori non paganti a trasferta rimborsata.
Campo, partita e tifosi. Chi non è della partita è fuori.
E così il nuovo Renzi non abbandona il vecchio campo,
ma si diverte con il suo calcio di rigore”, imbrigliato, nonostante un’alta ambizione, nella logica miserrima e perdente della partita.
E Vendola, addirittura, rifiuta il Partito per “riaprire la partita.
Anche Monti, il professore colto e preparato,
per tentare di introdurre la novità di un suo linguaggio,
inventa, malamente scimmiottando, un fragile e dipendente
salgo in politica”, ma solo ed esclusivamente
per “scendere in campo”. Un delirio diffuso.

Ora l’inventore della partita cambia gioco: basta sbaragliare
il campo, la guerra è finita - almeno per gli altri, la sua continua contro la magistratura-, e puntuale arriva Letta, con il suo ardente “fare spogliatoio”, confortato, in questo, dai suggerimenti di Renzi,
a dare “un’impronta di sinistra” e a non sbagliare un’altra volta
il rigore”. La sopportabilità è ormai al limite.

Per fortuna, almeno per chi non vuole essere solo spettatore,
e tifoso, fuori del campo e fuori spogliatoio, da una parte, a gridare, c’è Grillo
con il suo linguaggio diverso, aggressivo, brutale e chiaro del “fuori tutti”, 
e, dall’altra, a proporre soluzioni nuove, c’è la Puppato, con il suo linguaggio 
partecipativo, responsabile, aperto al futuro e di più alto senso politico,
del tutti dentro”. Eppure sono i soli a poter chiudere definitivamente la partita.

O no?
Severo Laleo 

mercoledì 8 maggio 2013

Uscire dall’Aula del racconto della storia: Andreotti e Ambrosoli




Andreotti e Ambrosoli sono la storia d’Italia.

L’Italia di Andreotti. L’Italia di tutti noi, clienti senza memoria,
e sempre alla ricerca di un uomo della Provvidenza,
capace di guidare e distribuire i giochi della Politica.
Da Mussolini a Grillo, da Bossi a Berlusconi,
e, forse, a un nuovo capo, scalpitante, in un lato, a sinistra,
di una panchina, a bordo campo.
L’Italia, per dirla ancora con Piero Gobetti,
dove  tutti “hanno bene animo di schiavi”.
E dove i potenti non smettono mai di essere potenti.
Dovunque siano collocati: a destra, al centro, a sinistra.
Perché è mancata, e ancora manca, la regola fondamentale
della democrazia reale: il limite di durata nelle cariche istituzionali, a qualsiasi livello, centrale e periferico.
Non si può essere dentro gli spazi della decisione politica
per tutta la vita: il potere se non logora, corrompe. Sempre.
Perché più che il Potere a corrompere è la continuità al Potere.
E così, noi Italiani, per abitudine, e con l’amore degli assistiti,
ci attacchiamo per sempre al nostro benefattore.
Oscurità a parte.

L’Italia di Ambrosoli. L’Italia di tutti noi, persone vigili
e libere, sempre a testa alta, pronte a rispettare le leggi
e a servire le istituzioni, senza legami con i giochi del Potere.
E soprattutto senza paura di “andarcela a cercare”. Altrimenti
è solo silenzio complice e acquiescenza vile.
L’Italia dove chi è chiamato ad un compito pubblico,
sia pure per una strana occasione dei tempi,
e sia pure per una sola volta, risponde con rettitudine.
E coraggio. E rigore. E gentilezza.
L’Italia, per dirla ancora con Piero Gobetti, dove l’impegno
culturale e morale vive nella “serietà e intensità al lavoro”.
Una luce per tutti.

Andreotti: pace all’anima sua.
Ambrosoli: un esempio per un’Italia unita in civiltà.

O no?
Severo Laleo

martedì 7 maggio 2013

L’escalation insopportabile: da Letta a Nitto Palma. Che fare?




Ragioniamo, anzi, semplicemente, scorriamo i fatti nell’ordine.
La nuova legislatura, grazie, per fortuna, soprattutto alla novità
del M5S, nasce con una vocazione al cambiamento,
un cambiamento diventato immediatamente visibile con l’elezione di Boldrini 
a Presidente della Camera e, in qualche modo,
di Grasso a Presidente del Senato. Per colpa del mite, e perbene, Bersani, politicamente schierato con il cambiamento e libero
dai condizionamenti dei “poteri forti”, saltano le ambizioni, anche legittime, 
di più noti esponenti di partito.
E’ un primo brutto colpo per chi è abituato, da sempre, a pesare
nelle trattative per manovrare scelte e procedure.
Di più, quel continuare, di Bersani, nonostante un’insultante sordità degli interlocutori, a inseguire il M5S, con una corretta visione del dato elettorale, 
quel continuare a guidare il suo PD verso un cambiamento non a parole,
ma esplicito e declinato negli Otto Punti, ha insospettito, trasversalmente, 
tutti gli interessati alla continuità del Potere. Status quo oblige.
Allora scatta, dentro e fuori il Pd, un attacco concentrico, a volte volgare, 
nei confronti di quel segretario, scelto con le primarie, 
con il record del rinnovamento e comunque vincitore, sia pur parziale, 
nel voto popolare.  Ma il PD non deve governare. 
Il cambiamento fa paura, perché rompe equilibri consolidati; meglio tornare 
al tran tran di sempre. Così prima Napolitano, con i suoi “numeri certi”, 
poi Renzi, con una sua strumentale visione del “tempo”, infine, 
in occasione del voto per Prodi a Presidente della Repubblica,
i famosi 101 falsi plaudenti, ancora oggi inconfessati vincitori del gioco finale, 
aprono le porte alla restaurazione, verso un insopportabile status quo
diventato ormai visibile immediatamente nella scelta dei nuovi
ma sempre gli stessi, Presidenti delle Commissioni Parlamentari. 
Con Nitto Palma d'obbligo.
Il risultato finale è sotto gli occhi di tutti: dal cambiamento, giudicato pericoloso, 
del “solitario, e di sinistra, Bersani,
in alleanza mobile con gli incontrollabili Cinque Stelle,
alla restaurazione del ben “inserito” nei più esclusivi thin tank,
Letta, affidabile e moderato, in alleanza con il solito affarista
del ricatto della politica Berlusconi. Per salvare l’Italia?

Forse chi si è mobilitato ai referendum del 2011, chi ha scelto
di votare per il cambiamento nelle ultime elezioni, in una parola, 
tutte le persone libere e senza vincoli clientelari o di malaffare, 
e soprattutto vogliose, per il bene pubblico, di uguaglianza e giustizia sociale, 
è bene prendano coscienza della necessità di trovarsi presto 
in un grande spazio politico, nuovo, comune, e senza risse tra i leader di turno,
magari insieme a Rodotà, se vogliono realizzare l’indifferibile cambiamento.
E forse un solo partito, se sarà lungimirante, può ora, azzerandosi, produrre 
questa novità, magari con un nuovo nome, con nuove regole di democrazia
interna, con la parità di genere, in ogni istanza, sino a una leadership 
non più monocratica ma bicratica, con il sorteggio per la scelta di dirigenti 
e candidate/i, per la realizzazione di una democrazia di persone, tra pari, 
senza il beneplacito di gruppi/associazioni/poteri esterni, in solidarietà, 
attraverso la “sovranità conviviale”: questo partito è SEL.
O no?
Severo Laleo

domenica 5 maggio 2013

Il cambiamento riparte dalla Ministra Cecile Kyenge. Attento, M5S




L’idea e l’azione politica della Ministra Kyenge è anomala, è fuori norma, direi 
dirompente, naturalmente per un Paese come il nostro, così abituato a ragionar 
di “numeri certi”, anche se certi numeri sono obbrobriosi, non per altro 
per decisione elettorale. E per questo la Ministra spiazza tutti, e può aprire nuove 
strade, anzi potrebbe restituire a Napolitano la certezza di numeri altri, 
oltre le larghe intese,  apparse sì d’obbligo, ma a lungo e di segreto manovrate.

Ebbene, la Ministra Kyenge, semplice e determinata, sicura dell’universalità 
dei suoi valori di civiltà, segue la sua strada e dichiara il suo impegno, 
esecutivo”, al di là degli equilibri della compagine governativa, preoccupazione,
pare, tutta maschile, per l’abrogazione del reato di clandestinità 
e per l’introduzione del diritto di cittadinanza per i bambini nati in Italia 
da genitori stranieri (e su questo, per fortuna, l’accordo con il Presidente 
della Repubblica Napolitano, che definì “follia” la negazione di tale diritto, 
non può non essere pieno, anche a prova di distruzione delle larghe intese). 
E sì, perché il Pdl, di fronte alla naturale determinazione  della Ministra Kyenge
ha già aperto un fuoco di sbarramento totale, per non dire dell’assoluta 
indisponibilità della Lega di Salvini nei confronti di una norma di ius soli.

E l’argomento del Pdl, a prescindere dal merito e dalla ormai imprescindibile 
accoglibilità, per un Paese civile, della norma di ius soli, è solo di tenuta 
del governo (e delle sue possibilità di raggiungere ben berlusconiani scopi), 
un argomento antico, da vecchi partiti, da difesa del controllo del gioco politico 
da parte di gruppi e partiti senza più sostegno popolare, un gioco nel quale 
la classe dirigente, soprattutto del Pd, spezza ogni legame di fiducia 
con il suo elettorato.


A bloccare la Ministra è sceso in campo (si fa per dire!) addirittura
il capogruppo Pdl al Senato, Schifani, con questo appello, da stratega 
larghintesista, ad evitare: “proclami solitari, senza che gli argomenti siano 
discussi e concordati in un ambito collegiale”. E, dopo aver scoperto, lui, 
già corifeo di coscritti ’allineati e coperti’, una collegialità del tutto sconosciuta 
in ambito Pdl,  aggiunge: “Ci auguriamo che si cambi rapidamente registro 
e ci si renda conto che il governo attuale è fatto di larghe intese 
e dunque di scelte comuni”.
E corre a dar man forte anche la  senatrice Pdl Anna Maria Bernini,
più pratica, minacciosa ed esplicita: “Le opinioni politiche di Cecile Kyenge 
su cittadinanza e reato di immigrazione clandestina sono perfettamente 
legittime se espresse a titolo personale, ma  fuori luogo se pronunciate 
nelle vesti di ministro della Repubblica in un governo di coalizione che vive 
anche grazie al sostegno del Pdl, e ai suoi voti sui singoli provvedimenti”. 

Attento M5S. Se si rompe sui diritti fondamentali della persona, non si può far finta
di nulla, bisogna esser pronti, preparati, perché o la Kyenge supera ogni ostacolo 
e tutto procede bene, o si rompe la Larga Alleanza  e allora, alla prossima diretta 
streaming, si va con le idee chiare: un governo di numeri piccoli, ma certi
a caratura cinque stelle, guidato da Stefano Rodotà.

Forse, grazie alla Ministra Kyenge, tutto tornerà nel buon diritto.
E Napolitano non s’opporrà.

O no?
Severo Laleo 

Boldrini e la cultura del limite



Una società è tanto più democratica quanto più profonda, diffusa e sentita 
è  la pratica del rispetto tra persone alla pari. Quando, definita la linea di confine 
del territorio di proprietà della dignità di ogni persona, nessuno, proprio nessuno, 
nemmeno un’entità mito, qual è oggi il mercato, possa essere autorizzato 
a oltrepassare quel limite. La cultura del limite è l’essenza di una democrazia
di persone. Il problema, semmai, per la reale praticabilità
della dignità nella vita quotidiana, è definire anche un limite
alla povertà e un limite alla ricchezza, inventando le giuste strade per una riforma 
fiscale centrata sull'agibilità del valore “persona”.

La nostra Presidente della Camera, l’ottima Boldrini, con una sua dichiarazione 
alla Festa dell’Europa a Venezia, ha posto con forza la questione di un limite all'uso
del corpo della donna in ambito pubblicitario. E delle sue negative conseguenze. 
Ecco le sue parole: Serve porre dei limiti all'uso del corpo della donna 
nella comunicazioneÈ inaccettabile che in questo paese ogni prodotto, 
dallo yogurt al dentifricio, sia veicolato attraverso il corpo della donna. 
In Italia le multinazionali fanno pubblicità usando il corpo delle donne 
mentre in Europa le stesse pubblicità sono diverse. Dall'oggettivazione 
alla violenza il passo è breve. Serve più civiltà ponendo delle regole. 
Basta all'oggettivazione dei corpi delle donne perché passa il messaggio
che con un oggetto puoi farci quello che vuoi».

D’accordo, Presidente Boldrini, e ancora d’accordo sulla questione di circondare 
di regole, sempre per il rispetto di quel confine del territorio della dignità di ogni 
persona,  anche il mondo del web. “Il web è strumento prezioso di democrazia 
partecipata - ha chiarito ancora la nostra Presidente - , ma anche nel web minacce 
e intimidazioni non possono essere tollerate”. 

Forse un nuovo linguaggio, aperto ai nuovi valori della persona,
nella ricerca di nuove regole/limiti, è pronto per aggredire
una politica tutta dominata dagli oscuri arzigogoli, spesso maschili,
del potere, nella ricerca di un esclusivo, troppo spesso, interesse personale.

O no?
Severo Laleo

 

lunedì 29 aprile 2013

Il Governo di servizio…sedentario




Sia chiaro, questo governo di persone normali e presentabili, persone nell'età 
giusta per essere insieme competenti e navigate, persone sicuramente 
non consumate in litigi inconcludenti, piace, soprattutto se il confronto 
è con gli altri governi a matrice Bossi-Berlusconi, nei quali, ad esempio, 
senza dubbio alcuno, la nuova ministra dell’integrazione, Cecile  Kyenge
non avrebbe mai potuto trovare posto. E, a proposito di ministre, non pochi  
aggiungono, a dato positivo, anche una buona presenza percentuale di donne 
(ma dimenticano di colpo i “normali” governi a struttura paritaria di genere, 
già sperimentati in altri Paesi e ormai quasi una necessità di civiltà: ma, si sa, 
in Italia siamo indietro!).
E normale, e di giusta età, e competente e navigato, è anche il Presidente 
del Consiglio, disponibile all'ascolto e, soprattutto, misurato e garbato, 
colto e accorto, secondo la migliore tradizione dei più nobili tra i democristiani
(Andreatta, Moro), con un solo problema, il cognome: è un Letta.  
E, come l’altro Letta, il “fedelissimo” della Persona Berlusconi, è uomo 
di pause di riflessione, di incontro, di trattativa, di dialogo, di collaborazione, 
di pace, sempre a bassa voce e con argomenti, ma, si spera, altrettanto 
determinato, come l’altro Letta, appunto, a essere il “fedelissimo” del moderno 
Statuto del Pd e, quindi, del suo elettorato (c.2, art.1, “Il Partito Democratico 
affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori 
le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico).
In una parola, un fedelissimo delle  I s t i t u z i o n i.  Altrimenti è tutto 
un inganno, grave e senza ritorno.
Al suo esordio, comunque, Letta ha già compiuto un miracolo: ha trasformato, 
l’amazzone Gelmini, a sentire il suo intervento in aula, in una mite 
e convinta partigiana del governo di servizio.
Ormai la guerra è finita, e non paga più. E’ d’obbligo, vate Napolitano, 
la stagione della tregua. Le armi devono godersi il  riposo, e le munizioni tornare 
in deposito. Basta con i falchi, volino le colombe. I combattenti, gli arditi, 
i kamikaze, e tutti i militari attivi (con gli F 35?), dell’una e dell’altra parte, 
restino nei banchi loro assegnati. Avanti negoziatori e trattativisti.
Insomma, almeno per ora, Letta ha indovinato tutto: le persone, le parole 
e la definizione stessa del governo: di servizio...sedentario.
O no?
Severo Laleo

venerdì 26 aprile 2013

La violenza dei “numeri certi” e la facile resa dei vincenti





Domani, quando sarà cessata la retorica (nei più, interessata)
del “bene, bravo”, inutilmente aggiuntiva all’unanime (o quasi) giudizio positivo 
sulla figura del Presidente Napolitano, le macerie della Politica saranno 
sotto gli occhi di tutti. E sono le macerie di un Paese stravolto, a rischio ribellione,
perché, pur avendo votato in un modo, si trova governato in tutt’altro modo. 
E questo a prescindere dagli errori soggettivi di questo o quel dirigente politico
(Bersani e Grillo), dei tanti leader/leaderini in pectore del Pd (Renzi, su tutti), 
e dei molti “franchi tiratori” dal facile e falso applauso.

In democrazia è insopportabile l’idea di avere, su due piani, disgiunte e separate, 
da una parte, le decisioni popolari espresse attraverso il voto, e, dall’altra, 
le decisioni di una struttura istituzionale (la Presidenza della Repubblica
non più garante attivo del libero confronto delle forze politiche in Parlamento,
e insieme del loro pur difficile, ma necessario, dibattere ed evolversi (apertamente, 
proprio là dove si esercita la responsabilità della decisione, nel Parlamento), 
ma semplicemente dettante, al coerente Bersani, un recinto forzoso d’azione .

La cesura, oggi, appare violenta, e  non può durare in democrazia.
E non basterà a Letta rinchiudersi nella formula del “governo
di servizio”, se questo è solo a due teste, e se è costretto, per nascere/vivere, 
a seguire gli interessi inevitabili di un solo padrone.
Il corpo elettorale, votando per il centro-sinistra e per il M5S,
a maggioranza assoluta dei voti nel Paese, e conseguentemente
dei seggi in Parlamento, al di là del Porcellum, ha voluto negare, sottolineo negare
alla coalizione di centro-destra la possibilità di governare. 
Ma il Presidente Napolitano, in una situazione di forte “movimento” 
politico, e in presenza di quel “boom” imprevedibile nella Sua visione e per questo,
forse, mai pienamente accolto, ha preteso una interpretazione letterale, 
fuori dalla realtà, amarxianamente, della Costituzione, e, almeno agli occhi 
del cittadino di sinistra, e del M5S, sbagliando tutto, perché ha anteposto, 
per colpa del suo paletto dei “numeri certi”, la Sua visione politica
non istituzionale, nella formazione del nuovo governo, anche se la fiducia 
nel Parlamento non può essere mai data per “certa”, nonostante gli accordi.

E di fronte all’invadenza del Presidente, ancora più forte
e penetrante al suo ritorno nella carica, oltre il senso del limite,
le forze politiche premiate dall’elettorato si squagliano,
si arrendono, si ritirano, invece di inverare alla lettera, per dovere istituzionale, 
l’appello del  Presidente a tutte le forze politiche presenti in Parlamento.

Perché affidare solo al Pdl la golden share nel futuro Governo?
Perché Sel non è della partita (come suole dire) a porre le sue condizione 
di forza vincente e, quindi, di rispetto delle decisioni
del corpo elettorale? Perché il M5S non porta nell’azione
di governo la sua energia di innovazione “smuovendo” antiche abitudini di potere? 
Perché Lombardi non può sedersi accanto a Gelmini (confezionando insieme  
una bomba di simpatia popolare) nel futuro governo? Se non altro per rimarcare 
le differenze, e, forse, per obbligare il Pdl a recedere da tanto ardita innovazione! 
E il Presidente, così attento all’unità del paese,  dovrebbe esser contento 
di vedere una così ampia unità.

Ha scritto con efficacia Concetto Vecchio nel suo Blog “Ritagli”:
Poteva essere il tempo di un governo Pd e M5S, una roba rivoluzionaria 
in sintonia con la maggioranza del Paese: insieme hanno 17 milioni di voti. 
Si dirà: bisognava votare Rodotà. Eh, ho capito. Ma stiamo ai fatti: 
dopo le elezioni Bersani (quanti errori!) chiede subito una collaborazione
a Grillo, ma viene umiliato, deriso. Lì s’è deciso tutto. I grillini lo dimenticano. 
La verità – lo si è visto ieri chiaramente dallo streaming con Enrico Letta 
– è che i Crimi e i Lombardi hanno paura di governare, rifuggono 
la responsabilità per manifesto senso d’inferiorità”. 

Forse un Presidente attento a leggere la realtà del voto, invece
di attaccarsi alla scelta tutta politica dei “numeri certi”, avrebbe dovuto smorzare, 
con la sua moral suasion, la “paura di governare” del M5S, aprendo la strada, 
da corretto interprete del dovere costituzionale di rappresentante dell’unità 
della nazione, a un nuovo ciclo politico. 
Ma il suo ritorno ha bloccato il cambiamento.

O no?
Severo Laleo

mercoledì 24 aprile 2013

Dai SEL, è tempo di Governo





In un governo d'obbligo del Presidente (è questa, ora,
la vera dimensione politica del prossimo governo, un governo, cioè,
di natura istituzionale, che non nasce da un libero accordo politico tra PD e PDL), 
la presenza di SEL, al suo interno, sarebbe più utile
al Paese (utilità sociale, vorrei precisare) con un qualche ministero
(ad es. l’istruzione ), perché consentirebbe, a SEL, sia di rispettare, con senso 
di responsabilità il dato elettorale (alla vittoria segue
il dovere di governare), sia di tener viva, a livello esecutivo, la sua fondamentale funzione di sinistra:

·         di estendere la trasparenza agli atti di governo;
·         di controllare i bisbiglii per patenti e latenti indigeribili "inciuci";
·         di dire la propria, di sinistra, anche là dove non la si vuole ascoltare;
·         di marcare il territorio di governo con il proprio profondo respiro di giustizia sociale;
·         di prendere le distanze pubbliche, e magari di opporsi, dall'interno, agli “affari” di governo;
·         di premere per inviare ogni decisione importante
al parlamento, ampliandone la funzione di dibattito
e di decisione.

Forse alla destra berlusconiana fa comodo avere fuori SEL,
per avere più facile omogeneità centrista nel veder passare
le sue proposte.
Vuole SEL far regali a Berlusconi (e a quest’anomalia italiana)? 
Non è il caso.

SEL deve essere così forte, nei suoi valori politici, da poter affrontare ogni situazione politica, sempre con l’obiettivo
del cambiamento; per usare un'espressione classica, tutto è possibile a chi è forte e ha ben chiari i principi di riferimento,
perché omnia munda mundis.
SEL non può ancora aver paura di sporcarsi le mani, la forza sta
–in questa data/obbligata situazione istituzionale- nel camminare
in mezzo agli impresentabili e mantenere sempre alta la propria presentabilità. 
E’ possibile. Dai SEL, è tempo ora di Governo. 

O no?
Severo Laleo

martedì 23 aprile 2013

Il governo di minoranza, anzi delle minoranze




L’inganno immane della politica italiana è ormai palese.

Non si sa ancora se andrà in porto, ma il disegno appare comunque delineato. Eppure spero ancora di sbagliare, immaginando
presto un incremento di democrazia all’interno del Pd.
Il nuovo, Renzi, si fa vecchio, contro il vecchio, Bersani, determinato
a costruire il nuovo, cioè il cambiamento vero, deciso dall’esito
della tornata elettorale di Febbraio, dal successo forte, e persino determinante, 
se solo fosse stato utilizzato, del M5S.

Sono responsabili, insieme, i giovani scalpitanti d’ambizione, i Renzi,
i manovratori del voto segreto, i Senza Volto, il ritorno, costituzionalmente stravolgente, perché scientemente politico,
del Presidente Napolitano, e, non ultima, l’insipienza politica,
non del M5S, ma di Grillo.

La linearità di Bersani, sancita alla luce del sole da un democratico confronto, 
è sconfitta nel segreto delle urne dai padroni del voto segreto.
Tutte le minoranze, sconfitte su ogni fronte, dentro e fuori il Pd,
firmeranno le larghe intese. E avranno un carattere comune, queste minoranze: seguono tutte un “leader” popolare, al di là delle regole, sempre faticose, 
ma d’obbligo, della democrazia piena e trasparente.
Il "nuovo" populismo. Pronto l'acuto slogan: "Vincere"
Nascerà, forse, un governo, comunque, di minoranza (i sì alle larghe intese nel Pd sono stati conquistati grazie solo ai franchi tiratori)
per la resurrezione di Berlusconi, il solo pesantemente sconfitto
alle elezioni di Febbraio (solo 2 persone su 10 hanno scelto Berlusconi;
più chiaramente: se inviti a cena dieci tra amiche e amici, solo due difenderebbero Berlusconi in una discussione politica; eppure in televisione, nei giornali, 
in Parlamento, persino nel discorso del Presidente Napolitano 
è di Berlusconi il progetto vincente).

Vorrei tanto sbagliarmi. 
Ma, si sappia, i bisogni delle persone in carne ed ossa non rispondono
in silenzio agli inganni. Forse per la sinistra della Costituzione, della giustizia sociale, dell’uguaglianza e della convivialità si è aperta
una stagione nuova. Di chiarimento definitivo, europeo.

O no?
Severo Laleo

Regressione o coazione a ripetere




Qualcosa non convince nel discorso del Presidente Napolitano a proposito 
di “regressione”. Perché, se anche pare un discorso corretto nella forma, 
nondimeno diventa del tutto astratto nella realtà di quest’ultimo ventennio. 
Il problema, immagino, non è tanto il fatto che “in Italia si sia diffusa
(eppure bisognerebbe interrogarsi sul perché di tanta diffusione, in un paese 
che ha escogitato/rispettato le convergenze parallele e il compromesso storico)
"una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, 
convergenze tra forze politiche diverse”, quanto la preoccupazione, 
seria e motivata, anzi vissuta, che “ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, 
convergenze tra forze politiche diverse” possa portare all’orrore 
di una riduzione delle garanzie costituzionali. Ha forse dimenticato il Presidente 
quante volte il Pdl di Berlusconi abbia tentato –per fortuna esiste una Corte 
Costituzionale- di ridurre la Costituzione ai suoi interessi personali?
Ha già dimenticato il Presidente Napolitano, forse, quanto sia difficile un’intesa, 
nella cornice del rispetto della Costituzione, con il padrone del Pdl?
Perché, anche un difensore strenuo del dialogo, convinto della ricerca 
di ogni possibile intesa, deve essere costretto a firmare un'alleanza, 
se non è d'accordo? Dov'è l'orrore?

Forse l’orrore di per sé per “ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, 
convergenze tra forze politiche diverse” non è per forza il “segno 
di una regressione del nostro Paese nell’agire politico, al contrario, 
potrebbe anche essere il segno di una maturità politica forte, in grado 
di realizzare una più ampia estensione della democrazia, attraverso trasparenza 
e partecipazione diretta, oltre le mediazioni non solari delle stanze del potere. 
Oggi Napolitano, pur nella sua nobiltà di azione, difende, giusto per ricordare
la denuncia ante litteram di Pasolini, il Palazzo, e gli accordi al suo interno, 
comunque vada e chiunque siano i contraenti, mentre tutt’intorno è l'ora di aprire 
il Palazzo ai bisogni di giustizia e di trasparenza delle persone. Altrimenti, 
è solo grazie ai franchi tiratori di Palazzo (e tra questi vecchi e nuovi statisti: 
Renzi, D'Alema?) che è chiamato a difendere, guarda caso, proprio il Palazzo. 
Per coazione a ripetere.
O no?
Severo Laleo

lunedì 22 aprile 2013

Step by step, difficile Signor Grillo




Difficile Signor Grillo,
si sa, parlare con Lei è difficile. Chiunque si azzardi a parlare con Lei, rischia 
sempre di trovarsi in ameni posti sorridenti, grazie alla Sua incontrollabile vena 
di creativa affabilità a simpatia travolgentemente affabulante. Ma voglio correre 
il rischio. Anche perché sono solo un cittadino (meglio, una persona). E non ho
nulla da perdere. Che vuole che sia!
Ebbene, misuriamo, insieme, a oggi, i risultati della Sua strategia politica, 
del vincitore, cioè, indiscusso delle elezioni.
E prendo a riferimento l’obiettivo Suo massimo: “tutti a casa”.
Va bene. Ma quali sono i Suoi passi, step by step?
Per ora la Sua (non credo del M5S all’unanimità) strategia
ha conseguito 1. l’obiettivo, in combutta, per forza di fatti,
con quei  nuovi parlamentari già schiavi, piccoli inciuciarini in erba, 
delle mosse di Renzi, l’ambizioso senza limiti, attaccante sempre
in “fuori gioco”, e di D’Alema, lo statista senza Stato, da sempre 
battitore libero”, di mandare a casa il mite e dialogante Bersani, 
colpevole di aver creduto nella spinta, Sua e dei Suoi, al cambiamento 
(Folli, il giornalista, accusa la parola “cambiamento” di genericità: eppure, 
insieme a Bersani, avrebbe potuto spiegare a quel Folli, con nuove leggi, 
quanto non sia generica la Sua parola “cambiamento”!); 
2. e di non avere al colle l’indipendente Rodotà.
Un inizio di fallimento, in assenza di step.
Per mandare “tutti a casa” (si fa per dire, eh!), meglio, per cambiare davvero,
è necessario definire bene, step by step, gli obiettivi, usando con gran studio 
tempo e pazienza (una virtù anche cristiana degna di approfondimento). 
Ecco, in sordina, i primi due: 1. dare la fiducia a un governo disponibile 
a rendere meno precaria e più dignitosa la vita dei giovani in difficoltà con il lavoro 
(quindi, un governo insieme al mite e leale Bersani, soprattutto con Lei 
(altri nel Pd non ne vedo); 
2. dare la fiducia a un governo disponibile a mandare a casa, in qualche modo, 
anche semplicemente strappando loro la possibilità di incidere negativamente
nell’azione legislativa, prima e subito, Razzi e Scilipoti e tutti gli altri parlamentari 
già noti per l’acume servile di aver votato per “Ruby nipote di Mubarack” 
(quindi un governo insieme al sincero Zanda, disponibile a scrivere e approvare 
una legge per l’ineleggibilità del Capo di Razzi e Scilipoti e di tutti i “mubarackiani” 
(e mandare a casa significa, in verità,  anche evitare che i mubarackiani, 
e il gran Capo di riferimento, possano incidere nella conduzione del governo ; 
3. preparare, in questo modo, la Presidenza della Repubblica, presto, 
all’ottimo Stefano Rodotà, impedendo all’ottimo Presidente Napolitano,  
il richiamo del passato migliore, di stabilizzare la politica sbagliata 
e conseguente dell’anomalia italiana.
Difficile Signor Grillo, alla fin fine, La prego, faccia con Bersani, 
per questo nostro povero Paese di troppi italiani con “ben animo
di schiavi” (Gobetti) e sempre acclamanti un Salvatore, una cosa nuova e difficile, 
magari seguendo Rodariliberare gli schiavi che si credono liberi.

O  no?
Severo Laleo

venerdì 19 aprile 2013

Ora tutti contro il Pd. E Bersani.




Ora tutti contro il Pd. E Bersani. Va bene. Tanto è il ritornello
più diffuso in ogni capannello reale e virtuale. Un ritornello scaturente 
da un vecchio modo di leggere la politica.
Eppure i fatti di oggi non si possono leggere con le idee di ieri.
Forse è possibile anche una nuova lettura dei fatti.
Una lettura, tutto sommato, che intravede nelle convulsioni
dei grandi elettori un inizio di incremento di democrazia.

 Se il Paese è cambiato, e Grillo è là a gridarlo/dimostrarlo
 in ogni piazza, è cambiato anche il Pd. E’ cresciuta una voglia, 
spesso matura,  non solo di partecipazione, ma anche di voler “contare” 
nelle decisioni. Le persone parlamentari del Pd sono
già il risultato di un cambiamento nei rapporti tra elettori ed eletti.
E sono, in qualche misura, portatrici di  “grillismo” senza rete,
ma con un forte legame con le persone del territorio.
Conseguentemente sono cambiati anche i rapporti politici
nelle dinamiche di partito .

In verità, il reale cambiamento è nella libertà di espressione politica
del singolo. Una libertà personale forte, in relazione di ascolto non tanto 
con le decisioni di riunioni di partito, quanto con le richieste degli elettori. 
Il Pd si è rinnovato al 70%, e ha una consistente presenza femminile 
(se ricordo bene): le convulsioni sono quindi un segno vero di vitalità 
e cambiamento.

Nel Pd, è fin troppo semplice, non si vuole votare Marini, anche
se il segretario, il mite Bersani, ha un accordo con il Pdl;
nel Pd, è fin troppo semplice, non si vuole votare Prodi, anche
se il segretario, il mite Bersani, rompe con il Pdl.
Non si vuole Marini, non si vuole Prodi. Semplicemente.
E il necessario consenso non arriva. L’abitudine al silenzio ubbidiente, 
per fortuna, non esiste più. Ma non esiste ancora il coraggio di parlar 
con chiarezza democratica. Dov’è la caduta? Dove il terribile scandalo? 
Dove l’errore di Bersani? Nel suo credere nel cambiamento?

A  me questa libertà di espressione del voto in dissenso
pare un felice compimento del cambiamento , una prova
di nuove, in carne ed ossa, presenze pensanti, spero libere, 
all’interno del Pd; ed è anche un merito di Bersani; non posso credere 
che giovani parlamentari elette/i per la prima volta
siano già schiave/i di qualche capo corrente, pronte a giocare 
per lotte intestine sul futuro del Paese. Se fosse così la libertà del paese
sarebbe a rischio. E tutto il nuovo, Renzi e renziani, sarebbero 
una bruttissima copia del già visto. Al contrario credo sia tutto una naturale 
conseguenza della preziosa libertà del cambiamento,  
da coltivare, da riempire di condivisione, da elevare a bene comune, 
da trasformare in servizio nell’interesse generale.

Voglio quindi sperare in un’uscita dalla crisi nel Pd con un incremento 
di democrazia. Anche perché il futuro non sarà d’ora
in poi nell’abilità di un leader, qualunque nome porti,  ma nell’aggregarsi 
del libero convincimento di ogni singola persona parte integrante 
del circuito decisionale. Una specie di democrazia diretta, non di rete, 
ma di relazioni tra persone civili.
O no?
Severo Laleo




P.S. Un'ultima cosa: ritengo non giustificabile, qualunque sia l’intenzione,  
la pratica, inaugurata da SEL, la mia parte, di far riconoscere il voto 
dei grandi elettori, attraverso la scelta
di scrivere “R. Prodi” nella scheda elettorale.
In una società civile e moderna la dignità del voto segreto deve essere 
sempre rispettata, a prescindere, e la sinistra non può essere prigioniera, 
se vuole costruire una società “conviviale”, della solita e vecchia (sotto)cultura 
italiana del sospetto, con l’aggravante di vent’anni di berlusconismo. 
Mannaggia, forse se si fosse resa obbligatoria nelle scuole, 
con una semplice ora settimanale, l'educazione etico-politica, 
oggi, saremmo un Paese esente dal ricorrere a stratagemmi per….

giovedì 18 aprile 2013

A proposito di “tempo” in politica




Nei giorni scorsi il ritornello, noioso, e senza utilità,
di uomini politici, Renzi sopra tutti,
e di imprenditori, Squinzi sopra tutti, è stato unanime:
fate presto, il paese brucia”.
E l’invito era per Bersani, perché trovasse un accordo. Con il Pdl.
Subito.
Alla fine Bersani cede, e, per far presto, incontra Berlusconi,
e propone un candidato gradito al Pdl, Marini. Accordo ok.
Il Pd a maggioranza approva. Per far presto. Alla prima votazione.
Ma i sostenitori del “fate presto”, e del “decider alla svelta, purché si decida”,
scoprono la dimensione politica del tempo: e a ragione.
E per fortuna. E salta la prima votazione, e si sceglie di aspettare.
Ancora.
Forse il tempo in politica, se usato a proposito, è una risorsa.
Sempre.
Il “decidete, purché decidete in fretta, che il mondo corre” pare,
ora, un’inutile strumentale retorica.  

O no?
Severo Laleo

I larghintesisti e Bersani, il più coerente tessitore del cambiamento


Bersani, comunque vada, avrà il merito di aver spalancato la porta, in questo nostro Paese di pastette, a:
1. un dibattito politico pubblico, aperto, spesso bollente, a volte sofferto, persino in streaming;
2. un processo, per ora iniziale, di trasparenza/libertà dell’agire politico, anche attraverso un rinnovamento della classe dirigente,
e di presenza di donne, in Parlamento di significativo rilievo;
3. un cammino,  in una parola, verso il “nuovo”, una democrazia, cioè, a misura di persone, oltre le prepotenze dei tanti burattinai della politica degli ultimi vent’anni;
4. una vittoria, sia pure parziale, di un programma di centrosinistra,
senza ambiguità.

Perché:
Bersani, pur designato per statuto candidato premier, ha chiesto
e ottenuto le primarie: e ha aperto seriamente un dibattito serrato
nel Pd, alla luce del sole;
Bersani ha vinto le primarie: e ha proposto e ottenuto
il rinnovamento serio della rappresentanza parlamentare
(più di quanto un “segretario” o “leader”, nel presente e nel passato,
abbia mai realizzato);
Bersani è il primo segretario Pd a ottenere l’incarico di formare
un governo, solo per un favorevole esito elettorale: e ha proposto, con sicura insistenza, un serio governo di cambiamento,
oltre il berlusconismo, in linea con il risultato elettorale generale;
Bersani, per il suo insistente atteggiamento di rifiuto delle larghe intese per un governo insieme a Berlusconi, ha subito attacchi
un po’ da tutti, anche insultanti, da destra, dal centro, dal M5S
e da parte del suo partito: ed è stato richiesto/pregato di accogliere
le larghe intese pur di far presto (la retorica del far presto ha anche raggiunto livelli insopportabilmente inutili e strumentali, alla Renzi);
Bersani, incontrando Berlusconi, a prescindere, immagino,
dalle insistenze dei tantissimi larghintesisti,  si lascia proporre,
dal Cavaliere, per il Quirinale, un nome, Marini: e ottiene una rivolta nel suo partito, efficacemente ampliando così, alla luce del sole,
la schiera libera e senza paure dei contrari a un accordo di governo con Berlusconi.

E’ la vittoria di una linea politica, chiara, coraggiosa, svelatrice, e di rottura, di ogni disegno conservatore, al di là della “carriera
di Bersani (e non riesco a immaginare un Bersani non statista).

Comunque vada, Bersani ha contribuito, non senza qualche cedimento, a trasformare l’agire politico, e soprattutto a “svecchiare” questo nostro Paese di pastette, e sempre a rimorchio di Berlusconi.
Oggi forse non è più così. Comunque vada, anche con Marini (meglio senza).

O no?
Severo Laleo

martedì 16 aprile 2013

Renzi e la lettera a la Repubblica. Qualcosa non funziona


Se Renzi ha scritto di suo pugno la lettera a la Repubblica, in pratica per offendere, con l’argomento della strumentalizzazione della fede,
un importante, per storia e impegno, compagno di partito, il sen. Marini,
per il “nuovo” che avanza nella vita politica del nostro Paese si tratta
di un tuffo perfetto nel passato più sleale e ambiguo.
Non è infatti chiaro, né leale, e quindi ambiguo, perché un uomo “nuovo”,
quale Renzi si crede sia, tanto impegnato nei “faccia a faccia”, decida d’urgenza 
di scrivere a un giornale per parlare, senza limiti, con un suo autorevole compagno 
di Partito. Qualcosa non funziona.

Nel 2013, noi si crede, non esiste persona in Italia preoccupata delle idee religiose del proprio Presidente. La laicità, almeno in questo caso, è un dato
di fatto per sempre acquisito. Se esiste ancora una “prassi” per la quale si tende
a  rispettare, in qualche modo, per l’elezione del Presidente, un’alternanza
tra un “non credente” e un “credente”, è proprio per un retaggio del passato, quando in Italia… . Ma oggi?

Tutti gli argomenti di Renzi, sul punto, sono vecchi, vecchissimi, e sono solo suoi, difficilmente condivisibili, anche dai suoi “seguaci” (ma quando finirà l’abitudine a “seguire” un capo, in un paese aspirante a una democrazia delle persone, libere e in autonomia di scelta?).
Nuove, purtroppo, sono solo le inutili offese e fuori luogo le fragili riflessioni 
(si fa per dire!) in materia etico-politico-religiosa. Ecco, nell’ordine,:
a. le offese:
ricordare a Marini l’insuccesso elettorale (ma l’insuccesso elettorale non è qualità di una “persona”; guai se fosse così: basta citare, a controprova, le qualità, grazie al successo elettorale, di Razzi e Scilipoti, qualità, nel caso, trasferibili al benefattore Berlusconi);
attribuire a Marini la “colpa” di aver preteso la sua candidatura a Presidente della Repubblica, strumentalmente, in virtù della sua fede cattolica;
b. le riflessioni:
 fuori luogo e fuori misura, retorico, datato e, quindi, vecchio, molto vecchio, il suo “outing” di fede (la propria vita di credente/non credente appartiene all’intimità di una persona); con una precisazione: sul Vangelo “non si giura”non è una Costituzione, il Vangelo si vive, meglio se in silenzio, e “l’ispirazione religiosa” non sempre è “molto utile” alla società, anzi, la storia insegna, spesso, diversamente;  
 fuori luogo il paragone tra i tempi di scelta del Papa nel Conclave e i tempi e le modalità di scelta del Presidente della Repubblica (e del Governo) nelle aule del Parlamento; 
senza senso, completamente fuori luogo, finanche irrispettoso, l’inserire, in un contesto “povero”, di sole beghe di politica,  una lode del Papa nuovo degna di altra sede, con un paragone infelice tra la scelta di Bergoglio, il Papa dell’”innovazione”,  e l’eventuale scelta di Marini, il Presidente, della “conservazione”,  in breve, tra un Bergoglio che parla al “cuore”, e un Marini che parlerebbe a chissà (e quale potrebbe essere “la rara bellezza” in un Presidente?); 
 fuori misura anche la convinzione di un rapporto strettissimo (da noi, in Italia!), tra l’altro, falsa storicamente, tra “tradizione cattolica” e  “visione etica molto rigida”, definita “perdente”, fino ad attaccare i “moralisti, senza morale”, sempre pronti a “pretendere posti”; ma qui la chiarezza di Renzi, quel suo famoso parlar chiaro, cede al peggiore e vecchio e tortuoso politichese; 
che dire di quel paragone, questo sì oltre ogni limite, fuor di senno,
tra l’”entusiasmo” di Pietro, il Santo, e il “chiavistello” di Marini, il Senatore? 
e che dire di questa dichiarazione di sofferto scandalo:Mi vergogno, da cattolico ma prima ancora da cittadino, di una così bieca strumentalizzazione”. “Bieca strumentalizzazione”: suvvia, nel 2013, semplicemente assurdo, forse solo democristiano d’antan
 infine, la riflessione finale è senza possibilità di replica, fuori da ogni possibilità di confronto politico: “Tanti, forse troppi anni di vita nei palazzi, hanno cancellato una piccola verità: non si è cattolici perché si vuole essere eletti,ma perché si vuole essere felici. C'è di mezzo la vita, che vale più della politica”. Solo l’assente Di Pietro potrebbe rispondere: che c’azzecca!

E, per finire, ecco anche un ultimo grave errore.
Renzi giustifica spesso le sue uscite con un insulso ritornello:
dico quel che milioni di persone pensano”.
Ora, ripetere “quel che milioni di persone pensano” non è di per sé
un bene, anzi, soprattutto non è il mestiere di un politico prudente
e  aperto alle “novità”.
Forse nell’attivismo dichiarativo e presenzialista del “leale Renzi
qualcosa non funziona. E sfugge, stranamente.

O no?
Severo Laleo